STORIA: La crisi anglo-russa al dogger bank

Il Great game 2.0 estesosi in Europa negli ultimi mesi, al di là delle giuste reazioni all’invasione Russa in Ucraina, rispolvera antiche fratture diplomatiche, inserite saldamente nella tradizionale ostilità occidentale nei confronti della Russia (e viceversa).

Basterebbe tirare in ballo linee di forza religiose, geopolitiche e ideologiche di cui si nutre la russofobia europea (Guy Mettan) per comprendere, contra evidentiam, il profondo astio nei confronti del popolo russo. In realtà, proprio attraverso questo redivivo dualismo, InghilterraRussia, o alla recente risoluzione del Parlamento europeo (Russia Stato sponsor del terrorismo), senza scomodare la Scienza nuova di Vico, veniamo inesorabilmente catapultati ad eventi del passato.

Dopo le prime informazioni, attraverso gli itinerarium del XV secolo, è con la compagnia di Moscovia nel 1555, che l’Inghilterra decise di allacciare i primi rapporti diplomatici ed economici con l’isolato ducato di Moscovia, non ancora capitale dell’impero russo. Ivan IV (Groznyj) concesse diversi privilegi alla compagnia fra cui la completa libertà di movimento all’interno del paese e il divieto di arresto nei confronti di cittadini inglesi. Contemporaneamente invece cresceva il giudizio nei confronti del popolo moscovita da parte di un’ampia fetta dell’elite inglese, espressione poi racchiusa nel pensiero del letterato inglese Philip Sidney, il quale nel 1591 ebbe modo di affermare:“Now even that footstep of lost liberty Is gone, and now like slave-born Muscovite I call it praise to suffer tyranny” (Astrophil e Stella).

Neanche la straordinaria apertura al mondo Occidentale di Pietro I Velikij mise fine al forte astio con le potenze europea, anzi la sindrome anti-russa avrebbe fatto progressi giganteschi, concependolo come un Impero-Nazione, separato, distante, opposto, antagonista ai valori della civiltà classica e cristiana, che affondava le sue radici nella corruzione etica e biologica del mondo asiatico. Il Testamento di Pietro il Grande, falso storico pubblicato durante l’invasione della Russia decisa da Napoleone Bonaparte, annunciava il tremendo progetto imperiale russo, pronto ad impadronirsi di Parigi, Berlino e Madrid. La sfilata dei cosacchi a Parigi dopo la fine delle guerre napoleoniche, aveva chiaramente mostrato alla classe dirigente inglese la potenza russa e il pericolo alla sua egemonia, tanto da diventarne l’antagonista in Asia per eccellenza, durante tutto l’Ottocento e durante i primi anni del Novecento.

Un clima di ostilità che aveva generato, nel 1828, il saggio dal titolo “On the designs of Russia”, opera del colonnello inglese George de Lacy Evans. In questo volume de Lacy descrisse i crescenti timori inglesi in merito alle intenzioni espansionistiche della Russia, considerate possibili interferenze nell’Impero ottomano e nelle vie di comunicazione con l’India. Nel saggio De Lacy fornisce suggerimenti su come affrontare la minaccia, come inviare armi a paesi al confine occidentale della Russia o realizzare qualcosa di simile alle attuali sanzioni, applicando una riduzione del commercio con la Russia, ostacolando gli interessi dei nobili.

Antefatti

L’Asia, chiaramente, risultava essere una delle maggiori aree di scontro e non a caso uno dei momenti chiave della storia zarista avvenne proprio con l’ingerenza inglese. Dopo la prima guerra sino-giapponese (1894-95), le condizioni impari imposte dal Giappone nel trattato di Shimonoseki, scatenarono il pronto intervento delle tre principali potenze europee, Russia, Francia e Germania, tutte presenti in Cina con presidi commerciali e mire espansionistiche. La Triplice d’Oriente si attivò tre giorni dopo la firma del trattato con la richiesta al Giappone di rinunciare alla proprie rivendicazioni sulla Penisola di Liaodong e conseguentemente su Port Arthur. Lo zar Nicola II di Russia ed il kaiser Guglielmo II di Germania avevano infatti dei progetti ben precisi su Port Arthur, visto come possibile sbocco al mare per la Russia.

Dietro la minaccia di un conflitto aperto da parte delle tre potenze europee, il Giappone fu costretto a ritirarsi dalla penisola di Liaodong e a rinunciare ad ogni suo diritto sulla regione, in cambio di un ulteriore indennizzo di guerra da parte della Cina. Le reali mire espansionistiche che avevano indotto la Triplice d’Oriente si manifestarono alcuni mesi dopo la cessione della penisola di Liaodong da parte del Giappone, quando la Russia iniziò la costruzione di una ferrovia che partiva da Port Arthur e diretta ad Harbin, tutto ciò in dispetto della aperte proteste diplomatiche della Cina.

Come reazione alla preponderante presenza delle potenze europee in Estremo Oriente e al fatto che la comunità internazionale permetteva loro interventi arbitrari e lesivi della sovranità nazionale degli stati più deboli, il Giappone intensificò la propria politica di potenziamento industriale e militare ottenendo in ciò enormi risultati grazie soprattutto all’aiuto della Gran Bretagna, terrorizzata dalla minaccia e dei suoi possedimenti, soprattutto dell’India, da parte della Russia (Richard Connaughton, Rising Sun and Tumbling Bear). Il 7 febbraio la flotta giapponese si incontrò con l’incrociatore Akashi, in servizio di pattuglia per controllare i movimenti della flotta russa all’ancora a Port Artur. Furono inviati verso Inchon, tre incrociatori e due torpediniere al comando del retro ammiraglio Uryu Sotokichi con a bordo 2.500 soldati, mentre il grosso della flotta al comando dell’ammiraglio Togo proseguì verso Port Arthur ( R. Connaughton).

La notte successiva le torpediniere giapponesi colpirono le imbarcazioni russe ancorate a Port Arthur. L’attacco aveva gravemente danneggiato le corazzate pesanti Cesarevič, Retvizan e l’incrociatore di 6.600 tonnellate Pallada. Tra febbraio e aprile le armate giapponesi occupano la Corea e si spinsero verso la Manciuria, mentre la piazzaforte di Port Arthur sostenne un duro assedio per mesi. Un contingente dell’esercito giapponese scese a terra a nord del porto per chiudere la ferrovia e attaccare alle spalle, mentre una seconda unità toccava terra a Inchon (Chemulpo), nella vicina Corea.

L’Incidente del dogger bank

Intanto a San Pietroburgo, il pessimo andamento del conflitto russo-giapponese, convinse il governo zarista a compiere una mossa estrema e in tutta fretta i russi decisero di inviare nel mar del Giappone la propria flotta baltica. Al comando dell’ammiraglio Zinovij Petrovič Rožestvenskij cinquanta navi da guerra salparono alla fine di agosto del 1904 dalla base di Kronstadt, di fronte a Pietroburgo, dirette a Vladivostok. L’impresa, di per se epica, doveva essere compiuta in dieci mesi. Poco dopo l’inizio del viaggio la notte del 21 ottobre 1904 però, accadde qualcosa che ancora oggi lascia perplessi. Gli ufficiali in servizio della flotta russa, avvistarono alcune imbarcazioni e interpretando i loro segnali in modo errato, li classificarono come torpediniere.

Le navi da guerra russe aprirono il fuoco e affondarono il peschereccio britannico Crane, mentre altri quattro pescherecci vennero danneggiati. Nel caos generale, le navi russe cominciarono a spararsi a vicenda, gli incrociatori Aurora e Dmitrii Donskoj furono scambiati anch’essi per navi da guerra nemiche e silurati da sette navi da guerra in formazione, danneggiando entrambe le navi e uccidendo un marinaio russo nonché un cappellano militare. Il fatto noto come incidente di dogger bank, ebbe ripercussioni decisive sull’esito del conflitto russo-giapponese. I primi rapporti (24 ottobre 1904) espressero incredulità per l’accaduto e le notizie circolarono rapidamente in quasi tutti i quotidiani del globo (tanto che giunsero anche in Giappone).

L’ambasciatore russo, Aleksandr Benkendorf, rischiò il linciaggio al Victoria station, poiché tra le varie ipotesi circolò la voce di un attacco voluto in virtù dei rapporti diplomatici esistenti tra inglesi e giapponesi. L’atteggiamento della flotta russa mandò su tutte le furie l’opinione pubblica britannica che chiese scuse ufficiali e un sostanzioso indennizzo. L’ambasciatore britannico a San Pietroburgo, Charles Hardinge, che aveva già ottenuto dal ministro degli Esteri russo Vladimir Lamsdorf, la promessa che per mantenere le relazioni amichevoli tra i due Paesi, i colpevoli dell’incidente sarebbero stati puniti. I russi invece, inizialmente negarono che i marinai avessero commesso irregolarità. Sostennero che alcune torpediniere giapponesi fossero entrate nelle acque territoriali allo scopo di attaccare la flotta baltica.

Il ministro inglese Lansdowne respinse le accuse e il 26 ottobre chiese che la flotta russa fosse tenuta all’ancora nel porto di Vigo, sulla costa atlantica spagnola finché la situazione non fosse stata chiarita. Dopo una serie di accuse e di incontri diplomatici, venne deciso dal ministro Lamsdorf e da Lord Lansdowne di fissare per il 25 novembre 1904 la data per concludere un accordo tra il Governo di San Pietroburgo e quello inglese, per nominare, primo caso assoluto, una commissione d’inchiesta internazionale (International commissions of inquiry, Francia, Stati Uniti, Inghilterra, Russia e Austria nel caso si fosse verificato uno stallo), sulla scia degli art. 1, art. 9, art. 10 e art.14 della Convenzione dell’Aia del 1899. che avrebbe potuto chiarire con cura e imparzialità l’indagine dei fatti relativi all’incidente verificatosi nella notte del 21-22 ottobre.

La Commissione d’inchiesta internazionale

Il 25 gennaio 1905, la commissione iniziò i suoi lavori ascoltando le testimonianze dei pescatori di Hull. Le udienze pubbliche, oramai di dominio pubblico presso i principali giornali europei, mandando su tutte le furie lo zar e il suo entourage, considerando che il Giappone era praticamente in attesa dell’arrivo della flotta russa. La testimonianza dell’ammiraglio Rožestvenskij invece verteva sul fatto che a più riprese era stato avvisato, dalla fitta rete di spionaggio russa, che ci fosse in atto un complotto per organizzare un attacco alla flotta russa, proprio nelle acque europee. L’ammiraglio diede quindi agli artiglieri l’ordine di sparare a vista senza però accettarsi del bersaglio, con un eccessivo uso della forza.

La parte britannica presentò invece alla corte dichiarazioni formali di tutti gli stati del Mare del Nord e del Giappone secondo cui nessuna delle loro torpediniere si trovava nell’area e affermò anche che tutti i rapporti dell’intelligence russa erano falsi. Considerando le due versioni, la decisione della commissione non si basò nel confutare o meno che il sospetto delle torpediniere fosse giustificato, ma piuttosto se fosse stato possibile, da parte degli ufficiali russi, valutare la presenza o meno dei pescherecci. Contro il voto del delegato russo, il tribunale decise che la flotta doveva aver scambiato due delle sue navi per torpediniere giapponesi (l’Aurora e il Donskoij) e attaccato in maniera ingiustificata pescherecci inglesi. L’errore della vedetta venne spiegato quale illusione ottica notturna.

Interessante notare invece che l’ufficiale russo descrisse le dimensioni tipiche di un cacciatorpediniere (di costruzione inglese) che all’epoca, rappresentava un nuovo tipo di nave sviluppato per contrastare appunto le torpediniere. La Russia, costretta dalla commissione a pagare un forte indennizzo (65.000 sterline), subì anche l’onta di una gogna mediatica di portata internazionale. L’arretratezza tecnologica zarista sarebbe stata probabilmente decisiva anche senza la crisi del dogger bank, ma il ritardo e l’assenza di una segretezza della missione furono palesemente determinanti per l’esito della guerra, con la flotta russa che venne completamente spazzata via nella battaglia di Tsushima nel maggio del 1905.

Nell’estate del 1905 mentre la Russia negoziava la pace con il Giappone, la popolazione era in subbuglio. La guerra aveva esacerbato e insieme reso più tangibile che mai l’insofferenza di moltissimi russi nei confronti dello status quo e degli uomini che governavano il Paese. La frattura che segnò per sempre la dinastia della famiglia Romanov avvenne in una gelida domenica del 22 gennaio 1905 (Krovavoe voskresen’e), quando una grande processione di operai accompagnati dalle rispettive famiglie con a capo il prete Georgij Gapòn, si incamminò verso il Palazzo d’Inverno, con in mano una petizione che chiedeva importanti riforme politiche ed economiche allo zar Batjuška. Le autorità avevano mobilitato un gran numero di truppe, sotto il comando dello zio di Nicola II, il granduca Vladimir. Quando i dimostranti si rifiutarono di obbedire all’ordine di sciogliersi e ritornare alle proprie case, furono avvolti da una serie di scariche di fucileria.

Fonte immagine: wikimedia

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