New Start

Putin e il trattato New Start, atomica in sospeso

La scelta del presidente russo di sospendere il trattato New Start solleva interrogativi e rivela i suoi piani imperiali…

L’annuncio

Durante il suo atteso discorso di fronte all’Assemblea Federale Putin ha annunciato la sospensione, ma non il ritiro, dal trattato New Start (Strategic Arms Reduction Treaty), relativo alla limitazione e al controllo degli arsenali nucleari, in vigore con gli Stati Uniti. In questa cornice il presidente russo ha inoltre ripreso temi che hanno segnato la propaganda di regime in questi ultimi tempi: la guerra patriottica contro l’Occidente “degenerato”, la necessità per il suo paese di difendere i propri confini contro il governo “neo-nazi” ucraino e l’allargamento Nato e il richiamo all’unità storica tra l’Ucraina e la Russia, condito dal rifiuto di riconoscere la prima come un’entità politica indipendente e sovrana.

Putin ha anche affermato che prima di ristabilire un accordo come New Start la Russia dovrà ottenere  dalla Nato maggiori garanzie rispetto il suo operato, sottolineando come l’Alleanza atlantica rappresenti un pericolo esistenziale per i confini russi a causa dei suoi piani di “aggressione”.

In queste giornate sia la Duma che il Consiglio Federale (i due rami del Parlamento russo) hanno votato  in favore della sospensione del trattato, il quale rimaneva l’unico ancora in vigore in materia nucleare tra le due potenze. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, in margine alla conferenza tenuta dal suo presidente, ha commentato la scelta del suo presidente incolpando direttamente gli Stati Uniti, affermando come il loro atteggiamento ostile punti a scatenare un’escalation del conflitto, motivo per cui la Russia avrebbe bisogno di nuovi standard di sicurezza.

Per un nuovo ordine internazionale

In questo contesto e a conferma della natura revisionista della Russia di oggi, Putin ha firmato martedì 21 febbraio un nuovo decreto che annulla una legge del 2012, la quale delineava la politica estera russa sulla base di concetti come la cooperazione internazionale e il rispetto della sovranità degli Stati, compresa quella della Moldavia, paese al momento vittima di minacce da parte di Mosca e con cui rimane aperta la questione della regione della Transnistria.

Nello stesso testo del 2012, ora ufficialmente abrogato, si citava l’interesse a perseguire una politica di collaborazione con la Nato, la quale però avrebbe dovuto riconoscere gli “interessi nazionali” della Russia; secondo Mosca e il suo presidente infatti, è stato il rifiuto dell’alleanza a cedere alle proprie richieste di sicurezza  la ragione che ha costretto la Russia a utilizzare la forza in Ucraina.  Giova ricordare ancora una volta però la natura volontaria dell’adesione all’Alleanza atlantica e il fatto che l’Ucraina non era destinata a esserne uno Stato membro. L’obiettivo di Putin (smascherato esplicitamente dall’aggressione) non è tanto limitare “l’espansionismo atlantico”, bensì ribaltare l’intero ordine internazionale come oggi lo conosciamo, tramutando la forza della legge nella legge del più forte e trasformando uno scenario multipolare in un teatro in cui le grandi potenze possano dividersi le rispettive sfere d’influenza. E cosa più di un arsenale nucleare in un’espansione senza limiti garantirebbe alla Russia il potere di dominare gli eventi globali?

Alcuni cenni storici

Lo decisione russa pone fine a una stagione  in cui lo scambio di informazioni e le ispezioni reciproche riguardo le armi nucleari erano la regola. Proprio il mese scorso gli Stati Uniti accusarono Mosca di trasgredire alle norme dell’accordo New Start, non permettendo loro di effettuare i controlli previsti.

A questo proposito si deve ricordare che di recente, nel 2019, gli Stati Uniti si ritirarono dal trattato INF (finalizzato alla messa al bando di missili nucleari e non a media gittata), il quale risaliva al 1987, protestando contro le violazioni della controparte russa. L’ INF è ancor oggi particolarmente noto perché segnò la fine della crisi degli “euromissili” in Europa, segnando una nuova fase nelle relazioni tra l’Occidente e l’allora Unione Sovietica.

L’accordo New Start risale al 2010 quando i presidenti in carica erano Barack Obama e Dmitri Medvedev, entrò in vigore nel febbraio del 2011 e fu rinnovato prima nel 2016 e poi nel febbraio del 2021. La sua sospensione rivela ancora una volta l’intento di Putin di scatenare uno scontro continuo con i paesi del blocco occidentale e la sua volontà di riguadagnare a tutti i costi uno status di superpotenza, riportando indietro le lancette dell’orologio ai periodi più bui e critici della guerra fredda.

Lo strappo di Putin deve legarsi con gli eventi che portarono alla stesura  del famoso Memorandum di Budapest, con il quale l’Ucraina, dopo la cessione del proprio arsenale nucleare a tutto vantaggio della Federazione Russa, ottenne le garanzie per la propria sovranità e indipendenza. Nello stesso testo si legge come Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti si impegnavano a difendere l’Ucraina in caso di “minaccia nucleare” e a non utilizzare la forza contro l’integrità territoriale e politica di questo paese. Assicurazioni e speranze che oggi si rivelano tragiche illusioni.

Cosa comporta questa sospensione?

Da tempo Putin agita lo spettro della minaccia nucleare per generare divisioni e timori all’interno del fronte Nato, ma questa sua decisione su New Start sembra rivelare più la sua intenzione di ottenere un “primato nucleare” che la volontà di utilizzare armi non convenzionali, una lettura presente anche nelle parole del presidente Biden. Ad oggi infatti non sembra che la Russia voglia definitivamente svincolarsi dalle limitazioni del trattato, come confermato dal generale Yevgeny Ilyin in un discorso alla Duma. Allo stesso tempo Putin ha promesso di rafforzare l’armamento nucleare relativo alle operazioni via terra, mare e aria.

L’uso di armi atomiche scatenerebbe conseguenze imprevedibili sia sul piano internazionale sia sul piano interno. Tuttavia, il presidente russo si muove da una visione della realtà plasmata dall’ideologia e slegata da considerazioni utilitaristiche, per tale ragione non si può escludere che per evitare una sconfitta o per arrivare a un “congelamento del conflitto” possa ricorrere all’utilizzo delle cosiddette armi nucleari “tattiche”. Del resto, è proprio Putin a descrivere la resistenza ucraina come una “guerra per procura” attuata dagli Stati Uniti e dalla NATO, intenzionati secondo lui a scatenare un conflitto mondiale per annichilire definitivamente lo Stato russo.

Ciononostante, oltre alla retorica ideologica ci sono i fatti e viene difficile pensare che i benefici di questa mossa superino i costi: la Russia si troverebbe sempre più isolata e soggetta alle più dure contromisure e di conseguenza Putin potrebbe trovarsi di fronte al suo peggior incubo, ossia la perdita della propria autorità. Nessun potere infatti, nemmeno il più dispotico, può reggersi senza una solida base di consenso.

Chi è Lorenzo Fraccaro

Classe 1998, ha una laurea in scienze politiche presso l’università di Padova. Successivamente ha conseguito il suo titolo magistrale in relazioni internazionali all’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sui totalitarismi del Novecento. Grande appassionato di storia e politica internazionale, negli anni ha approfondito eventi e dinamiche riguardanti l’Europa Orientale. Per East Journal è il responsabile dell’area che si occupa di Russia, Ucraina, Bielorussia, Caucaso e Asia Centrale.

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