Auschwitz

Né russi, né ucraini. A liberare Auschwitz furono i sovietici

La polemica sull’esclusione della Russia dalle celebrazioni nell’anniversario della liberazione di Auschwitz ha lasciato rapidamente il posto alla memoria del genocidio che il campo di sterminio rappresenta. La polemica è infatti poco stimolante – è comprensibile che il direttore del Museo, Piotr Cywinski, non abbia voluto mandare una lettera d’invito al Cremlino, c’è una guerra in corso e i polacchi sono in prima linea nel sostegno a Kiev – mentre più interessante è l’uso della memoria. La memoria, personale o collettiva, è malleabile, modificabile, ricostruttiva. La storia invece è una disciplina rigorosa, basate su fonti fattuali, incrociate e verificate, vagliate e poi interpretate. Il Giorno della Memoria non può che essere affrontato alla luce della Storia e non sulla base di rielaborazioni di comodo. Una di queste interpretazioni, che risente del clima di guerra, vuole che siano stati gli ucraini a liberare il campo di Auschwitz. Ma è proprio così?

Chi ha liberato Auschwitz?

Il campo di Auschwitz fu liberato dalle truppe sovietiche e i primi soldati che arrivarono al campo appartenevano a un reparto comandato da Anatolij Shapiro, ebreo della regione di Krasnohrad, citta dell’oblast’ di Kharkiv, in Ucraina orientale. Shapiro era dunque ucraino, volontario nell’Armata Rossa. Il suo reparto – circa 900 uomini – faceva parte del Fronte Ucraino, un gruppo d’armate di centinaia di migliaia di soldati attivo sul fronte ucraino, da cui il nome. I soldati di Shapiro erano alla testa delle truppe che avanzavano verso la città di Oświęcim – in tedesco Auschwitz, da cui prese nome il complesso di campi di concentramento e sterminio di Auschwitz, Birkenau, Monowitz e altri 45 sotto-campi. Il Fronte Ucraino era composto in larga parte da soldati ucraini. Man mano che le regioni venivano liberate, infatti, gli uomini venivano arruolati e si arrivò al punto che circa il 40% dei soldati del Fronte proveniva dai territori dell’Ucraina, sia centro-orientale, sia occidentale, quindi anche “russofoni” come oggi li definiremmo. Alcuni battaglioni erano – secondo gli studiosi – al 60% composti da ucraini.

Tuttavia, porre l’accento sull’origine etnoterritoriale del battaglione che liberò Auschwitz è fuorviante. Il concetto di identità ucraina si è molto evoluto da allora, tanto da non poter definire univocamente come “ucraini” i soldati che allora combatterono per l’Armata Rossa, il cui carattere sovranazionale impedisce di fatto una lettura in chiave nazionalistica di quegli eventi. È bene ricordare come il primo generale che guidò il Fronte Ucraino, Nikolaj Vatutin, sia morto in un’imboscata tesa proprio dai nazionalisti ucraini dell’UPA nei pressi di Rivne. Il Fronte Ucraino combatté anche contro i partigiani nazionalisti ucraini che – tra le altre cose – avevano aderito a dottrine antisemite (non così la popolazione, che rimase sostanzialmente passiva in attesa della fine del conflitto). Per questo molti ebrei – russi, ucraini, bielorussi – aderirono e sostennero i bolscevichi. La loro esperienza e il loro sacrificio non possono essere letti in chiave nazionalista.

Porre oggi l’accento sulle nazionalità di allora rischia di essere un esercizio di revisionismo – comprensibile in un periodo di guerra come questo, ma meno accettabile se condotto da personalità non direttamente coinvolte nel conflitto, come giornalisti o intellettuali occidentali. Per quanto possano non piacerci l’URSS o la Russia di oggi, non è attraverso un uso capzioso del passato che si può pensare di aiutare la causa ucraina.

Nessuno ordinò di liberare Auschwitz

Nessuno aveva ricevuto l’ordine di liberare il campo. Scrive Antonella Salomoni, in “L’Unione Sovietica e la Shoah” (Il Mulino, 2007) che «i militari non erano informati di Auschwitz in quanto luogo di concentramento e di sterminio. Nessuno aveva ricevuto in proposito un qualche ragguaglio e un’adeguata preparazione. I documenti che predisponevano l’operazione, che pure erano molto dettagliati ed erano stati esaminati dai massimi responsabili della forze armate insieme a Stalin (che sapeva del campo, ndr), non facevano nessuna menzione del luogo».

Fu così che quattro soldati sovietici si imbatterono nel campo di Auschwitz senza nemmeno sapere cosa fosse. Scrive Primo Levi: «Erano quattro soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. […] Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono».

Dopo questi quattro giunsero gli altri, gli uomini di Shapiro e del Fronte Ucraino. La liberazione di Auschwitz fu dunque un caso, un esito non voluto dell’avanzata verso Oświęcim, e questo ridimensiona di molto la retorica della liberazione del campo, di cui pure si sapeva tutto. E allora perché non inserirlo tra gli obiettivi della guerra? Per “l’antisemitismo personale di Stalin”, spiega Salomoni citando le memorie di Vassilj Petrenko, comandante di una delle divisioni che liberò Auschwitz.

Auschwitz paradigma del male

Così come la liberazione di Auschwitz – e in generale, la vittoria sul nazifascismo – sono un potente strumento retorico e di propaganda nelle mani del Cremlino, allo stesso modo possono essere usati dal governo ucraino in cerca di legittimità e sostegno internazionale. La dimensione iperbolica del male che, oltrepassando ogni umano valore e limite, ci ha sprofondato nell’abisso che ogni altro male riassume, ha fatto di Auschwitz una sorta di paradigma dell’orrore assoluto. Il richiamo ad Auschwitz – non tanto nei fatti, quanto alla sua dimensione simbolica – è frequente di fronte alle sempre nuove crudeltà di Sarajevo, Srebrenica, Grozny, Bucha. L’esclusione dalle celebrazioni – dal rito catartico della memoria con cui dovremmo immunizzarci da altre barbarie – è un segnale forte rivolto a un governo, e a un paese, che hanno riportato la guerra in Europa. Un segnale condivisibile, certamente comprensibile in un momento come questo. Eppure appare poco costruttivo il paragone, implicito od esplicito, tra la Shoah e quanto sta subendo oggi la popolazione ucraina (una serie di stragi e violenze inumane e gratuite, ma non un genocidio). O quello tra la Russia putiniana e la Germania nazista. Paragoni che non aiutano a capire la specificità di questa guerra, che è drammatica anche senza bisogno di omologarsi a tragedie passate.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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