BOSNIA: Come si cancella un massacro? Festeggiando il compleanno di Orbán

A Prijedor, in Bosnia, il compleanno di Viktor Orbán verrà celebrato pubblicamente durante un evento in memoria del massacro di 3176 civili

Le provocazioni a sfondo etnico non accennano a placarsi in Bosnia-Erzegovina. Il circolo della gioventù serba “Gavrilo Princip” di Prijedor ha richiesto autorizzazione per organizzare una festa pubblica il prossimo martedì 31 maggio – lo stesso giorno in cui si celebra la “Giornata internazionale della fasce bianche” in memoria dei 3.176 civili non serbi massacrati nel maggio del 1992 e dei 30.000 residenti deportati nei campi di Trnopolje, Omarska et Keraterm. La festa voluta dal circolo della gioventù serba sarà però organizzata in onore del compleanno del premier ungherese Viktor Orbán e di Željko Mitrović, proprietario di Pink TV, un canale serbo kitsch, molto vicino al presidente serbo Aleksandar Vučić. Secondo la richiesta inviata alla polizia locale, alla festa sono attese circa 1500 persone.

La festa per Orbán

Orbán e Mitrović non hanno ovviamente alcun legame con la città di Prijedor. Il leader ungherese è molto vicino a Milorad Dodik, membro serbo della presidenza della Bosnia-Erzegovina. Di recente, dopo una visita di Orbán a Banja Luka, il governo ungherese ha dichiarato che avrebbe posto il veto a qualsiasi sanzione UE  nei confronti di Dodik, dopo quelle di Stati Uniti e Regno Unito. L’Ungheria ha anche annunciato un aiuto di 100 milioni di euro alla Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina, nel quadro della politica ungherese di “vicinato responsabile”.

L’obiettivo politico della festa di compleanno è di ostacolare ed offuscare la “Giornata della fasce bianche”. L’evento, il cui nome fa riferimento alle fasce al braccio e alle lenzuola bianche sulle finestre imposte a bosgnacchi e croati dopo la presa della città da parte dei serbi, è da sempre disertato dai rappresentanti serbo-bosniaci. Le autorità municipali rifiutano la costruzione di un memoriale in onore delle vittime, più volte richiesto da associazioni di ex detenuti e dai genitori dei bambini uccisi a Prijedor (102 delle 3.176 vittime erano infatti bambini). Neanche la mediazione dell’Osce e di Amnesty International ha dato frutti.

In memoria del massacro di Prijedor

Proprio la negligenza ed il negazionismo delle autorità serbo-bosniache avevano spinto Emir Hodžić, un giovane di Prijedor, a protestare in silenzio nella piazza principale della città il 31 maggio 2012, indossando una fascia bianca al braccio. Nel 2013 la ricorrenza si era già diffusa in numerose città bosniache; ad oggi, la “Giornata internazionale delle fasce bianche” si celebra in un’ottantina di città nel mondo.

In risposta, le autorità municipali di Prijedor hanno accusato le associazioni che si occupano dell’organizzazione delle proteste di destabilizzazione e revisionismo storico. I cittadini e le associazioni locali, di diversa etnia e pensiero politico, hanno dunque lanciato l’iniziativa “Jer me se tiče (“Perché mi riguarda”), con l’obiettivo di far emergere ciò che davvero è successo a Prijedor.

La pulizia etnica a Prijedor e le sue conseguenze

La pulizia etnica a danno di bosgnacchi e croati cominciò nel maggio 1992, dopo che i serbi si impossessarono della città di Prijedor. Ai non serbi venne concesso di lasciare la città rinunciando ai loro beni, una volta dichiarato che non sarebbero rientrati più. Case e terreni di loro proprietà vennero dati alle fiamme, così come chiese e moschee.

La composizione etnica della città venne stravolta. Se nel 1991 i bosgnacchi erano maggioritari (43.85% bosgnacchi, 42.27% serbi, 10% “altri”), come conseguenza della pulizia etnica, dei 50.000 bosgnacchi ne rimasero circa 6.000, mentre la quota di croati si dimezzò, passando da 6.000 a 3.000. L’enorme afflusso di profughi serbi delle Krajine distorse ancora di più la composizione originaria.

Grazie alle norme sul rientro dei profughi, a partire dagli anni duemila 25.000 bosgnacchi sono rientrati in città (altri 10.000 restano rifugiati all’estero), ma i due terzi dei 90.000 abitanti sono serbi, al censimento 2013, e la città è stata a lungo feudo del partito DNS di Marko Pavic, fino al passaggio nel 2020 ad un sindaco del partito di Dodik, SNSD. Trent’anni dopo, nessun passo in avanti è stato fatto per il riconoscimento del massacro da parte delle istituzioni.

Foto: The Advocacy Project, flickr

Chi è Gianmarco Bucci

Nato nel 1997 a Pescara, vive a Firenze. Si è laureato in Relazioni Internazionali all'Università di Bologna con una tesi sul movimento socialdemocratico in Cecoslovacchia, Ungheria e Romania. Al momento è ricercatore alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su East Journal dal dicembre 2021, dove si occupa di Europa centrale e Balcani.

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