LINGUAE: Quando scompare una lingua, il giudeo-spagnolo di Bosnia

Se è vero che la lingua è una delle colonne portanti su cui poggia la cultura di un popolo, oggi la comunità ebraica di Sarajevo ne ha smarrito un pezzo importante. Con la scomparsa di David Kamhi, il 12 marzo scorso, gli ebrei sefarditi di Sarajevo non perdono solo il musicista, l’uomo di cultura da sempre impegnato sul fronte politico e sociale a sostegno della propria comunità e, più in generale, di tutti i sarajevesi – è stato vicepresidente della associazione culturale e umanitaria ebraica, La Benevolencija, istituzione cittadina attivissima negli anni della guerra – ma perdono anche uno dei pochissimi sarajevesi che ancora oggi parlavano ladino. Ne rimangono solo tre, ora, tra di loro un altro personaggio simbolo, Jakob Finci.

Non piaceva, a Kamhi, il termine “ladino” per indicare la sua lingua d’origine e sosteneva che fino alla Seconda guerra mondiale nessuno, in Bosnia, si sarebbe mai sognato di etichettarla così: djidió o judezmo o, ancora, giudeo-spagnolo erano le definizioni giuste.

Entrare nella sinagoga di Sarajevo tra il 1992 e il 2016, periodo durante il quale Kamhi fu chazan – ovvero colui che con la propria voce guida le preghiere cantate – significava fare un salto temporale di 500 anni e più. E più precisamente tornare al 1492, quando il Gran Inquisitore Torquemado Tomaso emanò l’ordine di espulsione dalla Spagna degli ebrei che non si fossero convertiti al cattolicesimo. Gli ebrei di Spagna (sefarditi, parola ebraica che significa “spagnolo”, appunto) erano mercanti, artigiani e, persino, alti funzionari statali e nei Balcani arrivarono con il benestare del sultano turco Bayezid II, in quello che, allora, era Impero ottomano.

La prima menzione dei sefarditi a Sarajevo, risale al 1550, circa, ed è in epoca ottomana che furono realizzate gran parte delle sinagoghe in Bosnia. Nel giro di pochi anni Sarajevo diventò un centro sefardita di prima grandezza, secondo solo a Costantinopoli, ma al pari di Salonicco e superiore a quello insediatosi a Belgrado. Gli ebrei di Spagna portarono con loro una lingua che, già in partenza, era un miscuglio di dialetti spagnoli; miscuglio in cui trovarono spazio sia idiomi arabi derivanti dal dominio moresco sotto cui molti avevano vissuto, sia termini ebraici attinti dai testi sacri letti nel corso delle preghiere e dei riti religiosi. Nei secoli la lingua ha mantenuto la struttura dello spagnolo medievale (viene considerata una variante arcaica del castigliano), ma si è ulteriormente contaminata lungo il percorso di avvicinamento ai Balcani con l’italiano, il francese e, ovviamente, il turco.

Oggi a Sarajevo il giudeo-spagnolo rischia di scomparire per sempre, vittima anche dell’impressionante riduzione numerica che ha subito la comunità ebraica cittadina negli ultimi decenni. Prima della Seconda guerra mondiale gli ebrei nel paese erano quattordicimila, un sarajevese su sette era ebreo (diecimila in tutto), perlopiù sefarditi con una minoranza di ashkenaziti (ebrei originari della Germania e dell’Ungheria, parlanti la lingua yiddish). Ci furono poi la deportazione nazifascista e i campi di concentramento ustascia e tedeschi da cui tornarono poco più di duemila persone: per di più molti di quelli che rientrarono decisero, nel 1948, di trasferirsi nel nascente stato di Israele, provocando l’emorragia di altre centinaia di persone.

Una fuoriuscita che ebbe un ulteriore impulso alla vigilia della guerra degli anni ’90 causando un’altra drammatica riduzione di una comunità già fortemente ridimensionata. Secondo il censimento del 2013 i bosniaci che non si riconoscono nelle tre principali religioni del paese (musulmana, ortodossa, cattolica), ovvero quelli inseriti nella categoria “altri” (la scheda non prevedeva la possibilità di indicare la categoria “ebreo”) sono poco più dell’1% dell’intera popolazione e coloro che non rientrano in nessuno dei maggiori gruppi etnici dello stato rappresentano meno del 3% (un calo drastico rispetto al 7% registrato prima della guerra del 1992-1995): un’irrilevanza numerica che ha, tra l’altro, provocato la marginalizzazione della comunità ebraica anche nella vita politica del paese, secondo la costituzione redatta all’indomani degli accordi di Dayton.

Oggi a Sarajevo ci sono poco più di cinquecento ebrei e la “Piccola Gerusalemme”, quella dove si trovavano scuole ebraiche rinomate nel mondo, rischia di sparire per sempre: una comunità così piccola che sefarditi e ashkenaziti condividono la sinagoga dialogando nella sola lingua che li accomuna, il bosniaco, svilendo ancor di più l’uso del giudeo-spagnolo. Tra le nuove generazioni, poi, nessuno sembra interessato a portare avanti questa tradizione secolare: quando nel 2012 la Spagna aprì la possibilità di acquisire la cittadinanza spagnola ai sefarditi discendenti da quel nucleo originario, i giovani sefarditi in tutto il mondo privilegiarono l’insegnamento dello spagnolo moderno rispetto a quello medioevale. Un ulteriore tassello nel processo di “spopolamento” di quella antichissima lingua.

Le lingue, come ogni altro fattore umano, sono vive: nascono, si evolvono, diventano qualcosa d’altro e di diverso, assorbono ciò che le circondano: le lingue ascoltano, mutano, imparano nuovi suoni. E poi muoiono. È un destino comune a molte lingue: secondo l’UNESCO sarebbero almeno 6,000, nel mondo, quelle a rischio d’estinzione. Una lingua scompare ogni 14 giorni, il 50% delle lingue spariranno entro il 2100. Tra esse, forse, il giudeo-spagnolo, che non a caso la stessa UNESCO ha inserito tra quelle a rischio: a Sarajevo questo destino sembra essere un’imminente realtà.

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Foto dall’archivio personale dell’autore

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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