REP. CECA: Il premier Andrej Babiš non vince, ma non ha ancora nemmeno perso

Ma se ha uno chateau da 400 milioni di corone sulla riviera francese, che bisogno aveva di mandare il figlio a curarsi nella Crimea occupata dai russi? Questa una delle tante domande, frutto dell’ironia popolare, che rimbalzava sui social subito dopo lo scoppio della causa dei Pandora Paper che ha portato alla luce operazioni finanziarie poco trasparenti del premier ceco Andrej Babiš. Difficile dire se a incidere sul risultato, che vede sconfitto il premier ceco, sia stata più la causa mondiale scoppiata solo una settimana prima delle elezioni o l’inflazione in crescita al 3,1%. Con il 27,79%, infatti, a vincere la competizione elettorale è la coalizione tripartitica di centrodestra SPOLU (Insieme), composta da ODS (centrodestra), TOP09 (liberali conservatori) e KDU-ČSL (cristianodemocratici) e guidata da Petr Fiala, cui andranno in tutto 71 seggi su 200.

Una vittoria risicata, invero, sul secondo arrivato, il partito ANO del premier Babiš che, con il 27,12%, raccoglie un seggio in più (72) dei suoi contendenti per effetto della nuova legge elettorale e, in barba alla pandemia gestita tragicamente e al conflitto di interessi, non peggiora di troppo rispetto al 29,64% raccolto 4 anni fa, affermandosi soprattutto nelle regioni più povere del paese. Al terzo posto, con il 15,62% e 37 seggi, si piazza l’altra coalizione del fronte anti-Babiš, i PirStan, ovvero l’alleanza tra il partito dei Pirati e lo STAN, il partito dei sindaci. Un risultato decisamente più basso delle aspettative (nei sondaggi in primavera avevano sfiorato punte del 30% e c’era chi già sognava di vedere nel capo pirata Ivan Bartoš il primo premier coi dread della storia). Risultato ancora più deludente, all’interno della coalizione bipartitica, quello dei Pirati cui vanno solo 4 seggi (ne avevano 22 nel parlamento uscente, mentre STAN balzerà da 6 a 33 seggi). Sui motivi di questa incredibile débâcle si discuterà ancora a lungo, ma, come abbiamo scritto, sembrerebbe che i Pirati abbiano sofferto molto l’attacco frontale di Babiš che, avendo correttamente individuato in loro un avversario insidioso, è riuscito a trascinarli in una feroce bagarre distogliendoli dal loro programma e facendogli sprecare forze e risorse ben più limitate rispetto a quelle del quarto uomo più ricco del paese. Secondo molti, quindi, avrebbero in qualche modo fatto da parafulmine alla forza distruttrice della campagna negativa di Babiš lasciando relativamente indenne dalla sua furia la coalizione SPOLU.

Se, dunque, con 4 poltrone i Pirati rischiano di non essere indispensabili per un’ipotetica alleanza tra SPOLU e STAN, cui basterebbero 104 voti, in realtà il leader del partito dei sindaci Vít Rakušan sembra per ora fermamente determinato nel voler mantenere salda il patto coi Pirati e l’impegno pre-elettorale di andare al governo solo insieme. Vedremo se basterà a sedare i mal di pancia interni al suo partito che già si sono fatti timidamente sentire. Non è un segreto, infatti, che l’alleanza coi Pirati fosse più che altro un affaire tutto praghese che non ha mai convinto fino in fondo l’elettorato più conservatore nelle regioni. E, infatti, gli elettori di STAN hanno espresso ben quasi 60.000 voti di preferenza per il loro pacato e sobrio leader, facendone il politico più votato del paese (per fare un paragone, Fiala e Babiš, leader dei primi due soggetti, hanno preso “solo” 38.000 preferenze. Ottimo risultato anche per Markéta Pekarová Adamová, leader di TOP09, con circa 48.500 voti di preferenza, a dimostrazione del fatto che, forse, i cechi erano davvero stanchi delle interminabili canee tra maschi alfa.

Mantiene più o meno la sua posizione il partito di estrema destra SPD del ceco-nipponico Tomio Okamura che con il 9,56% e 20 seggi perde solo due deputati. Una campagna elettorale compatta e coerente con la sua linea antieuropeista e xenofoba gli conservano il favore dei suoi elettori. Okamura ha beneficiato di riflesso dello scontro senza quartiere tra Babiš e Bartoš, che ha visto il primo alzare la posta sulla retorica populista e anti-immigrazione, ma ha sofferto la concorrenza di altri due soggetti di destra ancora più radicali, fortunatamente rimasti fuori dal parlamento, che gli hanno sottratto un 4% complessivo di voti.

Non pervenuti ai radar postelettorali i due “grandi” assenti: i socialdemocratici del ČSSD e i comunisti del KSČM che con, rispettivamente, il 4,65% e il 3,60% non superano lo sbarramento ed escono dal parlamento. Entrambi i leader, Jan Hamáček e Vojtěch Filip, hanno subito rassegnato le dimissioni. Simili, per certi versi, le cause. Secondo molti il ČSSD avrebbe pagato lo scotto dei 7 anni di alleanza governativa con Andrej Babiš, iniziata, ricordiamolo, già con il precedente governo a guida socialdemocratica di Bohuslav Sobotka, e durante la quale il catch all party ANO, come lo definisce il suo stesso leader, ha progressivamente assorbito la loro agenda politica spostando il proprio baricentro verso sinistra da quel centrodestra in cui sembrava collocarsi inizialmente. Dello “scippo” dell’agenda di sinistra, ad opera di un premier che ha alzato pensioni e salario minimo, ha sofferto fortemente anche il partito comunista, che, pur non al governo, sosteneva l’esecutivo col suo appoggio esterno. Un anniversario triste, dunque, per i comunisti che quest’anno celebrano i 100 anni dalla loro fondazione, ma allegro per quei larghi strati della popolazione ceca che mai hanno digerito il mancato bando dopo la Rivoluzione di Velluto del partito comunista non riformato. Si narra che fu il prezzo da pagare per far eleggere Václav Havel presidente, ma questa è un’altra storia. In parlamento non entrerà nemmeno l’ex “superpoliziotto” Robert Šlachta, da molti sospettato di essere solo un malcelato cavallo di Troia di Babiš, che, con il suo partito anticorruzione Přísaha (Giuramento), si ferma al 4,68%.

Paradossalmente, dunque, con la sua strategia “pigliatutto” che strizza l’occhio sia a sinistra che a destra, Babiš sembra essersi fagocitato da solo i suoi potenziali partner (ČSSD, KSČM e forse Přísaha) che, teoricamente, avrebbero potuto portare in dote un 15% di voti complessivi al tycoon ceco. Com’era quel proverbio? Chi troppo vuole, nulla stringe…

Relativamente alta, per i parametri cechi, l’affluenza alle urne che con il 65,43% segna il terzo miglior risultato della storia della Repubblica Ceca (meglio nel 1996 con il 76,41% e poi nel 1998 con il 74,03%). Rispetto alle elezioni del 2017 (60,84%) sono venuti a votare ben 320.000 persone in più, ma occorre sottolineare che la ghigliottina dello sbarramento lascia circa un milione di elettori su 5,3 senza rappresentanza politica. Un parlamento, dunque, orfano della sinistra e apparentemente meno “affollato” con soli 4 soggetti politici ma che, disaggregate le coalizioni, diventano in totale 7 partiti.

Sui risultati delle elezioni relativamente chiari, benché non netti, incombe un’incognita chiamata Miloš Zeman. Il presidente ceco, infatti, è stato ricoverato d’urgenza ieri, il giorno dopo la chiusura delle urne e un’ora dopo aver incontrato nella sua residenza di Lány, alle porte di Praga, il premier Babiš. Sul suo stato di salute vige da molto, troppo, tempo un impenetrabile embargo informativo, accuratamente costruito dal suo entourage più stretto che, alla luce delle sempre più lunghe assenze del presidente dai microfoni, fanno sospettare inquietanti scenari di manipolazione della massima carica dello Stato ad opera di un ristretto gruppo (leggi cricca) di funzionari non eletti e, in alcuni casi, pericolosamente legati a Mosca e Pechino.

Ammesso, quindi, che le sue condizioni gli permettano di tornare velocemente operativo (nei dibattiti si sprecano le analisi dei costituzionalisti sull’eventuale processo di destituzione per motivi di salute), rimane aperta la questione su chi incaricherà delle consultazioni per la formazione del nuovo governo. Potrebbe essere forse arrivato il momento del “gambetto del presidente”, di cui scrivemmo in marzo. Zeman, infatti, ha più volte ribadito che avrebbe nominato premier il leader del partito e non della coalizione (che ritiene una truffa ai danni degli elettori) vincente, ben consapevole del fatto che, a livello di singoli partiti, le elezioni le avrebbe vinte Babiš, come infatti è successo.

Le due coalizioni vincenti, consce del pericolo, si sono già affrettate a firmare un memorandum per chiedere al presidente di incaricare Petr Fiala, leader della coalizione vincente, e in cui si impegnano a non trattare con nessun altro soggetto politico. Ovvero a non farsi sedurre dalle probabili lusinghe di Babiš che cercherà di spaccare la loro attuale intesa facendo leva sulle probabili lungaggini e sull’ostruzionismo che il presidente Zeman potrebbe inscenare per aiutare il suo favorito.

Interrogato a caldo durante la prima conferenza stampa dopo le elezioni, Babiš ha negato di aver detto (chiaramente lo ha detto) che avrebbe lasciato la politica in caso di sconfitta (ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti ecc. ecc.). Notoriamente pessimo oratore, Babiš, infatti, è riuscito in una sola frase ad affermare di non voler andare all’opposizione ma anche di non voler lasciare la politica. Tutto questo dopo aver ammesso pubblicamente la sconfitta.

Babiš evidentemente non ha vinto queste elezioni, ma è ancora presto per dire che le abbia perse. E anche nell’ipotesi che, con le loro 108 comode poltrone, le due coalizioni SPOLU e PirStan riescano a metter su un esecutivo, la stabilità di un governo formato da 5 partiti finora uniti solo dall’agenda antibabiš è cosa ancora tutta da vedere. Insomma, per dirla con Trapattoni, non dire premier se non ce l’hai nel sacco.

Foto di Lukaš Biba per la testata aktualne.cz

Chi è Andreas Pieralli

Pubblicista e traduttore freelance bilingue italo-ceco. Laureato in Scienze Politiche a Firenze, vive e lavora a Praga. Si interessa e scrive di politica, storia e società dell’Europa centrale. Coordina e dirige il progetto per un Giardino dei Giusti a Praga.

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