Asia centrale neutralità

Prudenza e neutralità, come l’Asia centrale reagisce alla guerra in Ucraina

Prudenza e neutralità con pochi distinguo da parte dei paesi ex-sovietici dell’Asia centrale all’aggressione russa in Ucraina

L’atteggiamento degli stati medio asiatici dell’ex Unione Sovietica, i cosiddetti “Stan”, all’aggressione russa in Ucraina è stata improntata alla massima prudenza e alla ricerca del difficilissimo equilibrio tra la necessità di non allontanarsi troppo dalla posizione di condanna espressa da gran parte della comunità internazionale e l’esigenza di non urtare pericolosamente un alleato come la Russia, fondamentale per gli strategici legami economici e commerciali. Legami anche indiretti, peraltro, incaranti dalle migliaia di persone attualmente impiegate in Russia, le cui rimesse rappresentano un indotto determinante per le economie dei propri paesi di provenienza – addirittura il 30% del prodotto interno lordo per Tagikistan e Kirghizistan.

Si sbagliava, tuttavia, chi si aspettava un consenso unanime verso l’operato russo, partendo dal presupposto che alcuni di questi paesi – Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan – sono anche vincolati nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza militare governativa creata una ventina d’anni fa; quella che ha consentito alla Russia, ad esempio, di inviare i propri militari in Kazakhstan per sedare le proteste popolari che hanno scosso il paese ad inizio anno.

Ognuno per la sua strada ma con prudenza

Ma è proprio il Kazakhstan, tuttavia, ad aver preso maggiormente le distanze dall’azione di Vladimir Putin: pur senza criticarne apertamente l’operato, la posizione espressa, nell’immediatezza dell’invasione russa, dal ministro degli esteri kazako, Mukhtar Tleuberdi, non lascia adito a dubbi. Il ministro ha infatti rimarcato che “la questione del riconoscimento per le repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk da parte del Kazakistan non è all’ordine del giorno” sottolineando anche che il Kazakhstan opera “sulla base del diritto internazionale e dei principi fondanti della Carta delle Nazioni Unite”.

Una posizione peraltro ribadita dal presidente della repubblica in persona, Kassym-Jomart Tokayev che, se da una parte ha offerto la propria disponibilità a fare da mediatore tra i beligeranti, ha confermato, dall’altra, l’avversione al riconoscimento dei territori separatisti di Donetsk e Luhansk, oltre che all’ipotesi di invio di truppe di supporto. Un posizionamento molto gradito dagli Stati Uniti che in un comunicato del Consiglio nazionale per la sicurezza ha espresso gratitudine per il “rifiuto di partecipare alla guerra di Putin”.

Sul fronte diametralmente opposto si è schierato, invece, il solo Kirghizistan che, per bocca del presidente della repubblica, Sadyr Japarov, ha definito l’invasione russa come “una misura necessaria per proteggere la popolazione pacifica dei territori del Donbass, dove vive un gran numero di cittadini russi, sottolineando, poi, che la Russia aveva il diritto di riconoscere le repubbliche separatiste in quanto “è diritto sovrano di qualsiasi paese riconoscere uno stato”.

È stato l’Uzbekistan, invece, a trovare una sorta di via di mezzo tra l’appoggio a Mosca e la piena neutralità: un’ambiguità originatasi, probabilmente ad arte, da un comunicato con cui Il Cremlino, riferendo di un colloquio intercorso tra Putin e il presidente uzbeko, Shavkat Mirziyoyev, attribuiva a quest’ultimo una supposta “comprensione per le attività della Russia in Ucraina”. Ricostruzione tuttavia smentita dal servizio stampa del presidente uzbeko che ha ribadito, al contrario, la neutralità dell’Uzbekistan e il sostegno del “primato delle norme internazionali nella regolamentazione e nell’attenuazione della situazione”

Un approccio sicuramente neutrale è invece quello incassato dalla Russia da Tagikistan e Turkmenistan. Quest’ultimo, per la precisione, si è completamente astenuto dall’esprimere qualsivoglia giudizio sulla questione, come da sua tradizione, mentre l’unico flebilissimo segnale ufficiale proveniente dal Tagikistan è un articolo dell’agenzia di stampa statale – fortemente controllata dal governo – nel quale si rilanciava l’appello con cui il segretario dell’ONU, Antonio Gutierres, chiedeva alla Russia di astenersi dalla sua impresa militare. Un articolo peraltro poi ritirato, al punto che il link non risulta attualmente più attivo.

L’opinione pubblica

La prudenza dell’atteggiamento dei governi si è riflessa, quasi congruentemente, con quella della gente comune, a differenza di quanto si è visto in Europa e negli Stati Uniti. Un’opinione espressa indirettamente e, soprattutto quasi solo via social, dove diversi utenti hanno modificato l’immagine del proprio profilo aggiungendo la bandiera dell’Ucraina in segno di solidarietà. Un fenomeno visibile soprattutto in Kazakhstan, molto meno altrove.

Pochi e molto sporadici i commenti critici, meno ancora quelli apertamente ostili, quasi sempre espressi a titolo personale e mai organizzato. Le proteste pubbliche, perlomeno quelle di cui si è avuta notizia, sono state pochissime e sempre per iniziativa di un numero molto esiguo di persone. Poche decine di persone in un picchetto organizzato di fronte all’ambasciata russa a Bishkek, capitale del Kirghizistan; lo stesso ad Almaty, cuore economico kazako, dove una dozzina di giovani attivisti sono stati arrestati. È però proprio dal Kazakhstan – che nel frattempo ha visto triplicare i voli che sorvolano il suo territorio per aggirare la chiusura dello spazio aereo europeo ai vettori russi – che è arrivata l’iniziativa più clamorosa con la decisione della Remstroyservice – un provider che offre servizi internet e televisivi – di bloccare tutte le stazioni televisive russe.

In generale davvero poco: su tutto aleggia il timore che le sanzioni occidentali possano avere una ricaduta insostenibile anche per questi stati. I primi segnali, pesanti, sono già visibili con il crollo del valore del rublo che ha trascinato con sé tutte le monete nazionali.

(Foto AKIpress New Agency)

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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