Intervista a Slavenka Drakulić: Narrare la storia al femminile assieme a Frida, Dora e Mileva

All’uscita del suo ultimo libro in Italia, Dora e il Minotauro, dedicato alla fotografa surrealista Dora Maar e al suo travagliato rapporto con Pablo Picasso, abbiamo intervistato l’autrice, Slavenka Drakulić, conversando con lei di prospettiva femminile, origini balcaniche, rapporto tra i generi, lingue e talento creativo.

Scrittrice, giornalista e saggista croata di fama internazionale, Drakulić è nota in Italia dagli anni Novanta grazie alla pubblicazione di alcune sue opere dedicate al mondo comunista e post-comunista. Nel 2004 ha ricevuto il premio Award for European Understanding della Fiera del libro di Lipsia.

Prima Mileva Einstein e ora Dora Maar: qual è il motivo che l’ha portata a raccontare o meglio ri-narrare la storia di queste due donne?

È il caso qui di ricordare che, prima di loro, avevo anche scritto un romanzo su Frida Kahlo. A prima vista queste tre donne non sono legate. Molto invece le lega: ad esempio, il fatto che hanno vissuto con uomini molto noti, quali Diego Rivera, Pablo Picasso e Albert Einstein. Inoltre, erano tutte e tre delle creative, sia che si occupassero di arte, che di scienza.

Come si configurarono i loro rapporti emotivi con questi uomini? Quali sono le conseguenze della dominazione dell’uomo sulla donna quando entrambi si occupano dello stesso lavoro? Le risposte sono differenti: Frida si è ricavata un posto nella storia della pittura, mentre suo marito è quasi dimenticato. Dopo che il marito la lasciò, Mileva abbandonò totalmente la fisica e si dedicò ai figli. Dora per qualche tempo visse con Picasso, venendo poi ingiustamente ricordata tuttalpiù come sua musa, colei che per amore abbandonò la carriera artistica.

Ovviamente esiste una differenza tra la figura storica e il personaggio letterario: io in quanto scrittrice sono interessata solamente a determinati aspetti della biografia dei miei personaggi e su questi mi focalizzo nel romanzo. Il romanzo non è la biografia, sebbene a volte accada che le lettrici lo leggano proprio come se lo fosse.

Picasso, dal suo romanzo, non esce affatto bene. C’è un intento (polemico?) volto ad “abbassare” la statura di figure maschili mitizzate nella cultura? 

Nel romanzo ho cercato di dimostrare che Dora Maar è stata molto più di una modella, di un’ispirazione per Picasso per oltre un centinaio di quadri e disegni. Era un’attivista di sinistra, colta, istruita, membro del circolo degli artisti surrealisti, tra i quali figuravano André Breton e Paul Éluard. Aveva una propria opinione su tutto, soprattutto sulla politica e sull’arte; Picasso stesso le chiedeva quale fosse il suo pensiero su temi politici. 

Quando lo incontrò, Dora era all’apice della carriera, era nota per le sue fotografie surrealiste. Nel loro rapporto però, la creatività di Picasso, la forza della sua espressività prevalse su quella di lei. Per restare assieme a lui, lei rinunciò alla fotografia, perché Picasso non la considerava una vera e propria arte. Questo per lei fu micidiale. Non si oppose, non combatté per la sua arte. In relazioni simili, per un’artista donna è difficile resistere, proprio a causa della tradizione patriarcale. 

Ciononostante, non direi di aver consapevolmente tentato di sminuire Picasso. Quando si mostra qualcuno da vicino, se ne ottiene un’immagine differente. Era un tipo di artista che aveva a cuore solamente se stesso e la propria espressione creativa; aveva bisogno degli altri solo come “materiale”, come stimolo per la propria arte. Egoistico? Certamente. Questa caratteristica lo rende meno artista? Non sarei d’accordo.

Sia Mileva che Dora avevano un’anima (o impronta, quantomeno) balcanica: che ruolo gioca la loro origine nella scelta e poi strutturazione del loro punto di vista in questi due libri?

Quando parliamo di Mileva, quest’anima balcanica, intesa come provenienza, potrebbe essere la ragione per cui la sua figura è rimasta trascurata nella letteratura, sebbene tutte le biografie di Einstein la nominino. In generale, questo fatto non è stato decisivo per la scelta del personaggio, ma forse è intrigante per i lettori.

Dora parlò per tutta la vita in croato con suo padre, visitò anche Fiume un paio di volte. Crebbe però con sua madre, francese, frequentò le scuole in Francia e lì visse e lavorò dopo che la famiglia ritornò a Parigi dall’Argentina perché vi potesse frequentare la scuola superiore.

In generale, sono molto poco propensa a interpretare le persone sulla base della loro origine e in Dora, tranne per la conoscenza della lingua, non riconosco nessuna particolare caratteristica balcanica. L’insicurezza di Mileva e di Dora provengono dal fatto che furono donne e dalla posizione subordinata che le donne avevano nella società.

Veniamo allora alla lingua: ad esempio, il fatto che Dora parlasse spagnolo è un punto che diviene importante nella sua relazione con Picasso. Ma in che lingua scrive Dora Maar? In che lingua si auto-narra? Nel romanzo leggiamo, ad esempio: “Parlo fluentemente tre lingue, conosco l’inglese, ma la lingua della fotografia è la mia unica vera lingua. E quando ho permesso che mi venisse tolta, sono diventata non solo muta, ma anche un’altra persona. È stato Picasso, il Minotauro, a togliermi questa lingua”.

Questa è una domanda interessante. Dora parlava veramente in lingua spagnola con Picasso e il fatto che lei parlasse la lingua madre di lui li legò e li avvicinò ulteriormente. La lingua madre di lei era il francese, che parlava con sua madre. Con il padre parlava in croato, quella era la loro lingua, che la madre non capiva. E padroneggiava perfettamente la lingua della fotografia. Paradossalmente, tutto questo la rese una persona insicura. Come se in nessuna di queste lingue si sentisse totalmente a casa. E come se ciascuna di queste lingue le avesse dato un’identità differente: di figlia, amante, artista. Ciò che a prima vista la rendeva forte, contemporaneamente su un certo piano la confondeva. Come se, soprattutto mentre viveva con Picasso, si fosse continuamente chiesta: chi sono io veramente?

E Slavenka Drakulić in che lingua scrive e parla a se stessa? Quanto c’è dell’autrice nelle sue protagoniste femminili?

Me lo chiedono spesso, forse perché sono una donna e scrivo di donne, solitamente in prima persona. Credo che anche altre scrittrici ricevano questa domanda. Non c’è modo di misurare quanto di me ci sia in un personaggio! Certamente, la mia vita ed esperienza di donna aiutano a descrivere più facilmente alcune situazioni e soprattutto le sensazioni. Ma in questo, direi, non è tanto determinante l’esperienza, quanto la capacità di espressione, la fantasia e il talento.

L’attenta riflessione sul comunismo e sull’eredità di esso che parte gioca nella sua narrativa?

La coscienza socio-politica fu un elemento importante sia per Frida che per Dora. Frida era coinvolta direttamente nelle attività politiche di Diego Rivera e frequentò anche il leader comunista russo Lev Trotskij in Messico. Anche Dora si interessava di politica e certamente influì su Picasso; lo si vede, ad esempio, dalla decisione di dipingere forse la sua opera più celebre, Guernica, che è diventata un simbolo dell’antifascismo. Dora, in fin dei conti, aveva vissuto a Parigi, che era stata occupata dalle truppe tedesche e le sue origini miste le avevano dato motivo di preoccupazione. Picasso durante la guerra si era nascosto, non si era impegnato dal punto di vista politico (così come durante la lotta contro il fascismo nella sua patria) e si era preoccupato unicamente di conservare le sue opere. Viveva nel timore che gli occupanti gli sottraessero i quadri, così li vendeva di nascosto, ma questa era il suo solo timore. Dopo la guerra si unì ai comunisti, quando era diventato opportuno e quando pensò di poterne approfittare.

Che rapporto ha Slavenka Drakulić con la Croazia oggi? In qualche modo questo rapporto si riflette nello sfumato legame di Dora con la lingua croata del padre?

Nel mondo di Dora, lei e il padre comunicavano in croato. Erano molto vicini, il padre sosteneva il suo interesse per la fotografia, sebbene al tempo le donne non se ne occupassero. Credeva nel suo talento e desiderava che lei fosse indipendente. Non dimentichiamo che fu lui ad acquistarle la prima macchina fotografica quando ancora era una bambina. Le sue fotografie già all’epoca erano ottime. Tuttavia, non approvò mai la sua relazione con Picasso, tanto per la differenza d’età, quanto per il fatto che non comprendeva la sua arte, che per l’influenza che aveva su Dora, la quale si occupava sempre meno di fotografia. Litigavano spesso per questo. Per quanto riguarda me, io già da anni, per forza di cose, scrivo sia in croato, sia in inglese. Da pochissimo è uscita una mia nuova raccolta di saggi negli USA: Cafè Europa Revisited.

Un suo vecchio volume, uscito per Il Saggiatore in Italia, si intitola Come siamo sopravvissute al comunismo riuscendo persino a ridere: di nuovo l’accento è posto sul lato femminile dell’esperienza umana. Cosa vuol dire narrare la storia (personale e collettiva) dal punto di vista femminile?

Per me è naturale, scrivo così. In quel libro cercai di raccontare l’esperienza femminile specifica nel comunismo, dal carico di lavoro domestico e professionale, alla formale (e non reale) emancipazione della donna, alle mancanze nelle quali si imbattevano le donne tutti i giorni. Oggi di quel libro mi scrivono lettrici dall’Iran e dall’Afghanistan, dalla Turchia… perché sembra che descriva anche la loro realtà.

 

*L’autrice ringrazia la casa editrice Bottega Errante per l’aiuto nell’organizzazione e traduzione dell’intervista.

Immagine: Slavenka Drakulić/Bottega Errante 

Chi è Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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