I russi stanno deliberatamente colpendo i civili?

I civili sono sempre più un obiettivo di questa guerra. Non “danni collaterali” ma bersaglio. Colpiti deliberatamente. A quale scopo?

Maxim è seduto dietro. Alle sua spalle Chernihiv brucia. La macchina corre veloce, lontano dal pericolo. Dopo settimane di bombardamenti, era giunto il momento di andarsene approfittando di una tregua. Accanto a lui c’è sua sorella Diana, cinque anni più grande. La strada è per forza quella, dritta verso Kiev, altrove non si passa. La macchina corre veloce, verso il pericolo. Alle loro spalle Kolychivka brucia, un villaggio appena. Maxim è seduto dietro, la madre cerca di tranquillizzarlo, ha quindici anni appena.

Un carro armato russo procede in senso opposto, occupa la strada. Subito parte un colpo. Sasha deve decidere, e accelera. Un colpo ancora, e altri spari verso la macchina. Il padre inchioda e grida di uscire dal veicolo, presto, uscire e buttarsi in qualche fosso. Maxim ha un buco nel petto, sbocca sangue. Non può scendere. Dietro i cespugli, Diana è ferita a un piede e il padre lo fascia come può. I soldati fanno voci, li stanno cercando. La madre ha una grossa macchia che impregna il giaccone, il sangue è suo. Sasha lo sbottona, ma la ferita non si può fasciare. La ferita attraversa il ventre, gli intestini non stanno in sede. “Moriremo qui?” chiede Diana. “Probabilmente”.

Sasha striscia tra gli sterpi, apre la via. Anche la madre si trascina, ancora un po’, ancora un po’. Passano un boschetto, e campi in fiamme, e una foresta. Sasha e Diana si salveranno, all’ospedale le amputeranno tre dita. Non c’era un obiettivo militare su quella strada, non c’era un obiettivo militare intorno. L’obiettivo erano loro.

Era il 9 marzo, lo stesso giorno in cui venne colpito l’ospedale pediatrico di Mariupol’. Il giorno dopo a Mykolaiv viene colpita una scuola, vuota, e un supermercato, uccidendo nove persone. Due giorni dopo, a Chernobayevka, soldati russi hanno saccheggiato un negozio di liquori, poi hanno sparato a caso contro le abitazioni dei civili, il numero di morti è sconosciuto. Il 14 marzo è stato ucciso un altro ragazzo, anche lui di quindici anni, da una scheggia di granata caduta a Chuhuiv, sobborgo di Karkhiv. A molti chilometri di distanza, il sindaco di Irpin denunciava che i russi lanciano granate sulla gente in fuga, sugli autobus e sulle auto private che provano a lasciare la città. Il 16 marzo, a Chernihiv, muoiono dalle dieci alle diciassette persone, colpite da una granata mentre erano in fila per il pane. E poi c’è Bucha, più di trecento, le mani legate dietro la schiena, i segni delle torture, le bambine e i bambini violati davanti alle madri. E c’è Kramatorsk, trentacinque rimasti sul selciato della stazione, colpiti da due missili lanciati da Shakhtarsk, cittadina in mano alle milizie separatiste del Donbass.

L’obiettivo sono i civili. I civili con le mani alzate, freddati sul posto. I civili nelle auto in fuga, sparati in faccia dentro il veicolo. I civili in coda per il pane. E le mine lungo i corridoi umanitari, e le bombe sui serbatoi dell’acqua, sulle centrali elettriche, sui supermercati e sulle stazioni, per assetare e affamare, per imprigionare e macellare. I civili sono il vero obiettivo militare, d’altronde lo scopo è de-ucrainizzare, come recitava il folle editoriale pubblicato su Ria Novosti lo scorso 3 aprile, sorta di delirante manifesto del putinismo. Ma i russi negano, sistematicamente negano, Chernihiv, Irpin, Bucha, Makariv e Kramatorsk, tutto falso. Gli ucraini si stanno sterminando da soli, evidentemente.

Qual è lo scopo? Quali le ragioni? L’aeronautica russa ha pochi ordigni guidati, di quelli “intelligenti” e chirurgici. Per evitare la contraerea, i bombardieri volano alti e lanciano senza precisione. I piloti hanno meno di cento ore di volo alle spalle, la metà dei loro omologhi occidentali, e non c’è coordinamento tra raid aerei e segnalazione degli obiettivi da terra. Il grosso delle vittime però viene dai cannoneggiamenti, ore e ore, che nemmeno durante la Seconda guerra mondiale, a far tremare la terra e l’anima, a fiaccare ogni resistenza morale. Colpire i civili per spaventare, annichilire un paese. E trucidare infine, casa per casa, seminando il terrore. E il terrore è un’arma potente in guerra.

Ogni retorica è infine nuda, altro che “popolo fratello”. I russi uccidono senza pietà. E obbediscono agli ordini. Le diserzioni dei primi giorni, comunque minime, sembravano una crepa nel monolite bellico russo. Giovani soldati che chiamavano la mamma in lacrime. Ma è tutto finito, cadono disciplinate le granate e le bombe, il massacro è ordinato e metodico. E non serve scrivere “bambini” a caratteri cubitali. Anche i bambini vanno ammazzati, sono futuri nazisti. Lo dicono i soldati russi curati dai medici ucraini a Zaporizhzhia che, imbestiati, chiedono “perché ci curate?”. Perché sarebbe un crimine non farlo.

La guerra ha le sue regole, almeno in teoria. Il diritto internazionale lo dice chiaramente: “Persone e beni civili non possono essere attaccati in nessuna circostanza. Le parti in conflitto devono sempre distinguere gli obiettivi militari dai civili o dai beni di carattere civile”. Parole vuote, oramai. I russi stanno deliberatamente colpendo i civili. Non è un errore. E non è la guerra, come amiamo ripeterci. È un’idea criminale della guerra, che certo non nasce oggi. E non finirà oggi.

Immagine da Flikr, su licenza creative commons CCBY 2.0

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra" e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015).

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