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UCRAINA: Ancora bombe su Kharkiv e altre città. Il disegno dietro gli attacchi ai civili

Nuovi bombardamenti russi contro obiettivi civili a Kharkiv, Kiev e Kherson hanno ucciso almeno quattro persone. A Kharkiv il quarto piano di un edificio è crollato a seguito dell’attacco, i soccorritori sono all’opera e stanno cercando altre vittime e feriti.

I civili come obiettivo militare

Ordinaria amministrazione di un conflitto che continua a vedere i civili morire sotto le bombe. Non “danni collaterali” ma deliberati obiettivi dell’aggressione. I russi non dispongono più di missili di precisione, e si vede. Tuttavia quelli che cadono sui condomini non sono lanci a casaccio, prodotti da inefficienza o causa di forza maggiore. I civili sono stati presi di mira fin dall’inizio del conflitto. Le auto di chi fuggiva da Chernihiv, un anno fa, non venivano colpite dai tank russi per errore. I sopravvissuti raccontano di come i carri armati abbiano puntato ai loro veicoli e di come non ci fossero obiettivi militari intorno. Volevano loro, farli saltare per aria. Ed erano le prime settimane di guerra, quando ancora – secondo la vulgata – i russi erano convinti del blitzkrieg e del sostegno della popolazione locale. Un bel modo di guadagnarselo, questo sostegno, che evidentemente non hanno mai cercato.

E poi i civili a Mariupol, cui è stato reso impossibile evacuare, colpiti durante il cessate-il-fuoco, e la tragedia del teatro che dava rifugio a centinaia di persone. Quella carneficina, negata da molti, o giustificata perché “lì dentro c’erano anche soldati” ma non era vero, costò la vita ad almeno settecento persone, molti bambini. E i profughi – di Mariupol, ma non solo – forzosamente costretti a rifugiarsi in Russia (deportazione, si chiama) e utilizzati dalla propaganda estorcendo loro dichiarazioni false. Infine le persone rapite, i minori sottratti e dati in adozione a famiglie russe. I civili non sono vittime di un danno collaterale, sono un obiettivo militare.

Il disegno dietro gli attacchi ai civili

E lo sono in modo deliberato, secondo una volontà punitiva che è subentrata o si è integrata all’idea della denazificazione, ovvero dell’eliminazione più o meno mirata della classe dirigente ucraina, locale e nazionale, nella convinzione che la popolazione avrebbe infine accolto positivamente il ritorno del paese nell’orbita russa. Di fronte alla resistenza di massa del popolo ucraino, si è fatta strada dapprima la necessità della rieducazione (la “de-ucrainizzazione” di cui molto si è parlato) e successivamente – di fronte all’impossibilità di conquistare il paese – la volontà della punizione: colpire le infrastrutture civili, che è un crimine di guerra sotto ogni punto di vista, non ha un’evidente ricaduta strategica ma serve a fiaccare il morale della popolazione, a punirla per il suo rifiuto di essere parte del “mondo russo”. Di più: colpire la popolazione civile ucraina produce nell’opinione pubblica occidentale l’impressione dell’escalation, che non c’è, ma che deve essere percepita e suggerita con tutto il suo corollario di minacce nucleari. In tal modo si moltiplicheranno le richieste di negoziati, di pacificazione, facendo pressione sui governi affinché abbandonino il sostegno a Kiev. Questo è il disegno che c’è dietro l’attacco continuo verso le aree residenziali delle città ucraine. Eppure c’è chi non lo vuole ancora vedere.

Il disegno imperialista russo

E non vuole vedere il disegno imperialista del Cremlino sull’Europa orientale, o considera quest’ultima come il legittimo “orto di casa” russo. E allora non c’è niente da fare, niente da opporre a chi pensa alle relazioni internazionali come fossero una partita di Risiko. Non si può tornare indietro, tuttavia. Possiamo lambiccarci finché vogliamo, ma Varsavia, Praga, Budapest, Riga, sono e resteranno Occidente. Un Occidente sequestrato, come scrisse Milan Kundera, vittima sacrificale della cattività sovietica. E il rinnovato disegno imperiale russo punta verso di loro, non solo verso Kiev, Leopoli o Chișinău. La richiesta di smantellare la NATO da quei paesi, avanzata dai russi a gennaio come condizione per evitare l’aggressione all’Ucraina, parla chiaro anche a chi non conosce i decenni di interferenze, politiche e mediatiche, che il Cremlino ha alimentato verso quei paesi al fine di destabilizzarli, destabilizzando così l’Unione Europea.

Il ricatto nucleare che Putin continua a sbandierare “è un azzardo che, prima o poi, gli occidentali saranno costretti a smascherare” scrive Cataluccio, “altrimenti la deterrenza diventa impotenza, e la Russia potrà continuare impunita la sua politica di espansione”. Minacciare la terza guerra mondiale è cosa da pazzi, ma i russi non lo sono. Un conflitto nucleare, anche limitato all’Ucraina, non avrebbe nessun vincitore e si ripercuoterebbe sulla Russia stessa.

La Russia oltre lo specchio

Magari, a qualcuno piacerà l’idea che l’UE vada in pezzi, ma occorre guardare più in là del proprio naso. Mosca ha abbandonato da tempo ogni volontà di integrazione con l’Occidente. Il Cremlino, oggi, non punta solo a riconquistare influenza, ma vuole imporre il suo modello autoritario come alternativa alla società aperta e allo Stato di diritto europei. E lo fa attraverso la propaganda, i media e la politica. Attraverso i finanziamenti ad associazioni, movimenti politici e partiti che, da un lato, portano avanti idee euroscettiche e, dall’altro, propongono una visione del mondo che coincide con quella del Cremlino. Attraverso i forum sulla famiglia, i gruppi antiabortisti, gli ambienti clericali più conservatori.

L’Europa non è certo il migliore dei mondi possibili, ma l’alternativa non può essere il putinismo. Il disegno di Putin va molto più in là del confine ucraino, e in parte stava riuscendo. Lo vediamo oggi nella difficoltà, da parte dell’opinione pubblica, di vedere la Russia per quello che è. C’è un putinismo interno e interiore, alimentato da anni di propaganda, coltivato da manutengoli e prezzolati, di cui dobbiamo liberarci per vedere, al di là dalle ideologie, la Russia oltre lo specchio.

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immagine da war.ukraine.ua, di Roman Pilipey per Getty Images

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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