EDITORIALE: La guerra è cominciata. Morire per Kiev?

La guerra è cominciata. Ancora non mi sembra possibile. Le prime cronache vengono dall’incubo, gente che fugge da Kiev, l’esercito russo che invade, Odessa e Mariupol nel mirino, bombardamenti su diverse città, le sirene che risuonano a Leopoli. Ancora ieri notte scrivevo che, a rigor di logica, la Russia non avrebbe avuto interesse ad accendere un conflitto ad alta intensità, ma questa mattina è apparso evidente al mondo che Putin non agisce secondo parametri razionali. Non sono stato abbastanza pessimista. Non ho voluto credere possibile la catastrofe, oggi, anno duemilaventidue, in Europa. Oggi che la guerra si conduce con altri mezzi, la finanza, i cyber-attacchi, ed è ibrida, moderna. Come no. La guerra è sempre uguale a sé stessa.

Nelle università ci hanno insegnato che è la razionalità a guidare le relazioni internazionali, d’altronde non siamo più nel Novecento con le sue logiche di potenza, i suoi carri armati. Invece oggi ci siamo svegliati nel Novecento. Bruciamo le analisi, i paper accademici. La guerra in Europa pretende che apriamo gli occhi. C’è chi l’ha vista arrivare, e le abbiamo chiamate Cassandre. Siamo nati con la fine della Storia, la caduta del Muro, l’unità europea, l’ottimismo della pace perenne. Abbiamo visto guerre, certo, ma lontane. Qui ci illudevamo di vivere su un altro piano. Credevamo di vivere in un mondo che non c’è. Per questo non abbiamo capito, immaginato realistica una guerra così. Almeno questo vale per me.

Sono parole a caldo, in questo momento è difficile rimanere lucidi. Penso alla gente che lascia le città, il traffico bloccato, la coda dai benzinai, i bambini. Una grande tristezza. Una situazione drammatica. E se tante colpe e responsabilità possiamo ravvisare da molte parti, non dimentichiamo chi è che attacca. Che bombarda. Non dimentichiamo il nome dell’assassino.

Per settimane abbiamo assistito a un’esibizione di forza finalizzata a mettere pressione alle trattative diplomatiche. Ma quei soldati non erano lì a prendere il sole. Quando la diplomazia ha fallito, i mastini della guerra si sono scatenati. Le prossime ore chiariranno obiettivi, reazioni, e fronti. Preparando un’intervista per la Radiotelevisione svizzera, ieri notte concludevo chiedendomi cosa avrebbe fatto l’occidente di fronte a un’invasione su larga scala poiché, in tal caso, a essere minacciata è l’Europa intera, il suo modello di vita, le sue sicurezze. Siamo disposti a morire per Kiev? Era una domanda retorica. Ora non più.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra" e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015).

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