KAZAKHSTAN: Trent’anni di indipendenza e le sfide del futuro

Il Kazakhstan celebra i trent’anni dalla sua indipendenza, riconosciuta il 16 dicembre 1991, ultimo tra gli ex-stati sovietici a dichiarare la propria sovranità.

Fin dalla sua nascita il paese è stato guidato dal presidente Nursultan Nazarbayev, già primo segretario del Partito Comunista kazako, rimasto stabilmente al potere fino al luglio del 2019 quando, con una mossa che sorprese molti, decise di lasciare l’incarico per affidarlo nelle mani del suo delfino, il presidente del Senato, Kassym-Jomart Tokayev, eletto con una maggioranza schiacciante del 71%.

La centralità economica

Malgrado il passaggio di consegne, il ruolo dell’ex presidente rimane tuttora centrale nella vita politica del paese – è ancora oggi capo di Nur Otan (NOP), il partito al potere – così come lo è stata per i ventotto anni del suo mandato: periodo durante il quale ha saputo guidare il paese nella difficile transizione verso la completa autonomia mantenendo solidi rapporti con la Russia e, al contempo, rafforzando le relazioni con tutti i maggiori player internazionali – Cina, Stati Uniti, Unione europea ma anche Turchia – divenendo di fatto un tassello affidabile nei fragili equilibri dell’Asia centrale.

Una centralità favorita dalla posizione geografica del paese – 14 mila chilometri di confini, tra i quali quelli con Cina e Russia – che lo configura come ponte di collegamento ideale tra oriente e occidente, snodo quasi obbligato per lo sviluppo di corridoi di trasporto intercontinentali quali la cosiddetta “Via della seta”, progetto lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013. Basti pensare che il Kazakhstan è attualmente attraversato da 11 rotte commerciali transcontinentali che uniscono i mercati europeo, russo e cinese, ed è punto di transito del 70% dell’intero traffico di merci dalla Cina all’Ue.

Un riconoscimento internazionale via via crescente come dimostrato – a livello economico – dall’ingresso del paese nell’Organizzazione mondiale del commercio e dalla stipula di un accordo di cooperazione e partnership con l’Unione europea e – a livello politico – nella sua elezione come membro non permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (2017-2018) oltre che nell’ottenimento della presidenza dell’OSCE nel 2010. E, non ultimo, nel protagonismo riconosciuto internazionalmente nella lotta alla proliferazione degli armamenti nucleari.

Non è un caso, dunque, che il Kazakhstan abbia attratto, dall’indipendenza ad oggi, oltre 300 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri, il 70% del totale destinato all’intera regione. Una condizione economica che ha consentito un aumento del Prodotto Interno Lordo di 16 volte rispetto al periodo sovietico e al contestuale dimezzamento del tasso di disoccupazione, oggi inferiore al 5%.

La società civile, tra la “kazakizzazione” e stabilità sociale

Un progresso economico reso possibile, anche, da una fattiva stabilità sociale, mantenuta nonostante l’eterogeneità della società civile kazaka, costituita dalla coesistenza pacifica di oltre 140 diversi gruppi etnici su una popolazione di circa 19 milioni di individui (con kazaki, 60%, e russi, 20%, quali gruppi dominanti) e da una ventina di diverse confessioni religiose tra le quali spicca, per seguito, quella musulmana (65%).

La multietnicità del paese è il risultato dell’emigrazione – spesso coatta – da parte di gruppi stranieri nei territori abitati dai kazaki (dopo l’indipendenza il Kazakistan concesse la cittadinanza a tutti i residenti permanenti di epoca sovietica, indipendentemente dall’etnia di appartenenza). Sebbene la Costituzione affermi l’importanza dell’equilibrio interetnico del Paese, sancendo l’incostituzionalità di qualsiasi azione atta a turbare la concordia interetnica – quali, ad esempio, la creazione di partiti politici etnici – le autorità locali hanno intrapreso negli ultimi anni una serie di azioni di “kazakizzazione” del paese, incentivando la promozione della lingua, della cultura e dei simboli kazaki e confermando l’intenzione di passare ai caratteri latini abbandonando il cirillico – passaggio interpretato da molti in un’ottica di progressivo affrancamento dallo storico legame con la Russia. Un processo, questo, che sta di fatto selezionando i kazaki come gruppo etnico dominante a discapito delle altre componenti, in primis quella russa indebolita dall’emigrazione verso la Federazione Russa di molti russi etnici.

Sul piano sociale, tuttavia, i progressi del Kazakhstan negli ultimi decenni sono evidenti come dimostrato dal crollo percentuale del persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, dall’implementazione di diverse strutture di pubblica utilità, come scuole e ospedali, e dal crescente riconoscimento della centralità del ruolo femminile nella società civile kazaka, misurata dal Global Gender Gap Index 2020 che pone il paese come prima nazione a maggioranza musulmana in termini di uguaglianza di genere.

Il nodo del pluralismo politico

Sul piano sociale ed economico – percorso descritto nel cosiddetto piano strategico Kazakhstan 2050 – il paese sembra dunque avviato alla piena integrazione internazionale e a un processo di modernizzazione irreversibile che lo renderà sicuramente protagonista nel medio – lungo periodo: in questo, pur nella continuità di principio, il percorso intrapreso dal neo presidente mostra alcune differenze con quelle del suo predecessore, prima tra tutte la graduale emancipazione da una economia “petrolio-centrica” e una crescente attenzione per le tematiche ambientali e le energie alternative.

Sarà però il progresso che il Kazakhstan saprà mettere in atto sul piano politico la vera cartina di tornasole. Le elezioni del gennaio scorso – stravinte da Nur Otan col 71% di consensi e senza una vera rappresentanza d’opposizione visto che l’unico partito di minoranza, il Partito Nazionale Socialdemocratico (NSDP), ha deciso di non presentarsi per protesta – sono state accompagnate da (timide) manifestazioni popolari e accolte con diverse perplessità anche dagli osservatori internazionali dell’OSCE che hanno rimarcato l’assenza, di fatto, di una vera alternativa.

Tuttavia, in aggiunta alle riforme introdotte già alla vigilia della tornata elettorale di gennaio – maggiori garanzie per la rappresentanza dei partiti di minoranza parlamentare e semplificazione dell’iter per la creazione di nuovi partiti – Tokayev ha promesso ulteriori cambiamenti finalizzati a favorire il pluralismo politico e l’alternanza.

Sarà questa la vera sfida del Kazakhstan del futuro.

(Foto: Pietro Aleotti / East Journal)

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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