STORIA: L’incendio di Smirne e la catastrofe d’Asia Minore

Le fotografie d’epoca che documentano il devastante incendio di Smirne del 1922, evento di cui quest’anno ricorre il centenario, testimoniano non solo un avvenimento drammatico e il principio di una tragedia umanitaria, ma immortalano anche un momento che si rivelò un vero e proprio spartiacque nelle vicende storiche della regione.

“La Catastrofe”

L’incendio della città portuale di Smirne, oggi İzmir, è un evento che nella sua tragicità condensa ciò che la storiografia greca chiama la Catastrofe d’Asia Minore (Mikrasiatikí Katastrofí), o più semplicemente i Katastrofí, “la Catastrofe” per antonomasia.

Il rogo del 13 settembre ’22, se di fatto annuncia la fine della guerra greco-turca e suggella la disfatta della Grecia nel conflitto, segna anche il definitivo tramonto della Megali Idea, l’ambizione irredentista ellenica del governo di Venizelos — in realtà un progetto antico, già riemerso nel corso dell’indipendenza greca e mai abbandonato nei successivi cento anni. Proprio il disgregarsi progressivo e inesorabile dell’Impero ottomano, culminato con la sconfitta della Triplice Alleanza nella prima guerra mondiale, alimentò la speranza greca di rifondare una sorta di “Grecia estesa”, unendo sotto una stessa bandiera i territori d’Asia Minore storicamente abitati da popolazioni ellenofone: le città della costa egea come Smirne, ma anche la regione del Ponto sul Mar Nero, oltre naturalmente a Costantinopoli quale capitale.

La fine di un’era

Anche prescindendo dalla prospettiva greca, che puntava ad una riunificazione politica e culturale che potremmo definire neo-ellenistica o neo-bizantina, gli eventi degli anni Venti segnano comunque la fine di una diversa ecumene secolare, quella ottomana. Città multietniche e cosmopolite, con lo sgretolarsi dell’Impero, verranno rapidamente nazionalizzate, secondo una logica di omogeneità etnica, linguistica e religiosa.

Era già successo pochi anni prima a Salonicco, annessa alla Grecia nel 1913 insieme alla regione della Macedonia, a seguito della seconda guerra balcanica. Anche il suo destino fu segnato da un devastante incendio che la colpì nel 1917, distruggendone due terzi del centro storico e ponendo le premesse di una più rapida e radicale ellenizzazione.

Nel caso di Salonicco la comunità più colpita fu quella degli ebrei sefarditi, da secoli gruppo maggioritario numericamente e culturalmente nella città, chiamata infatti “Madre de Israel” o “Gerusalemme dei Balcani”; il pogrom del 1931 e l’occupazione nazista fecero il resto, trasformandola in quella che lo storico Mark Mazover chiama “città di fantasmi”.

Tornando invece a Smirne, nel suo rogo si consumò l’inizio della completa turchizzazione della città, con la morte o la fuga dei greci smirnioti e di altri centri d’Asia Minore, che cercavano di sfuggire all’avanzata delle truppe di Kemal Atatürk.

Così, tra i fumi delle città in fiamme, finiva la convivenza secolare delle diverse “nazioni” (millet) nei territori ottomani: le comunità greche ortodosse, musulmane, armene, ebree sefardite, bulgare ma anche levantine e franche (di origine europea occidentale), che avevano vissuto fianco a fianco per secoli, si trovarono improvvisamente divise da identità nazionalistiche e confini.

Lo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia

Il caso forse più eclatante avvenne proprio a seguito della disfatta ellenica in Asia Minore e dell’incendio di Smirne: il trattato di Losanna del 1923, con l’intento di assicurare una maggiore omogeneità etnico-religiosa nei territori di confine dei rispettivi stati (la Macedonia e la Tracia occidentale per la Grecia, la Tracia orientale e la costa egea per la Turchia), decretò uno scambio di popolazioni tra i due paesi.

Fu così che si creò un esodo di profughi nelle due direzioni, costretti ad abbandonare villaggi, città, case ed averi, per trasferirsi dall’oggi al domani in un nuovo territorio sconosciuto, ma diventato formalmente la loro patria: si stima un movimento di un milione e mezzo circa di cristiani greco-ortodossi verso la Grecia e di cinquecentomila musulmani verso la Turchia.

Il trauma di questa emigrazione forzata e massiccia avrà ripercussioni di lungo periodo nella storia dei due paesi: particolarmente in Grecia, sia per il l’entità numerica dei profughi, sia per l’impatto che ebbe l’arrivo di questi nelle periferie di Salonicco ed Atene.

Testimonianze di questo sradicamento sono ancora vive nella memoria delle persone, nelle parole degli esuli e dei loro discendenti, ma anche presenti nelle fratture culturali del territorio (esemplare il caso di Ayvalık e Mytilini), in romanzi ambientati all’epoca dei fatti e in musei dedicati.

Chi è Sergio Pugnalin

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