REP. CECA: Gli scenari dietro la lunga gestazione del nuovo governo

Incapsulato in un gabbiotto di plexiglass a prova di Covid. È così che il presidente ceco Miloš Zeman ha finalmente nominato premier Petr Fiala, il leader della doppia coalizione uscita vincitrice dalle elezioni. Finalmente perché, di fatto, son passati quasi due mesi dalle elezioni politiche ceche, tenutesi a inizio ottobre. Causa ricovero d’urgenza del capo dello Stato, occorso il giorno stesso della chiusura delle urne, la situazione era rimasta sospesa mentre, a inizio novembre, si è insediato il nuovo parlamento guidato da Markéta Pekarová Adamová (TOP09).

Uno spettro chiamato articolo 66

Date le preoccupanti condizioni di salute di Zeman, i futuri inquilini dell’esecutivo avevano iniziato a spingere verso l’attivazione (mai sperimentata prima) dell’apposito articolo 66 della Costituzione ceca che prevede il passaggio, temporaneo, dei poteri al presidente della Camera del Senato e al Premier. Ma le cure del prestigioso Ospedale militare di Střešovice, probabilmente la miglior struttura sanitaria di tutto il paese, sembrano essere riuscite (forse anche con l’aiutino del timore del succitato articolo) nell’impresa di rimetterlo relativamente in sesto tanto che, incurante del parere contrario dei medici, Zeman ha firmato la liberatoria per essere dimesso dal nosocomio. Salvo, poi, finirvi nuovamente ricoverato, il giorno stesso, per covid.

Sottolineando l’impossibilità di aver incubato la malattia in così poche ore, le malelingue (ci si conceda un po’ di gossip ogni tanto) sospettano che il presidente, noto per i suoi problemi con l’alcool, avrebbe deciso di “brindare” prematuramente alla fine della degenza aggravando seduta stante le sue già precarie condizioni di salute dovute alla cirrosi epatica di cui soffrirebbe. Il covid, allora, sarebbe solo un pietoso paravento, ma tant’è. Tornato alla sua residenza nel Castello di Lány, dato il decorso leggero, ecco, quindi, l’esigenza del peculiare box a tenuta stagna.

Una democrazia a propulsione ibrida

Ad ogni modo, le cure sembrano aver funzionato se Zeman, che molti davano troppo presto per spacciato, è tornato a intervenire a gamba tesa nella politica ceca pretendendo di incontrare, col beneplacito del plexiglass, ogni singolo candidato ministro del nuovo governo per concedere il suo avallo, arrogandosi così un potere di veto che, in realtà, secondo i costituzionalisti non gli spetterebbe affatto. La legge suprema ceca, infatti (com’è d’altronde consuetudine nelle democrazie parlamentari), è oltremodo chiara in materia: il presidente nomina i ministri su proposta del premier, mentre il ruolo del primo è limitato a quello di garante in casi estremi, avulsi da valutazioni di indirizzo politico che non gli competono.

Ma qui Zeman potrebbe approfittare dell’ambigua posizione ibrida del presidente ceco, relegato sì alla carica di cerimoniere ma investito anche di una legittimità popolare derivante dall’elezione diretta. Legittimità che Zeman ha sempre abilmente sfruttato senza remore. In questo caso potrebbe tentare, come pare stia già facendo, di tirare per le lunghe la nomina del nuovo governo lasciando al suo protetto, il premier uscente Andrej Babiš, ampi margini di manovra per prepararsi, ancora da primo ministro, il terreno non solo per la sua nuova esperienza da oppositore, ma, soprattutto, per l’imminente campagna presidenziale. Occorre ricordare, infatti, che tra poco più di un anno in Repubblica Ceca si voterà per eleggere il nuovo presidente che, sicuramente, non sarà più Zeman, il quale nel 2023 avrà già esaurito i due mandati possibili.

Ad esempio, il proposito del premier uscente Babiš (o meglio del suo ministro della Salute Adam Vojtěch) di introdurre la vaccinazione obbligatoria per gli over 60 e alcune categorie professionali (medici e paramedici, pompieri, militari, poliziotti ecc.), benché giustificato dalla gravità della situazione attuale (i numeri, nuovamente tra i peggiori al mondo, stanno segnando record mai visti da inizio pandemia) e ispirato all’Austria, che ha già deciso, e alla Germania, che forse seguirà, potrebbe essere letto, in tal senso, anche come un modo per lasciare al governo Fiala una società ancor più spaccata, nervosa e instabile. Il nuovo governo, sebbene alla sparpagliata e in modo poco convincente, si è già detto sostanzialmente contrario a tale imposizione. Perché, si chiedono in molti, spingere soltanto adesso verso una misura così drastica quando, teoricamente, a breve dovrebbe diventare operativo il nuovo esecutivo?

I sogni presidenziali di Babiš

Visti i guai giudiziari ancora pendenti (Nido della Cicogna, conflitto di interesse, Pandora Papers e chi più ne ha più ne metta…), Babiš non può permettersi di perdere l’immunità e diventare presidente (ancora con queste similitudini con Berlusconi?!) gli garantirebbe lo scudo perfetto. Non a caso, ha già fatto capire di voler dare voce al quel milione circa di voti che non ha superato lo sbarramento del 5% ed i cui partiti sono rimasti fuori dal parlamento. Il noto giornalista Jindřich Šídlo fa un conto molto semplice: aggiungendo questo milioncino di preferenze al milione e mezzo di voti raccolti dal partito ANO alle ultime elezioni, si arriva a 2,5 milioni di voti, che sono appunto i numeri con cui Zeman vinse le presidenziali nel 2013 (2,7 mil.) e nel 2018 (2,8 mil.).

Quello che, dunque, possiamo attenderci da parte di Babiš, spalleggiato da Zeman è, da una parte, il gioco allo statista per dimostrare all’elettorato più moderato di avere la stazza per aspirare alla massima carica e, dall’altra, al populista per dimostrare all’elettorato che di moderato ha ben poco di saper suonare bene le note del nazionalismo, forte delle esperienze maturate durante una campagna elettorale abbondantemente incentrata, soprattutto nel rush finale, sul sovranismo conservatore.

La carta vincente del plebeismo

Una prima avvisaglia ce la può dare una sua recente boutade sui social quando si è indignato pubblicamente avendo scoperto che il Monte Říp è di proprietà della famiglia nobile dei Lobkowicz e non pubblica. A quest’ultimi, allora ha proposto (sicuramente su suggerimento dei suoi abili esperti di marketing), non si capisce bene a che titolo, di regalarlo generosamente allo Stato ceco. Secondo la leggenda, infatti, è proprio su questo monte, o meglio collina, che il padre fondatore Praotec Čech, capostipite di tutti cechi, sarebbe salito per osservare dall’”alto” la cosiddetta Česká kotlina (letteralmente il bacino boemo) e, vista la bontà di tutto ciò (e, soprattutto, avvedutosi che i marcomanni erano temporaneamente fuori sede per saccheggiare Roma insieme agli altri popoli germanici, ma questa è un’altra storia), avrebbe deciso che questa era la terra promessa dove insediarsi, dopo la lunga migrazione dalle lontane steppe asiatiche). Insomma, un proclamo senza capo né coda che, però, a livello simbolico può avere una sua utilità a dimostrazione che sarà questa la partita che Babiš giocherà per prepararsi il campo alla sua candidatura presidenziale. D’altra parte, Zeman contro un altro nobile, il principe Schwarzenberg, nel 2013 ha già vinto giocando la carta del plebeismo. Perché allora non riprovare?

Divide et impera: un classico sempre verde

Dal canto suo, invece, Zeman punterà a spezzare l’unità, già di per sé fragile, di una coalizione pentapartitca assai variegata, probabilmente scaricando le sue cartucce soprattutto contro i Pirati (già bersaglio, ricordiamolo, dello shitstorm pre-elettorale di Babiš) che, elemento più a sinistra di una coalizione di centrodestra, restano di fatto l’anello più debole della catena. Zeman, ad esempio, ha già diramato urbi et orbi che nel nuovo governo c’è un candidato per lui assolutamente inaccettabile. Tutto questo naturalmente senza fare nomi, per creare incertezza e dubbi nell’accampamento nemico. Si vocifera che la persona non grata potrebbe essere Jan Lipavský, il proposto ministro degli Esteri in quota Pirati, noto per esser riuscito a far escludere con una legge Russia e Cina dall’appetitoso appalto per l’ampliamento della centrale nucleare di Dukovany. Così facendo Zeman non solo soddisfarebbe una sua vendetta personale, piacere al quale difficilmente rinuncia, ma soprattutto creerebbe un ostacolo rognoso all’entrata in carico del nuovo governo puntando sul tallone d’Achille: ovvero quel partito dei Pirati i cui risultati elettorali sono stati deludenti e senza i cui 4 parlamentari, teoricamente, il governo potrebbe comunque lavorare (scenderebbe da 108 a 104 deputati su 200). D’altronde, una certa “prudenza” ad affidarsi completamente sui Pirati per gli Esteri è già visibile nella scelta di Fiala di affidare l’agenda europea (dal 1° luglio 2022 la Cechia presiederà, per la seconda volta, l’UE) a un ministro senza portafoglio, Mikuláš Bek del partito dei Sindaci, e di nominare un commissario speciale del governo per le questioni di sicurezza (leggasi delicate questioni euroatlantiche).

Insomma, per il momento la strada del nuovo governo verso la Straková Akademie (il palazzo Chigi di Praga) è ancora tutta in salita.

Foto: Il presidente ceco Miloš Zeman nomina premier Petr Fiala

Chi è Andreas Pieralli

Pubblicista e traduttore freelance bilingue italo-ceco. Laureato in Scienze Politiche a Firenze, vive e lavora a Praga. Si interessa e scrive di politica, storia e società dell’Europa centrale. Coordina e dirige il progetto per un Giardino dei Giusti a Praga.

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