SERBIA: La miniera di Bor e la scelta impossibile tra lavoro e salute

Non era vero niente, dunque. Quella promessa di chiudere il sito minerario di Bor, cittadina nell’est della Serbia, non sarà mantenuta. Anzi: non solo il sito di Bor non chiuderà, ma la società cinese proprietaria del complesso – la cinese Zijing Mining – potrà aumentare la capacità produttiva del complesso chimico-metallurgico tramite la ricostruzione di alcune strutture già esistenti e la realizzazione di nuove, esternamente ai limiti attuali dell’area attiva.

E’ questo il risultato dell’incontro di poche settimane fa tra i vertici aziendali e i rappresentanti del Ministero delle miniere e dell’energia che hanno dichiarato che i rilievi mossi la primavera scorsa – quelli che avevano portato alla “minaccia” di chiudere gli impianti – erano stati risolti e che la Zijing Mining aveva implementato quanto necessario per contenere l’impatto ambientale del sito produttivo.

Che cos’è BOR

La miniera di Bor o, meglio, il complesso di Bor (RTB Bor), sfrutta una delle più grandi riserve di rame al mondo. Esso è costituito da numerosi siti estrattivi, oltre che dalla fonderia e dall’impianto per la lavorazione delle scorie che ne derivano. Dopo vari tentativi falliti per privatizzarlo, il complesso è passato nelle mani del gruppo statale cinese Zijing Mining nel 2018 (proprietaria al 63%), subentrando a decenni di gestione fallimentare del governo serbo. Un passaggio che, già all’epoca, aveva suscitato diverse perplessità, oltre all’accusa di essere stato coordinato attraverso una gara d’appalto per una partnership strategica – lo stato rimane azionista di minoranza – fatta su misura per favorire la holding cinese.

Ma non è tutto: secondo le conclusioni di un dettagliato rapporto redatto dal Center for Contemporary Policy (CCP) di Belgrado, l’accordo tra lo stato serbo e la Zijing Mining consentirebbe l’esenzione dalle sanzioni connesse alla violazione delle normative ambientali a tempo indeterminato perché non esisterebbe alcun limite temporale per la transizione ambientale. Un’esenzione, secondo le conclusioni del rapporto, contro la legge.

I problemi di inquinamento

La notizia del “rilancio” delle attività produttive è stata una doccia fredda per le associazioni ambientaliste e per la popolazione che da anni lottano perché il sito sia messo in sicurezza e perché siano realizzate le azioni correttive a contenimento dell’inquinamento da esso generato.

L’inquinamento non è certo una novità per RTB Bor, così come è chiaro che esso è antecedente l’arrivo del gruppo cinese, soprattutto dopo il completamento della nuova fonderia nel 2015: gli effetti su suolo, acqua e aria erano noti da tempo, e da tempo più volte denunciati. Tuttavia, l’intervento privato e il forte impulso produttivo che ne è derivato sembrano aver accentuato il problema, poiché all’aumentata capacità non avrebbe corrisposto il necessario adeguamento degli impianti che, di fatto, non sarebbero più in grado di contenere l’inquinamento.

Inquinamento dell’aria, soprattutto, con emissioni di anidride solforosa così costantemente oltre la soglia – dieci volte oltre i limiti imposti dalla normativa europea – da avere indotto la città di Bor a presentare una denuncia penale nel tentativo di arginare gli effetti sulla salute pubblica, a carico soprattutto del sistema respiratorio (bronchiti e asma, particolarmente tra i bambini). Non sono esenti dal problema anche le acque, così come risulta dai campionamenti delle acque del fiume Pek – affluente del Danubio – che hanno rilevato concentrazioni di rame 17 volte superiori a quelle di legge, oltre alla presenza di arsenico e piombo nei sedimenti.

Il muro contro muro azienda-governo e organizzazioni ambientaliste

Per parte sua il governo ha risposto alle proteste – che subito si sono levate non appena si è diffusa la notizia dell’avallo all’espansione produttiva – rassicurando circa il fatto che tutte le attività “sono monitorate con attenzione” e che saranno eseguite le necessarie ispezioni per accertare che esse si svolgano “a norma di legge e nel rispetto dei più alti standard tecnici in materia di protezione dell’aria, delle acque e del suolo”.

La stessa Zijing Mining ha fatto sapere di essere andata ben oltre le intese e di aver investito 142 milioni di dollari per il miglioramento dello stato dell’ambiente rispetto ai 70 milioni pattuiti col governo serbo. Ed oltre a ciò, di avere installato nell’agosto scorso un nuovo impianto per il trattamento dei fumi che ridurrà del 95% le emissioni di anidrite solforosa.

Non sono per nulla persuase le organizzazioni ambientaliste – e in particolar modo la National Ecological Association – che, proprio ad agosto, hanno denunciato la presenza sulla cittadina serba di una vera e propria nube tossica e che, più in generale, continuano a denunciare l’inaccettabilità della situazione.

Gli interessi economici oltre la salute?

Un attivismo, però, che non sempre fa breccia tra la popolazione locale preoccupata degli impatti occupazionali che un eventuale ridimensionamento del complesso potrebbe avere, in un’economia che ruota quasi esclusivamente sulle miniere e sul loro indotto – riproponendo, con ciò, l’eterno dualismo tra lavoro e salute, ben noto anche dalle nostre parti. A maggior ragione, ora, dove è crescente l’innesto di manodopera cinese, più economica e “malleabile”.

Su tutto grava, inoltre, il legame sempre più stretto tra Cina e Serbia, con quest’ultima che è diventata il quarto stato per investimenti cinesi in Europa e con l’industria pesante serba assai spesso nelle mani di proprietari orientali. Partnership che si è ulteriormente rafforzata con il beneplacido del governo serbo alla China Machinery Engineering Corporation (CMEC) per l’espansione della centrale a carbone di Kostolac, una delle più inquinanti al mondo.

Il tutto in un paese dove la capitale, Belgrado, occupa stabilmente il posto di città tra le più inquinate d’Europa vantando, anche, il triste primato di morti connesse a problemi ambientali.

Foto Balkaninsight

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo". Nel 2021 il racconto "Resta, Alima - il racconto di un anno" è stato menzione di merito al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

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