L’OPINIONE: Ucraina, perché mi spaventa la pace

La pace non può essere “a ogni costo”

La pace non è la tregua, la fine delle ostilità a ogni costo. Lo abbiamo già visto, in Ucraina. Abbiamo visto l’invasione russa della Crimea e abbiamo visto la guerra in Donbass, infine congelata e mai davvero spenta, con i famosi Accordi di Minsk violati una trentina di volte, tanto che l’ultima tregua fu firmata il 27 luglio del 2020, a testimonianza della fragilità di quella pace che pace non era. Una tregua, sì, che servì all’aggressore per radicarsi, prendere forza, prepararsi all’aggressione con una nuova e maggiore violenza. A spingere per quel cessate-il-fuoco fu l’Occidente, giustamente preoccupato da una guerra con la Russia, pronto a sacrificare la sovranità di un paese periferico sull’altare dei propri affari – specialmente energetici – con Mosca. Ma una pace che cede al sopruso, alla soperchieria dell’invasore, non può durare perché non è una pace giusta. Rancori e rivalse coveranno nella sconfitta, e saranno il combustibile per nuove guerre.

Non si potrà escludere la Russia

E allora quale pace può essere giusta per l’Ucraina? Quella in cui i russi abbandonano i territori occupati, e se ne vanno. La risposta è semplice, ma incompleta. Una Russia umiliata e disfatta, una volta abbattuto il suo vozhd, dal disordine germinerebbe un altro duce, e una nuova battaglia. E saremmo daccapo. Una sconfitta totale della Russia non è immaginabile, fosse solo per la deterrenza atomica; ma una disfatta ucraina getterebbe nel panico l’Europa centro-orientale, aprendo le cataratte del nazionalismo baltico o polacco, e «scaldando» vecchi conflitti congelati, come quello della Transnistria. Ci sono infine altri scenari, solo apparentemente più lontani, come la competizione sino-americana nel Pacifico e la questione di Taiwan, che rischiano di esplodere in assenza di un ordine mondiale coerente ed efficace, e necessariamente multipolare. Quando questa guerra finirà, non si potrà escludere la Russia dalla costruzione di un nuovo sistema di sicurezza europeo e globale. Altrimenti la pace non ci sarà mai.

L’inviolabilità dei confini

Difficile prevedere quando sarà la pace, e che pace sarà. Il diritto internazionale sancisce l’inviolabilità dei confini, ne consegue che nessun nuovo Stato può nascere modificando frontiere preesistenti e, soprattutto, nessuna annessione territoriale potrà mai essere accettata. L’inviolabilità dei confini è il principio cardine della pace, in caso contrario ogni paese potrebbe rivendicare territori perduti secoli prima, avviando conflitti politici e militari. Ecco perché una tregua che consenta all’aggressore di mantenere il controllo temporaneo dei territori occupati illegalmente, non servirebbe ad altro che a permettere ai russi di riorganizzarsi e imporre con la forza il proprio volere, mettendo il mondo davanti al dato di fatto che la violenza, la legge del più forte, è l’unica legge possibile. La tregua, il congelamento del conflitto, il cessate-il-fuoco, sono auspicabili solo come premessa a un negoziato di pace vero e duraturo. Ma quale pace può esserlo?

Una pace giusta

Una pace che preveda l’uscita dei russi dai territori occupati, compresa la Crimea, e al contempo apra all’autonomia speciale per alcune regioni contese, sarebbe forse la pace più onorevole per tutti e consentirebbe alla Russia, inevitabilmente senza Putin, di vedere formalmente riconosciute alcune istanze. Soprattutto, quella della neutralità dell’Ucraina. Una pace del genere, si badi, non è il riconoscimento “delle ragioni del torto” che alcuni propongono, di fatto assolvendo la Russia dalle proprie responsabilità, né il vile ossequio alla minaccia atomica, poiché è chiaro – come detto sopra – che la sovranità ucraina dovrà essere piena e garantita. Una pace del genere può essere invece la premessa per un equilibrio duraturo, ma ha un limite: ha bisogno di istituzioni internazionali efficaci, capaci di mediare e fare da camera di compensazione per gli interessi contrapposti. Al momento, tuttavia, né le Nazioni Unite né l’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) sembrano in grado di svolgere il ruolo che gli è richiesto. Ecco perché l’obiettivo di una pace giusta sembra difficile da raggiungere.

I nodi irrisolti

Questa guerra ha portato al pettine i nodi irrisolti che ci portiamo dietro dalla caduta del Muro, trent’anni in cui le grandi potenze hanno giocato a dadi sulla testa dei piccoli paesi, impunemente. Trent’anni in cui le istituzioni internazionali si sono afflosciate, svuotate. E crepe si sono aperte, bombe sono cadute, guerre giuste si sono dichiarate, la democrazia è stata esportata, lo zar e l’impero, il destino manifesto si è compiuto, molti piccoli sultani, i ceceni, gli afghani e altre morti inutili. Trent’anni che qualcuno dice “di pace”.

Mi spaventa la pace

Ecco perché mi spaventa la pace. Perché temo una pace sfilacciata, temo gli interessi delle grandi potenze prevalenti su quelli europei, ucraini e internazionali; temo che la situazione venga lasciata irrisolta, come già avvenuto in passato; temo il revanchismo, il nazionalismo, che ne scaturiranno – e il loro inevitabile codazzo di conflitti. Temo che tutta questa morte e queste macerie saranno vane e che gli ucraini verranno infine traditi. Lo temo perché mi guardo indietro, e vedo Versailles, vedo Dayton, vedo Minsk. Vedo cioè la pace ingiusta. E le guerre e le tensioni che sono venute. Temo, infine, la strumentalizzazione del pacifismo, usato come maschera per nascondere le simpatie verso l’autocrate. Temo soprattutto che l’aggredito pagherà il prezzo più alto. Allora non sarà pace, ma l’orizzonte di una nuova guerra.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra" e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015).

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