MONTENEGRO: L’indipendenza del 3 giugno 2006 e le divisioni di oggi

Il 3 giugno del 2006 (ri)nasceva il Montenegro indipendente, in seguito al referendum del 21 maggio precedente. Fu una vittoria di misura, preceduta da settimane di dibattito politico e seguita da divisioni profonde, che hanno lasciato un’impronta importante nella storia del piccolo paese balcanico.

Il referendum per l’indipendenza

Il referendum per l’indipendenza del 21 maggio 2006 vide, dopo una giornata piena di ribaltoni, il 55,5% degli elettori favorevoli all’indipendenza dall’Unione Statale di Serbia e Montenegro, solo poco al di sopra della soglia di validità fissata al 55%, su proposta del supervisore dell’Unione Europea Miroslav Lajčák. Votarono 419.236 cittadini, cioé l’86,49% degli aventi diritto.

Il fronte pro-indipendenza, composto in primis dal Partito Democratico dei Socialisti del Montenegro di Milo Đukanović e dal Partito Socialdemocratico, presentò l’indipendenza come un fattore di continuità con la storia del Montenegro, divenuto stato indipendente nel 1878 dopo secoli di peculiare autonomia, indipendenza persa a favore del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi Jugoslavia) dopo la prima guerra mondiale. Il fronte unionista, capeggiato dal Partito Socialista Popolare di Predrag Bulatović, puntava invece sull’importanza di mantenere lo storico legame con Belgrado, seppur in una forma politica confederale quale era l’Unione Statale di Serbia e Montenegro.

I due schieramenti riflettevano le due anime del paese, una montenegrina e una serba, entrambe molto forti e radicate nel presente e nel passato del Montenegro. Una divisione confermata poi dalla distribuzione dei voti. Molte municipalità del nord, come Plužine (24,2%), Pljevlja (36,07%) e Žabljak (38,37%), risultarono fortemente contrarie all’indipendenza, proprio come la costiera Herceg-Novi (38,28%) e come una parte del sud-est, tra cui Andrijevica (27,6%), Berane (46,85%) e Kolašin (41,82%). Il fronte indipendentista, invece, vinse sul filo di lana a Podgorica (53,22%), Nikšić (52,01%), Kotor (55,04%) e Budva (52,75%), trionfando a Cetinje (85,21%), l’antica capitale reale del Montenegro, a Bar (63,07%) e nelle municipalità a maggioranza bosgnacca e albanese, come Rožaje (90,79%), Ulcinj (87,64%) e Plav (78,47%). Il favore delle minoranze presenti nel paese alla causa indipendentista fu dovuto anche alla promessa della creazione di un nuovo stato, con un futuro europeo, che avrebbe valorizzato tutte le sue comunità e tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica.

Accertato il risultato, il 3 giugno successivo il parlamento del Montenegro dichiarò ufficialmente l’indipendenza del paese.

L’allontanamento da Belgrado

L’architetto del progetto di indipendenza fu Milo Đukanović, padrone della politica montenegrina già dagli anni Novanta, che acquisì ulteriore potere con il passaggio del 2006, dominando la scena pubblica in maniera ancora più netta.

Negli anni a venire, il Montenegro ha iniziato il suo percorso verso l’integrazione euro-atlantica, allontananandosi progressivamente dalla Serbia. Il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo (9 ottobre 2008), l’apertura dei negoziati con l’Unione Europea, il tentato golpe (filo-russo?) del 2016, l’entrata ufficiale nella NATO(28 aprile 2017) e le tensioni del 2020 con la Chiesa Ortodossa Serba sono stati i momenti più iconici dell’allontanamento di Podgorica da Belgrado (e da Mosca) e hanno segnato momenti di forte divisione all’interno del paese, spaccato fra le due anime che si erano scontrate durante il referendum del 2006.

Aldilà delle tensioni con l’opposizione filo-serba, il percorso del paese sotto Đukanović è stato segnato da qualche luce e molte ombre; da un lato, un graduale avvicinamento all’Unione europea, caratterizzato da un governo inclusivo delle minoranze etniche e da riforme a favore dei diritti civili; dall’altro, un potere sempre più autoritario, una diffusa corruzione ed un’economia trainata da prestiti ed investimenti esteri poco limpidi e da un turismo spesso accompagnato da progetti infrastrutturali dal forte e drammatico impatto ambientale e culturale.

Nonostante gli scandali e i casi di corruzione di cui è stata accusata l’èlite governativa, la prima battuta d’arresto per Đukanović è arrivata solo nel 2020, quando una variegata coalizione di opposizione, composta sia da formazioni filo-serbe che da movimenti civici, moderati ed europeisti, ha ottenuto una risicata maggioranza, aprendo una nuova fase politica sotto la guida di Zdravko Krivokapić e Dritan Abazović.

La disillusione e le speranze

Il nuovo governo, il primo nella storia del paese senza Đukanović, ha presto mostrato le divisioni da cui è lacerato. Il ministro Vladimir Leposavić, ad aprile, ha dichiarato di non riconoscere i crimini di guerra commessi a Srebrenica come un genocidio, toccando un tema su cui la coalizione al potere risulta fortemente divisa. Contestualmente, nelle settimane precedenti, sono stati registrati attacchi e minacce su base etnica contro la popolazione bosgnacca a Pljevlja.

Il paese in questi giorni è scosso anche dal grande debito contratto con la Cina nel 2014 per la costruzione del tratto montenegrino dell’autostrada Belgrado-Bar. Il Montenegro è in difficoltà con la prima rata e l’Unione Europea ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di aiutare Podgorica, in quanto non intende farsi carico di debiti contratti con paesi terzi. In caso di mancato pagamento, la Cina potrebbe acquisire alcune parti del territorio montenegrino.

Oggi, l’entusiasmo e le attese che avevano caratterizzato l’indipendenza del 2006 sembrano deluse e molti giovani lasciano il paese in cerca di opportunità. Secondo lo storico Adnan Prekić, fra la popolazione prevalgono il senso di ingiustizia e divisione, mentre lo scrittore Balša Brković sottolinea come il Montenegro di oggi sia ben lontano dal paese che molti avevano immaginato nel 2006, nonostante le sue parole non nascondano la speranza di un futuro migliore.

Il Montenegro è uno stato giovane, che affronta problemi molto simili a quelli che affliggono gli altri paesi dell’area balcanica. I primi anni non sono stati quello che molti avevano immaginato, ma la strada per la creazione di un paese multietnico, giusto ed europeo è ancora percorribile.

Foto: Max Yakovlev/Pixabay

Chi è Dino Huseljić

Studente dell'Università di Pisa, cresciuto in Bosnia-Erzegovina e formato in Lombardia. Si interessa di Balcani e di tutto ciò che riguarda il calcio e la pallacanestro. Dal 2019 scrive su "Gli Stati Generali".

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