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Via ai negoziati per l’adesione UE di Albania e Macedonia del Nord

L’UE dà il via libera ad Albania e Macedonia del Nord: dopo anni di veti, comincia il faticoso cammino verso l’adesione

Una piccola fiamma di speranza – presto offuscata in un mare di disillusione – si è accesa a Skopje e a Tirana quest’estate. Con 68 voti su 120, il Parlamento macedone ha approvato a luglio la proposta francese che punta a soddisfare le condizioni poste dalla Bulgaria per l’ingresso della Macedonia del Nord in Unione Europea. Uno smacco per l’opposizione di destra del VMRO-DPMNE e dell’estrema sinistra, scesa in piazza nei giorni precedenti al voto per potestare – a tratti violentemente – contro il governo guidato dal socialdemocratico Dimitar Kovačevski.

Si aprono così i negoziati ufficiali per l’adesione all’UE di Macedonia del Nord e Albania (la candidatura di quest’ultima era stata ancorata a quella di Skopje).

La proposta

L’accordo tra Bulgaria e Macedonia del Nord, messo a punto dalla Francia durante la sua presidenza semestrale del Consiglio dell’UE, prevede in particolare il riconoscimento di una minoranza bulgara nel paese. L’approvazione da parte del Parlamento è al momento una mossa perlopiù simbolica: il riconoscimento della minoranza deve essere inserito nella Costituzione, che può essere modificata solo con due terzi dei voti dei parlamentari. Numeri che difficilmente potranno essere raggiunti negli anni a venire, considerando che il primo partito d’opposizione, il VMRO-DPMNE, è stabile intorno al 40% delle preferenze secondo i sondaggi.

L’accordo prevede anche la messa in atto del “trattato d’amicizia” firmato da Bulgaria e Macedonia del Nord nel 2017 con l’obiettivo di porre fine a rivendicazioni territoriali e ingerenze politiche tra i due paesi. Il testo approvato dal Parlamento macedone tratta inoltre della delicata questione linguistica: Sofia ritiene che il macedone altro non sia che un dialetto della lingua bulgara. Il parlamento segnala che prerogativa sul tavolo dei negoziati sarà il pieno rispetto di lingua, identità e specificità storico-culturali del popolo macedone. Richieste più che legittime, subordinate tuttavia all’umore di una Bulgaria in piena crisi politica e che si avvia verso le quarte elezioni in meno di due anni.

“La fine dell’inizio” per Tirana

Dopo otto anni di attesa, l’Albania ha finalmente partecipato alla sua prima conferenza intergovernativa come paese candidato. Considerata la grande vocazione europeista del paese, la notizia è stata certo accolta con allegria, ma la prudenza ha da subito raffreddato gli animi. Lo stesso premier Edi Rama ha parlato di “fine dell’inizio”: il processo d’adesione può facilmente richiedere un decennio di trattative e l’Albania, con tutte le sue difficoltà sul piano interno, dovrà reggere il peso di complesse riforme strutturali ed adattarsi al mercato comune.

Nonostante i due principali partiti nel paese (quello Socialista di Edi Rama e quello Democratico di Sali Berisha) siano europeisti, il dialogo tra rivali è praticamente assente: il Partito Democratico non ha neanche partecipato alla cerimonia ufficiale a Bruxelles, segno che la volontà politica bipartisan auspicata per attuare le riforme non è in vista.

Il paese potrebbe inoltre avere qualche difficoltà con la vicina Grecia: una fuga di documenti ufficiali ha rivelato che, nel quadro dei negoziati, è stata riconosciuta l’esistenza di alcune dispute frontaliere tra i due paesi, da regolare eventualmente attraverso una decisione della Corte internazionale di giustizia. Tirana ritiene che la questione non sia di competenza UE, considerato che simili dispute esistenti tra Italia e Grecia sono state risolte bilateralmente.

Dopo un decennio di richieste esasperanti da parte dei paesi UE, Albania e Macedonia del Nord non si fanno alcuna illusione: il cammino sarà lungo e faticoso.

Foto: dal profilo Facebook di Dimitar Kovacevski

Chi è Gianmarco Bucci

Nato nel 1997 a Pescara, vive a Firenze. Si è laureato in Relazioni Internazionali all'Università di Bologna con una tesi sul movimento socialdemocratico in Cecoslovacchia, Ungheria e Romania. Al momento è ricercatore alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su East Journal dal dicembre 2021, dove si occupa di Europa centrale e Balcani.

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