MONTENEGRO: Approvato il primo governo senza Djukanovic. Al via una nuova era politica

A quasi cento giorni dalle elezioni il Montenegro si è finalmente dato un nuovo governo, il quarantaduesimo della sua storia. Sarà un governo numericamente ridotto, solo 12 ministri (di cui 4 donne) – contro i 17 del precedente – e, perlomeno sulla carta, sarà un governo tecnico.

Il voto parlamentare di oggi, previsto inizialmente ad inizio novembre ma rimandato a causa del Covid contratto da uno dei leader della nuova maggioranza, Dritan Abazović, ha suggellato l’inizio di una nuova era politica per il paese balcanico. Nessuna sorpresa e, soprattuo, nessun appoggio “esterno” dai partiti delle minoranze etniche, quello albanese e quello bosgnacco che hanno votato contro.

La nascita del governo 

È così che dopo trent’anni di dominio ininterrotto, il Partito Democratico dei Socialisti (DPS) – guidato dall’attuale presidente della repubblica, Milo Đukanović – lascia il timone del paese per rimetterlo nelle mani di una coalizione nuova di zecca e di un nuovo primo ministro, Zdravko Krivokapić.

Un epilogo che è il naturale suggello del risultato della tornata elettorale del 30 agosto passato quando, nonostante il DPS si fosse confermato come prima compagine del paese, era stata però la coalizione d’opposizione anti-establishment (e soprattutto anti-Đukanović) a guadagnare una risicatissima maggioranza parlamentare (41 voti su 81). Zdravko Krivokapić, esponente della lista di maggioranza nella coalizione, “Per il futuro del Montenegro”, incaricato di formare il nuovo esecutivo l’8 ottobre scorso, si è dovuto destreggiare per mettere insieme una squadra di governo che fosse l’espressione delle tre liste uscite vincitrici: oltre alla lista “Per il futuro del Montenegro”, trainata dal Fronte Democratico – partito etnico filo-serbo – completano la maggioranza la lista moderata e filo-europeista “La Pace è la nostra Nazione” e la lista civica e indipendente “Nero su bianco” (URA).

Una coalizione quanto mai variegata, dunque, ma che ha retto piuttosto bene alle prime prove di unità. Prima tra tutte l’indicazione dello stesso Krivokapić quale premier incaricato. Professore di ingegneria all’Università di Podgorica, Krivokapić è un volto nuovo del panorama politico montenegrino: vicinissimo alla Chiesa ortodossa serba si è distinto, proprio quest’anno, per il suo attivismo nelle proteste contro quella legge sulla proprietà religiosa che, con ogni probabilità, è costata l’elezione al DPS. Un intento unitario che è stato poi confermato nella scelta condivisa del trentatreenne Aleksa Bečić (esponente di “La pace è la nostra Nazione”) quale presidente della camera e, prima ancora, nella stipula, già il 9 settembre scorso, di un documento programmatico che delimita il perimetro entro il quale la coalizione intende muoversi.

Le critiche 

La creazione della squadra di governo non è stata esente da aspre discussioni, specie internamente alla maggioranza. Il confronto è stato particolarmente duro soprattutto con il Fronte Democratico che rivendicava la necessità di una maggiore connotazione politica su quella squisitamente tecnica della compagine governativa. Ed è un paradosso, visto in quest’ottica, che le critiche maggiori sui nomi proposti dal primo ministro si siano incentrate soprattutto nell’evidenziarne una modesta caratura tecnica. Primi tra tutti i ministri con incarichi di natura economica, nessuno dei quali ha una comprovata esperienza internazionale in alcuna delle istituzioni che contano.

I detrattori non hanno mancato di rimarcare, poi, come alcuni dei nuovi capi gabinetto si siano distinti più per la dichiarata vicinanza alla Chiesa ortodossa serba piuttosto che per la propria preparazione negli specifici campi di competenza paventando, dunque, una pesante influenza di quest’ultima nella selezione dei nominativi proposti e, più in generale, nella vita sociale e politica del paese, anche dopo la recente scomparsa del metropolita Amfilohije Radović. È emblematica, in questo senso, l’affermazione di Krivokapić di sentirsi a capo di 12 apostoli, una dichiarazione talmente improvvida da risultare persino comica, se non fosse che proprio l’esasperata etnicizzazione dello scontro aveva portato all’indomani del voto a disordini e violenze ai danni, soprattutto, della minoranza musulmana. E proprio la forte connotazione etnica e monoteista è stata più volte rimproverata da parte delle opposizioni anche nel corso del dibattito parlamentare di questi giorni .

I nodi al pettine

Le prime indicazioni programmatiche, tuttavia, si inseriscono sulla falsa riga tracciata dal precedente governo, quantomeno per quanto attiene i principali impegni internazionali: l’adesione all’Unione europea non è in discussione – ed è stata anzi ribadita al commissario all’allargamento Olivier Verhelyi in visita a Podgorica – così come la linea euro-atlantica in politica estera e l’appartenenza alla NATO. Punto, questo, nient’affatto scontato soprattutto per la posizione ostile del Fronte Democratico, storicamente più vicina a Mosca che all’occidente.

Uno conflitto che rischia di esacerbarsi ulteriormente sulla questione del riconoscimento del Kosovo, dato che il neopremier ha fatto sapere che non intende prendere alcuna iniziativa volta al ritiro del riconoscimento dell’indipendenza di Pristina, punto che invece era parte integrante della piattaforma elettorale del Fronte Democratico alla vigilia. E punto che di sicuro non aiuterà ad appianare le fortissime tensioni in essere con la Serbia, culminate sabato scorso con la reciproca espulsione dei due ambasciatori per controversie di natura storica e diplomatica.

Sul fronte interno, poi, appare molto delicata la questione della legge sulle proprietà religiose, tra chi, a destra, la vorrebbe abolire tout court e chi, i moderati centristi, vorrebbe invece semplicemente emendare gli articoli più controversi.

I rapporto con Đukanović 

Resta un’incognita, inoltre, il rapporto tra Krivokapić e Đukanović, ovvero il capire se il confronto saprà incanalarsi nell’alveo del normale dibattito istituzionale o se prevarranno i toni e le spigolosità già viste in campagna elettorale, punto tanto più dirimente in considerazione del fatto che il presidente della repubblica ha di fronte a sé ancora quasi tre anni di mandato. Certo non fanno ben sperare le esplicite richieste di dimissioni recentemente avanzate da Krivokapić e la richiesta rivolta a Đukanović di verificare la sua “credibilità politica”.

Dal canto suo Đukanović è intervenuto più volte nelle settimane scorse per rivendicare la proattività e l’azione modernizzatrice dei suoi governi con dichiarazioni che, con ogni probabilità, sono rivolte soprattutto all’interno del suo stesso partito. E’ qui, infatti, che si fa sempre più insistente la richiesta dell’indizione di un congresso straordinario e, più in generale, l’inizio di un processo di profondo rinnovamento.

La possibilità di dare il via ad uno nuovo corso, ad una nuova era politica in Montenegro è ora nelle mani di Krivokapić e del suo esecutivo. Sta a lui il compito di trovare gli equilibri necessari e i necessari compromessi sulle molte questioni aperte. Un compito che, ad oggi, risulta, complesso e con un finale tutto da scrivere.

Foto: Ledeljnik

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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