Kaliningrad guerra

Kaliningrad e la guerra. Come ha reagito l’exclave russa

Come ha reagito la regione di Kaliningrad alla guerra in Ucraina? La questione ci porta a riflettere sula storia e sulle recenti vicende del territorio sul Baltico.

Un po’ di storia

Kaliningrad è ciò che si definisce un’exclave, regione russa separata dal resto del paese. Un tempo tedesca Prussia, passò sotto il controllo sovietico alla fine della Seconda guerra mondiale sulla base degli Accordi di Potsdam. La sua capitale, Königsberg, dove visse e insegnò il filosofo tedesco Immanuel Kant, nel 1946 venne ribattezzata Kaliningrad, in onore del rivoluzionario bolscevico Mikhail Kalinin. Per i primi anni l’area circostante la città fu trasformata in una zona militare off-limits; nessuno straniero poteva entrarci e perfino i cittadini sovietici necessitavano un permesso speciale per l’accesso.

Oltre alla sua centralità strategica (Kaliningrad si affaccia sul mar Baltico), la regione è per la Russia di fondamentale importanza per tre motivi: con la fine della Guerra Fredda divenne una zona economica speciale, sul modello di Hong Kong, soggetta a bassa tassazione al fine di attirare investimenti. Inoltre, Kaliningrad è l’unico porto baltico di proprietà russa ad essere libero dai ghiacci per tutto l’anno, una questione di assoluto rilievo per i russi, la quale ha segnato la loro politica estera nei secoli, fino ad arrivare ai giorni nostri. A ciò si aggiunge il fatto, per nulla secondario, che nella regione stazionano dei missili con capacità nucleare, proprio nel mezzo di un territorio “a guida NATO ed Unione Europea” ed è la base della flotta russa del Baltico.

Kaliningrad ha inoltre assunto nel tempo un rilevante simbolismo, come parte dell’epopea russa del Novecento. La Prussia orientale fu la prima regione tedesca in cui l’Armata Rossa penetrò durante il secondo conflitto mondiale e fu il luogo in cui “dalle macerie del nazismo si costruì il sogno socialista”.

Più di metà della popolazione della città di Kaliningrad fu uccisa o fuggì durante la guerra; i rimanenti cittadini tedeschi furono deportati tra il 1947 e il 1948. La regione fu poi ripopolata da coloni provenienti dall’Unione Sovietica (per la stragrande maggioranza russi) e ad oggi è abitata prevalentemente da cittadini che si considerano di etnia russa.

The Times They Are A-Changin’

Dopo il 1991 Mosca concesse una certa libertà alle regioni, permettendo loro libere elezioni senza l’influenza della longa manus del Cremlino, ma dalla metà degli anni 2000 Vladimir Putin cominciò a guardare con un certo interesse a Kaliningrad. La regione infatti, per la sua posizione e per il suo status economico rischiava di divenire un po’ troppo cosmopolita e di conseguenza indipendente dallo spirito e dai messaggi del governo centrale. Per tale motivo vasti finanziamenti furono promossi per salvaguardare fedeltà e identità dei suoi abitanti.

Ma l’identità, soprattutto in un porto di mare, è per natura fluida e in continuo divenire. È questo il sentimento che guida l’interrogativo di uno psicologo originario di Kaliningrad, il quale recita: Cos’è Kaliningrad? La città di Kalinin? Ma noi non siamo più comunisti. E di certo non si può definire Kaliningrad una città “prussiana”, dal momento che l’unico legame con il suolo tedesco è lo stile architettonico.

Kaliningrad potrebbe definirsi una patria dei “russi europei” e non potrebbe essere diversamente dato che i suoi confini sono con due paesi appartenenti all’Unione Europea. L’omonima città e capitale della regione dista circa 1200 km da Mosca e 700 km da Berlino. Un accordo con la Polonia, in vigore dal 2012 al 2016, permise ai cittadini della regione di spostarsi in Polonia senza la necessità di ottenere un visto per un periodo fino a trenta giorni e con il tempo sono nate molte attività impegnate nella rivendita di prodotti provenienti dall’UE, nutrendo così il mito dello spirito commerciale e aperto al mondo di questa parte d’Europa. Al 2016, l’82% dei cittadini di Kaliningrad era in possesso di un passaporto, contro il 30% di chi risiedeva all’interno dei confini russi.

Inoltre, molti investitori, attirati da un regime di tassazione fortemente liberale  hanno contribuito a finanziare progetti per ricostruire il centro di Kaliningrad, offrendo così la possibilità di riscoprire  un legame con le antiche radici della città, la quale fu rasa al suolo dai bombardamenti alleati dell’agosto 1944. In pochi giorni un intero mondo fu distrutto per sempre.

Con la fine della guerra fredda molti tedeschi costretti a fuggire dopo l’occupazione sovietica visitarono la loro vecchia patria, per poi scoprire che quasi nulla era rimasto. Tra questi malinconici “turisti” anche Marion Dönhoff, ex-direttrice del giornale tedesco Die Zeit, la quale risiedeva in un maestoso palazzo nei dintorni dell’allora Königsberg. Vedendo che nulla della sua vecchia dimora era rimasto in piedi, disse: “Forse questa è la più alta forma di amore: amare senza possedere”.  La regione di Kaliningrad, del resto, appare un unicum nel panorama europeo, dato che la sua storia, come quella dei suoi abitanti, risale appena al 1945.

Quello che apparteneva al passato doveva essere destinato all’oblio; ciò che andava nutrito era l’odio per i tedeschi. Un esempio emblematico è la Piazza Centrale, la quale ora viene descritta come una “terra di nessuno”; al posto del castello che vi trovava posto e distrutto definitivamente dai sovietici con dell’esplosivo nel 1968, fu eretta la Casa dei Soviet, dimora pensata per i funzionari sovietici, che però non fu mai portata a compimento e mai utilizzata. Progettata per essere il simbolo della vittoria socialista sui nazisti, si trasformò  invece nel simbolo della sconfitta sovietica di fronte la storia del Novecento. Le rovine della cattedrale furono risparmiate, al suo interno infatti si trovava la tomba di Kant. La vecchia cattedrale di Königsberg fu poi ricostruita grazie a donazioni tedesche e russe a partire dal 1992.

Un luogo apolitico?

Molto probabilmente l’alto numero di militari di stanza nella regione ha reso i suoi abitanti poco inclini all’azione politica e a ciò potrebbe contribuire anche la lontananza dalla madrepatria e dai suoi centri di potere, tuttavia durante il 2009-2010  Kaliningrad è stata il centro di estese dimostrazioni di massa. Così è avvenuto anche nel 2011-2013, quando dopo gli eventi lo status di “zona economica speciale” fu ritirato. Un’attivista afferma  che le dimostrazioni che hanno scosso la Russia nel 2017 non hanno avuto seguito a Kaliningrad, la quale di certo non può definirsi una “città di opposizione” e  proteste contro l’invasione su larga scala in terra ucraina hanno raccolto solo poche centinaia di partecipanti.

Con la guerra in Ucraina e le successive sanzioni la Lituania ha bloccato  il transito di varie merci dal territorio russo a quello della regione di Kaliningrad, per poi consentire  il loro passaggio dopo un aggiornamento delle linee guida della Commissione europea. Nonostante ciò, molti prodotti dell’UE che si era soliti trovare nella regione ora  non sono più reperibili negli scaffali dei negozi.

Lo scorso marzo due giornalisti di Kaliningrad sono stati inseriti nella lista dei ricercati per le loro posizioni sull’aggressione intrapresa dalla Russia e un attivista è stato chiamato a processo per lo stesso motivo. Un altro giornalista, Alexey Milovanov del quotidiano Novy Kaliningrad, ha trovato nella sua porta di ingresso un cartello che recitava: “Un traditore vive qui”. Inoltre, si ha notizia che almeno 180 soldati originari di Kaliningrad abbiano perso la vita in Ucraina.

La Polonia ha di recente fatto sapere che alzerà  un muro al confine per proteggere il paese da potenziale ingressi irregolari da completarsi entro la fine di quest’anno, ricordando la crisi dei migranti occorsa con la Bielorussia nel 2021, un atto, nei commenti dei politici europei, parte di una più ampia strategia per destabilizzare i paesi membri dell’UE.

Forse è proprio questo ennesimo muro a spiegare meglio la situazione di Kaliningrad di fronte la guerra; nelle parole di Nicole Eaton, autrice del volume “German Blood, Slavic Soil: How Nazi Königsberg Became Soviet Kaliningrad”, la regione aveva potuto godere di fitti scambi economici e culturali con l’estero dopo la fine dell’URSS, ma ora tutto ciò rischia di terminare per lungo tempo. Un luogo multietnico un tempo popolato da tedeschi, lituani e polacchi e poi costretto a vivere sotto la dittatura nazista e sovietica,  oggi è nuovamente condannato a soffrire le scelte di un altro regime criminale.

“Una grande città, centro di uno Stato, dove si trovano i consigli locali di governo, che possiede un’università (per la cultura scientifica) ed è anche sede del commercio marittimo, che per mezzo di fiumi favorisce il traffico dall’interno e coi paesi finitimi e lontani di diverse lingue e costumi, una tal città, come è ad esempio Königsberg sul Pregel, può essere presa come sede adatta per l’ampliamento della conoscenza dell’uomo e per la conoscenza del mondo, la quale vi può essere acquistata anche senza viaggiare”.

Queste parole di Kant, il teorico della “pace perpetua”, sembrano oggi lontane, troppo lontane.

Questo articolo nasce e si sviluppa sulla base di un articolo pubblicato dal quotidiano Meduza, dal titolo Kaliningrad: An imperial gem and a thorn in everyone’s side (link presente nel testo).

Chi è Lorenzo Fraccaro

Classe 1998, ha una laurea in scienze politiche presso l’università di Padova. Successivamente ha conseguito il suo titolo magistrale in relazioni internazionali all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sui totalitarismi del Novecento. Grande appassionato di storia e politica internazionale, negli anni ha approfondito eventi e dinamiche riguardanti l’Europa Orientale. Per East Journal è il responsabile dell’area che si occupa di Russia, Ucraina, Bielorussia, Caucaso e Asia Centrale.

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