ELEZIONI CREMLINO: Dodici anni di Putin, e già in aria di santità

Per chi fosse interessato ad approfondimenti sulle elezioni presidenziali, per le quali oggi i cittadini russi sono chiamati alle urne, si rimanda a “L’inquilino del Cremlino” e al sito dell’Università di Milano del dipartimento di Diritto Pubblico dei Paesi dell’Europa Orientale curato dalla professoressa Angela Di Gregorio.

di Matteo Zola e Giovanni Bensi

Un romanzo giallo in cui, fin dalla prima pagina, si conosce il nome dell’assasino. Questa è la Russia che è chiamata al voto di oggi. Il prossimo inquilino del Cremlino sarà (squillo di trombe) nientemeno che Vladimir Putin, già soprannominato dalla stampa d’opposizione “l’eterno”. Già, perché se il 4 marzo prossimo Putin tornerà sulla poltrona del Cremlino (e ci tornerà) potrà poi ricandidarsi nel 2018 a un secondo mandato e, qualora vincesse, rimanere in carica fino al 2024. L’era Putin potrebbe così durare trent’anni. Era infatti il 1999 quando divenne primo ministro sotto Boris El’cin e già un anno dopo lo sostituì al Cremlino vincendo le elezioni presidenziali del 2000. In Russia la Costituzione fissa il limite di due mandati presidenziali consecutivi ma Vladimir ovviò a questo problema candidandosi come primo ministro nel 2007 e mettendo al Cremlino il suo delfino, Dimitri Medvedev, sempre fedele malgrado qualche abortito tentativo di strappo. Alle elezioni parlamentari del 4 dicembre 2011, Putin è stato riconfermato come primo ministro: un necessario plebiscito al leader, ottenuto con evidenti brogli elettorali, che ha di fatto legittimato la sua candidatura al Cremlino. Forte del successo elettorale alle elezioni parlamentari, Putin ha avanzato formalmente la sua candidatura presidenziale peraltro già nota almeno da novembre quando, durante un congresso del partito di governo, Russia Unita, Putin e Medvedev ufficializzarono lo scambio di ruoli.

Le manifestazioni di piazza e il dissenso interno a Russia Unita, che sembravano aver indebolito Putin, sono state facilmente superate con una buona di demagogia: facendo sue le istanze democratiche dell’opposizione e, al contempo, epurando coloro che dall’interno gli si opponevano, Vladimir ha saputo presentarsi a queste elezioni più forte di prima. Come antidoto alle serpi in seno a Russia Unita, partito sempre più vicino a Medvedev, Vladimir ha rispolverato il Fronte popolare pan-russo, un movimento politico da lui fondato a inizio anni Duemila e finora tenuto sotto naftalina. Vergine nelle vesti del suo nuovo partito, “l’eterno” ha addossato all’establishment di Russia Unita tutte le colpe della crisi economica e del malgoverno.

Poi, come la dottrina della “democrazia controllata” insegna, il Cremlino si è cercato uno sfidante. E’ toccato all’uomo d’affari Mikhail Prokhorov, oligarca con la passione del basket americano, destinato a catalizzare i voti della middle class stanca di Putin. Prokhorov ha ufficializzato la sua candidatura in concorrenza (o connivenza) con Putin presentando un programma che si apre con queste parole: “Mi rivolgo ai cittadini del mio paese con la proposta di scegliere la responsabilità personale invece della stolida subordinazione, l’economia liberale invece della gestione burocratica, la società di diritto invece della sorveglianza repressiva”.

Dal documento discende chiaramente che sotto la presidenza di Mikhail Prokhorov si starebbe molto meglio di quanto “avveniva sotto Putin”. Invece del “potere personale centralizzato”, Prokhorov propone di tornare all’elezione diretta dei governatori (senza alcun “filtro presidenziale”), di introdurre la procedura “notificatoria” (uvedomitel’nyj) della registrazione dei partiti (significa che chi fonda un partito è tenuto solo a “notificare” la sua iniziativa alle autorità e non a chiederne il permesso, come avviene ora) e di abbassare dal 5 al 3% la soglia di sbarramento per entrare alla Duma. A differenza di Putin, che non vede ragioni per una revisione dei risultati delle ultime elezioni alla Duma, Prokhorov propone di sciogliere il parlamento della sesta legislatura (quello uscito dalle ultime votazioni) e di convocare nuove elezioni.

Non si pensi però a un campione della democrazia, il suo programma è solo un “putinismo senza Putin”. E certo non gli verrà concessa, alle urne, una grande soddisfazione. Gli altri candidati sono quelli di sempre: gli inutili Gennadij Zjuganov, candidato del partito comunista, meglio noto come “govorjashchaja kartoshka” (“patata parlante“), eterno secondo che spera, questa volta, di essere avversario di Putin al ballottaggio se questi non vincerà al primo turno. C’è poi l’ultra nazionalista Vladimir Zhirinosky, ben inserito nella finta democrazia russa in cui ricopre la carica di vice-presidente del Parlamento, utile a raccogliere il malcontento di destra. Un malcontento che ha nel Caucaso il suo dente avvelenato.

E proprio il Caucaso sarà un punto fondamentale dell’agenda del nuovo (vecchio) inquilino del Cremlino. Le repubbliche russe di Inguscezia, Daghestan, Cecenia, Cabardino-Balcaria, Ossezia, danno più di un grattacapo al governo di Mosca impegnato da anni in una lotta senza quartiere prima con gli indipendentisti ceceni, poi con gli estremisti islamici di Dokku Umarov, l’autoproclamatosi emiro del Caucaso.
A fare le spese di questa lotta sono i musulmani moderati, confraternali di tradizione sufi, vittime di uno strano anti-islamismo: Mosca infatti favorisce la rinascita dell’Islam sufi (a Grozny, capitale cecena, è stata costruita la moschea più grande d’Europa) per contrastare la diffusione dell’islamismo wahabita, radicale e jihadista. Lo fa però promuovendo un culto superficiale, concepito in termini di devozione popolare, qualche volta di superstizione, e con metodi di impatto mediatico, ma di scarsa consistenza dottrinale. Un buon modo per soggiogare quel Caucaso da cui, si è appreso tramite un’operazione della polizia ucraina, sarebbe dovuto partire un attentato per uccidere Putin. Una notizia utile in campagna elettorale: Putin il “salvato”, “l’eterno”, sta costruendo infatti attorno a sé un’immagine mistica. Non ci credete? Andate nel villaggio di Bol’shaja El’nja nella provincia di Novgorod, e troverete il tempio dei “putinopoklonniki” (“adoratori di Putin”), che pregano un’icona rappresentante il buon Vladimir Vladimorovic. Pare che ultimamente abbia trasudato mirra. Che dire ancora: Putin santo subito!

da Glob 011

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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