GRECIA: Kavala, la città degli esuli dalla Turchia che ci parla dei rifugiati di oggi

A distanza di quasi cinque anni dall’avvio della crisi dei rifugiati dell’estate 2015, la Grecia continua ad essere interessata da un intenso flusso migratorio che si sviluppa prevalentemente via mare dalla vicina Turchia, composto in larga parte da persone di nazionalità siriana e afghana. La situazione appare ancora estremamente delicata per le isole egee di Lesbo, Chios e Samos, dove gli sbarchi non si sono mai interrotti, acquisendo nuovo vigore nel 2019 nonché, tragicamente, proprio negli ultimi giorni.

Nel contesto ellenico, la riflessione su questioni riguardanti migrazione forzata ed integrazione non può esulare dalla considerazione di importanti parallelismi con eventi di un passato non molto distante e ancora doloroso. La storia ha infatti portato la Grecia a confrontarsi in maniera improvvisa con un massiccio fenomeno migratorio circa un secolo fa, in una delle più grandi tragedie che il paese dovette fronteggiare nel suo percorso successivo all’indipendenza dal dominio ottomano: in tale occasione, un numero sbalorditivo di rifugiati di origine greca, oltre un milione, fece arrivo in pochi mesi in territorio ellenico, provenienti dai territori dell’Asia minore.

La sorte dei greci dell’Asia minore

Un museo nella città nord-orientale di Kavala raccoglie alcune di queste storie di esilio attraverso centinaia di oggetti rappresentativi della vita e delle tradizioni culturali dei greci che vennero sradicati dai loro territori natii in seguito alla cosiddetta “Catastrofe dell’Asia minore”. Questa denominazione si riferisce alla sconfitta che la Grecia subì nella guerra del 1919-22 con la Turchia, a cui seguì la convenzione di Losanna sullo scambio di popolazioni del 1923. Conseguentemente, all’incirca 1,3 milioni di persone di origine greca furono costrette a lasciare le proprie case in varie regioni nell’odierna Turchia, e lo stesso toccò a 400.000-500.000 cittadini di fede islamica (prevalentemente turchi, ma anche musulmani di lingua greca, rom, pomacca ed altre) residenti in territorio greco.

Gli esiliati di fede greco-ortodossa, appartenenti al cosiddetto rum millet, erano originari di diverse aree geografiche: fra queste, la Cappadocia, la costa egea (soprattutto le città di Ayvalık e Smirne), il Ponto (situato a nord-est del paese) e la Tracia (la Turchia europea).

Fra i greci esiliati giunti via mare, alcuni optarono per rimanere nelle isole egee, mentre la maggioranza proseguì il suo viaggio verso i principali centri urbani del paese, Atene e Salonicco innanzitutto, e dunque Kavala, vicina sia al confine turco che a quello bulgaro. La Grecia, che contava approssimativamente cinque milioni di abitanti prima di questo evento, dovette pertanto affrontare l’ardua impresa di assorbire una quantità di rifugiati corrispondente a circa un quarto della sua popolazione.

Il Museo dei rifugiati ellenici

A distanza di molti decenni da quell’evento, circa una decina di anni fa, Elena Zacharopoulou, ora curatrice del museo, lanciò un’iniziativa per sollecitare donazioni di oggetti personali, rivolgendosi ai discendenti degli esuli del 1923, e fu così che venne raccolta un’ingente mole di materiali da esibire al pubblico. Nel 2012, un primo museo venne allestito all’interno di un appartamento del centro storico, prima che la sua sede venisse trasferita in maniera definitiva in uno storico edificio appositamente restaurato nel 2017. Ufficialmente inaugurato a fine 2018, il Museo dei rifugiati ellenici custodisce circa 1300 fra oggetti, libri, documenti e fotografie testimonianti la vita dei greci nella penisola anatolica, così come dei primi anni a Kavala come rifugiati.

Sofia Tsigkou è presidente del club dei discendenti dei rifugiati dell’Asia minore di Kavala, ed attiva da molti anni nella promozione del ricco retaggio culturale dei suoi antenati. Sua nonna proveniva infatti dalla Cappadocia, e parlava quasi solo il turco, scrivendolo però in caratteri greci: apparteneva al gruppo dei cosiddetti karamanlides (o karamanli), ovvero a quella popolazione di fede greco-ortodossa ma di lingua turca presente da secoli in Anatolia. La signora Tsigkou ricorda ancora come, molti anni dopo essere giunta a Kavala in seguito allo scambio di popolazioni del 1923, sua nonna cercasse di comunicare con lei in questo particolare dialetto turco (infarcito di molti prestiti greci), scontrandosi con le rimostranze del marito, anche lui di origine karamanli, il quale nella sua nuova patria preferiva però esprimersi unicamente in greco.

L’integrazione dei rifugiati nella città

Un secolo fa, Kavala era una città portuale geograficamente strategica e per tale motivo molti di questi esuli finirono per insediarvisi dopo essere transitati per le isole dell’Egeo. Al tempo, le autorità provvedettero a fornire loro alloggio in diverse strutture, fra cui le case ottomane appartenute agli abitanti musulmani esiliati in Turchia, e soprattutto i grandi depositi di tabacco presenti nell’area. Interessantemente, queste stesse strutture finirono per ospitare anche i rifugiati armeni sopravvissuti al genocidio perpetrato da parte delle autorità ottomane durante la prima guerra mondiale, i quali avevano iniziato a giungere a Kavala in seguito al grande incendio di Smirne del settembre 1922. La sorte di questa popolazione in quel momento incrociò quella degli esiliati greci e molte persone di entrambi questi gruppi trovarono poi un’occupazione professionale proprio nella lavorazione del tabacco.

La signora Tsigkou sottolinea come, all’epoca, il processo di integrazione della popolazione esiliata non fu affatto facile: seppure l’affiliazione confessionale dei profughi fosse greco-ortodossa, e nonostante essi provenissero da territori che i greci avevano sempre visto come “propri” in virtù della storia millenaria di questa civiltà in Asia minore, scarsa fu l’empatia che gli abitanti locali manifestarono nei loro confronti. Di conseguenza, come fa notare Sofia Tsigkou, non c’è molto da stupirsi del fatto che i rifugiati siriani oggigiorno non vengano accolti con particolare benevolenza.

Tuttavia, Kavala possiede di certo il potenziale per comprendere più di altri luoghi la condizione di sradicamento dalla propria terra e le sfide poste dall’integrazione dei rifugiati: la città, liberata dal dominio ottomano durante la seconda guerra balcanica del 1913, contava 20.000 abitanti prima dell’arrivo dei profughi, che salirono a 60.000 con l’arrivo di circa 8.000 famiglie esiliate, rendendola così la quarta maggiore città del paese dopo ad Atene, Salonicco e Patrasso. Oggigiorno, gli abitanti sono 70.000, di cui il 70% discendente proprio da quei rifugiati degli anni ‘20 integratisi con successo nel corso del tempo.

Le iniziative bilaterali greco-turche

A distanza di quasi un secolo dal trauma di quell’esilio forzato, i ricordi e le emozioni sono ancora forti nei discendenti degli esuli e si traducono in numerose iniziative volte a mantenere vivi i legami transgenerazionali con i territori anatolici. Un esempio significativo è rappresentato dai viaggi che la comunità organizza in Cappadocia per visitare i villaggi natii che i nonni e bisnonni dovettero abbandonare in tutta fretta.

La signora Tsigkou racconta di avervi già partecipato due volte, riuscendo con grande commozione persino a rintracciare la casa che era appartenuta a sua nonna. Ricorda anche come a tanti rifugiati sembrò del tutto naturale portare via con sé le chiavi di casa, nella convinzione di potervi fare ritorno in un momento non troppo lontano del futuro. La comunità ha nel corso degli anni stabilito un importante contatto con quella dei discendenti dei turchi esiliati da Kavala e finiti in Cappadocia in seguito allo scambio di popolazione.

Ed è stato così che, assieme agli attuali abitanti del villaggio natale di sua nonna, Sofia Tsigkou ha potuto ballare le tipiche danze cappadoce che padroneggiava abilmente, avendole apprese da sua nonna fin da piccola, recuperando così parte dell’immaginario nostalgico di quei territori. In un’altra occasione, la comunità turca ha fatto a sua volta visita alla città di Kavala alla ricerca delle dimore degli antenati, in quello che si è rivelato un’ulteriore evento simbolico di rafforzamento delle relazioni fra i discendenti dei due paesi.

Nell’illustrare le storie che si celano dietro agli oggetti testimonianti la realtà abituale di quel mondo greco-anatolico spazzato via dalla storia, la signora Tsigkou si sofferma a commentare la sorte di un baule finemente decorato con motivi floreali, lasciando intendere quale valore esso abbia potuto assumere, al di là di quello materiale, per coloro che decisero di portarlo via con sé a fatica: esso incarnava infatti un simulacro di focolare, con cui nutrire una nuova appartenenza abitativa e poter ripartire da zero nella vita in esilio. Similmente, centinaia di semplici oggetti d’uso quotidiano tessono la trama di una cultura antichissima che si è trovata catapultata da un giorno all’altro sull’altra sponda dell’Egeo.

Il retaggio emotivo e le profonde ferite identitarie di quella separazione forzata che si manifestano ai visitatori del museo di Kavala nutrono riflessioni decisamente attuali sul significato di essere rifugiati, perché, proprio come afferma Sofia Tsigkou “non c’è nulla di peggio di dover lasciare per sempre la propria casa, la propria terra”.

Chi è Giustina Selvelli

Assistant professor presso l’università di Nova Gorica, si occupa di migrazioni e lingue, di minoranze e confini, di diversità bioculturale e sistemi di scrittura.

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