STORIA: La domenica di sangue del 1905

Il 22 gennaio del 1905 (9 gennaio del calendario giuliano) si consumava a San Pietroburgo uno dei tanti scempi dell’autocrazia zarista ai danni dei lavoratori russi. Un massacro perpetrato contro manifestanti disarmati e pacifici il cui obbiettivo era incontrare lo zar Nicola II.

Chiedevano più giustizia sociale, diritti sindacali e libertà politiche. Lo zar rispose con la violenza militare dell’esercito e della guardia imperiale.

L’eccidio del 9 gennaio darà il via alla prima Rivoluzione russa (1905 – 1907), che porterà la dinastia dei Romanov sull’orlo del baratro causando una profonda frattura tra le masse e Nicola II. Una frattura mai risanata dalla quale matureranno i frutti della Rivoluzione d’ottobre del 1917.

Andando alla ricerca delle cause che furono alla radice del declino imperiale dell’epoca ci si imbatte nella crisi industriale (1901 – 1903) e nella disastrosa guerra persa contro il Giappone (1904 – 1905). Tuttavia, un ruolo cruciale lo giocò la totale incapacità, da parte dello zar come della nobiltà e delle classi benestanti, di comprendere il profondo disagio esistenziale e materiale che la maggioranza del popolo russo viveva sulla propria pelle.

 

“Il 9 gennaio 1905 sull’isola Vasil’evskij”, Vladimir Makovskij

 

La condizione delle classi subalterne nella Russia di inizio ‘900

Undici ore e mezzo passate in fabbrica. Ogni giorno. Senza tregua. Era questo, alle soglie del ‘900, l’orario giornaliero di lavoro per un operaio nella Russia imperiale. Nessun diritto sindacale, nessuna libertà politica. Investito da un processo industriale ampiamente guidato dallo stato e sradicato dall’obščina (la comunità contadina delle zone rurali), il lavoratore russo di inizio secolo veniva catapultato in un inferno urbano fatto di miseria, sfruttamento e costante sopraffazione.

Non che le sue condizioni materiali fossero migliori nei villaggi rurali: l’abolizione della servitù della gleba, avvenuta nel 1861, di fatto condannava i contadini ad indebitarsi con la nobiltà latifondista, tutelata dal potere zarista grazie ad un riscatto più alto del reale valore di mercato della terra. Nei primi anni del XX secolo questa condizione costringeva più della metà dei contadini russi a svolgere lavori stagionali nelle città per soddisfare i bisogni più elementari di sopravvivenza.

Dall’altra parte della barricata si trovava lo zar, per legge non obbligato a rispondere delle sue azioni: legislatore, esecutore, giudice e arbitro dei destini di milioni di disperati senza nome. Ad affiancarlo, una classe di nobili asserviti tanto esigua numericamente quanto potente economicamente (nel 1905, l’1% delle famiglie produceva il 15% del reddito totale dell’impero), il clero fedele all’imperatore e una borghesia concentrata nelle città priva di inclinazioni rivoluzionarie.

Complice anche la piaga dell’analfabetismo (nel 1900 solo un quarto dei contadini russi era in grado di leggere e scrivere) i membri delle classi subalterne accettavano passivamente l’ordine sociale e politico. Soprattutto per chi lavorava la terra, la vita rimaneva scandita da ritmi arcaici, guidata da una natura crudele e ingovernabile.

 

Riunione del villaggio; Oblast’ di Samara; 1900-1903

 

Ma la crescita poderosa del settore industriale a cavallo tra il XIX e XX secolo avrebbe, in poco più di un decennio, cambiato quest’ordine di fattori.

 

Una nuova classe e la nascita delle organizzazioni operaie

La grande mole di lavoratori stagionali che si spostava nelle città dalle zone rurali si tramutava progressivamente in un gruppo sociale sempre più ampio e coeso. Rispetto al proletariato industriale, questa nuova classe di operai-contadini era meno dipendente dal lavoro nelle fabbriche e di conseguenza più propensa, se necessario, allo scontro conflittuale con gli industriali. Un estremo fattore di rischio per l’equilibrio e la sopravvivenza dello stato guidato da Nicola II.

Ma nei primi anni del XX secolo il socialismo non era ancora uno strumento in grado di erodere la legittimazione politica dello zar. Le masse operaie e contadine rimanevano estranee all’idea di un sovvertimento radicale dello status quo. Le richieste dei lavoratori erano principalmente confinate alla sfera economica, legate all’aumento dei salari e al miglioramento delle loro condizioni di vita materiali.

Ad accorgersi della necessità di canalizzare queste richieste in un contesto istituzionale fu il capo dell’Ochrana (la polizia segreta) di Mosca, Sergej Vasil’evič Zubatov. Per evitare che il proletariato diventasse un’arma nelle mani dei marxisti Zubatov costituì delle organizzazioni operaie direttamente controllate dalle autorità: le società di mutuo soccorso.

In attività dal 1901 queste associazioni videro la loro fine già nel 1903: la totale assenza di diritti sindacali su un piano giuridico smascherò presto le reali intenzioni di queste organizzazioni, tese all’esclusivo controllo del movimento operaio e sostanzialmente incapaci di tutelare i diritti dei lavoratori.

Un caso del tutto peculiare fu quello dell’Assemblea degli operai del pope Georgij Gapon, fondata a San Pietroburgo nel 1904 e inclusiva dei soli lavoratori cristiani. Accettata delle autorità e dotata di uno statuto che non rivendicava diritti sindacali o libertà politiche, l’Assemblea si distinse per un’efficace organizzazione del dopolavoro, permettendo ai suoi iscritti di partecipare a diverse attività culturali.

Ma anche in questo caso le contraddizioni erano destinate a venire drammaticamente in superficie.

 

Lo sciopero e la repressione militare

Quando, nel dicembre del 1904 le officine Putilov di San Pietroburgo licenziarono quattro operai iscritti all’Assemblea, Gapon si schierò dalla parte dei lavoratori e appoggiò la loro decisione di entrare in sciopero. Insieme alle maestranze delle altre fabbriche della città, il 18 gennaio i lavoratori della Putilov affollarono le strade di San Pietroburgo.

Il giorno dopo, Gapon e intellettuali liberali elaborarono un programma di riforme sociali e politiche da presentare allo zar il 22 gennaio. L’intenzione dei lavoratori in sciopero e di Gapon era quella di consegnare il programma direttamente allo zar concludendo il corteo, che sarebbe stato pacifico, davanti al Palazzo d’Inverno.

Rinchiuso nella residenza estiva di Carskoe Selò, 26 chilometri a sud di San Pietroburgo, Nicola II non accettò nessuna delle richieste avanzate. Sordo ad ogni richiamo della maggioranza del popolo russo, lo zar non rientrò nel Palazzo d’Inverno e proclamò lo stato d’assedio.

Il 22 gennaio le fucilazioni, le cannonate e le cariche della cavalleria sulla folla causarono un migliaio di morti (130 per le stime ufficiali, molti di più secondo le fonti indipendenti), lavando nel sangue l’ingenuità di chi come Gapon si illudeva di trovare nello zar una figura super partes, pronto ad ascoltare le esigenze dei lavoratori, costretti all’epoca in una condizione di miseria materiale, spirituale e politica.

Nicola II, ben lontano dalla propagandistica figura di “padre” del popolo, intimamente legato al bene dei suoi sudditi aldilà della loro classe di provenienza, rimaneva invece il perno di un sistema reazionario che considerava la magmatica massa degli ultimi mera carne da macello. Una massa pronta ad essere sacrificata sull’altare della storia ogni qual volta si fosse rivelato necessario.

 

Ricostruzione dell’eccidio al Palazzo d’Inverno nel film “Il 9 gennaio” di Vjačeslav Viskovskij (1925)

 

Il risveglio amaro della classe operaia dopo i fatti del 9 gennaio porterà progressivamente il movimento dei lavoratori ad abbandonare le politiche di conciliazione con il padronato e lo zar per avvicinarsi al conflitto frontale con i suoi aguzzini.

Nei mesi successivi il governo perderà momentaneamente il controllo di diverse città. Nell’esercito e nella marina ci saranno ripetuti casi di defezione e ammutinamento (celebre quello della corazzata Potëmkin). I lavoratori formeranno i primi soviet. Da queste scintille si propagherà il fuoco della rivoluzione bolscevica…

Chi è Stefano Cacciotti

Sono nato a Colleferro (RM) nel '91 mentre i paesi del socialismo reale si sgretolavano. Sociologo di formazione, ho proseguito i miei studi con una magistrale sull'Europa Orientale (Mirees), passando per Varsavia (2013) e Budapest (2016).

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