“La principessa guerriera”, la fiaba in versi di Marina Cvetaeva ora in italiano

La principessa guerriera, scritto da Marina Cvetaeva nell’estate del 1920 — un anno drammatico nella biografia già di per sé tragica della poetessa — è finalmente disponibile anche in italiano, grazie all’attenta traduzione di Marilena Rea per Sandro Teti editore. 

Si tratta di un poema-fiaba in versi (poema-skazka) dal portato folklorico-simbolico che riscrive, in un intarsio intertestuale di fonti e immagini della tradizione, una fiaba tradizionale russa, contenuta nella nota raccolta ottocentesca di A. Afanas’ev Fiabe popolari russe (Narodnye russkie skazki). Protagonista è la principessa guerriera, la quale abbandona il proprio ruolo e l’armata a lei fedele per attraversare i mari e salvare così l’amato principe inetto, suo opposto complementare: i due sono, letteralmente e simbolicamente, il Sole e la Luna, elementi costantemente e rispettivamente richiamati nell’opera.

La principessa è una “Vergine” che “incita […] i soldati! / È un colosso di statura, serpe-scudiscio la cintura, / la testa tocca il cielo blu, / sull’elmo una coda equina, / sul lobo – la luna-orecchino…” (p. 37). La rimprovera la balia, provocandone appena le risa di donna altera e fiera: “Appena sorge il giorno – abbatti i nemici, / poi a mezzogiorno – batti i boschi vicini, / quando cala la sera – cominciano le danze, / a mezzanotte – ti scoli bottiglie coi soldati. // […] Questa tua mala creanza / mette in fuga i pretendenti!” (p. 53). 

Opposto a lei, come la Luna al Sole, è lo zarevič, “un piccolo fiore, / un soffione” (p. 43), “più niveo di una tovaglia”, venuto al mondo “forse un venerdì, a mezzanotte” o, come riflette egli stesso, “forse la luna, piangendo, / come lacrima mi ha perso” (p. 47). O ancora: “pessimo figlio per lo Zar della terra, / forse buono per quello del Cielo!” (p. 173). Agli occhi di lei è “una bellezza non-russa” per la sua fragilità e delicatezza (p. 95). Tanto diversi e opposti sono i due che è la mano di lui a esser “buona a tessere”, mentre quella di lei lo è a “svellere querce” (pp. 79, 81).

Anche in questo poema, tuttavia, si realizza quella che è l’unica variante ammissibile di amore per Cvetaeva, poetessa “votata al non amore”, ovvero quella “tragedia del mancarsi” che costituisce “il paradigma cvetaeviano per eccellenza dell’amore” (M. Rea, p. 11). Come nota anche Monica Guerritore nella postfazione, Cvetaeva è infatti l’“eroina dell’abbandono”; per lei “l’amore è una catabasi dell’impossibile” (pp. 282-283).

I due, la principessa Zar-fanciulla (Car’-devica) e lo zarevič, hanno la possibilità di un triplice incontro, eppure esso viene sempre mancato a causa di una maledizione della Matrigna-serpe (dalle evidenti connotazioni bibliche) che costringe il principe  — non a caso “Zar-Addormentato” lo chiama la principessa guerriera (p. 237) — a un sonno dalle tinte pienamente fiabesche. 

L’innamoramento non avviene dunque nella presenza, ma sempre — come nella biografia della poetessa stessa — nell’assenza e nella distanza: è la musica suonata da lui e udita da lei a far sciogliere il cuore di quercia della principessa guerriera (“Quando una quercia / ha mai pianto resina?”, p. 157): “Lei ascoltava questo canto / (era come gustare una mela!), / captava il suono soave / (era come assaggiare la birra!)” (p. 147). 

Il corteggiamento continua, per lo zarevič addormentato, nel sogno e nel sonno (in russo sempre son) e quindi è del tutto immaginifico, procede per simboli, metonimie, visioni cui egli stesso stenta a credere: “E ho sognato – sussurra / (il labbro si sfrega) – / un sole rosso / sulla bocca, come mela” (p. 165).

Se la musica è capace di sconvolgere l’animo della principessa guerriera, è essa che sa catturare anche il lettore: la lingua di Cvetaeva nell’opera si fa particolarmente studiata, ritmica, musicale, ricca di formule e reiterazioni stilizzanti la fiaba; Marilena Rea, inoltre, fa un gradito regalo al lettore con una sua introduzione alla lettura metrica dell’opera di Cvetaeva, rendendo merito al preciso lavorio della poetessa sul verso, sempre cangiante e dunque di difficile resa in traduzione. Proprio “la disomogeneità metrica e stilistica del poema” che “non concede tregua e crea un effetto di spaesamento continuo, alimentato anche dall’abbondanza di stilemi fiabeschi ed epici, dall’uso insistente del trattino e dei punti esclamativi” (M. Rea, p. 12) catalizzò diverse critiche all’uscita del volume; tuttavia, questa estremizzazione anche formale non fa che sintetizzare anche stilisticamente quell’anima (tutta russa) tendente agli estremi che caratterizza l’amazzone bastioncontraria per eccellenza della letteratura russa Marina Cvetaeva.

Se per visioni e immagini si struttura l’innamoramento, anche nella lettura sono queste a guidare l’intarsio narrativo: si ripetono così con una precisione quasi maniacale, oltre ai riferimenti al sole e alla luna, determinati colori (il porpora, in primo luogo, sebbene non sempre venga reso in traduzione, ma a questo serve il testo russo a fronte) e un’intera voliera di uccelli, alcuni connotati positivamente (tra cui il colombo, l’aquila, il falco), altri negativamente (come il gufo-civetta).

La fiaba in versi di Marina Cvetaeva non può che concludersi tragicamente (muoiono irrimediabilmente tutti, quasi a sottolineare che non c’è distinzione tra supposti buoni e cattivi nelle “fiabe vere”) e con tinte apocalittiche, in cui ogni cosa si ribalta: “Appena scoppia la rivolta, / chi era sopra – nel fango” (p. 263). La rivoluzione che depone lo zar (“Non c’è più uno Zar! / Da oggi ti chiamerai Zanzara”, p. 263) e che Cvetaeva aveva vissuto da vicino pochi anni prima, più che aprirsi a letture politiche, non è che una degna conclusione alla fiaba: se non c’è spazio per uno zarevič inetto e per una Zar-fanciulla innamorata e fiera, non ve n’è neppure per il potere costituito. La “Russia Rossa” che emerge tumultuosamente alla fine, dopotutto, non proclama un nuovo inizio, ma annuncia soltanto — almeno per il momento — che “è la fine!” (p. 269). 

Immagine: Wikipedia

Chi è Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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