Quella cibernetica made in Urss che avrebbe cambiato il corso della storia

Per raggiungere l’Istituto di Cibernetica “Viktor Gluškov” di Kiev occorre prendere la linea blu della metropolitana cittadina, direzione sud-ovest, e scendere all’ultima fermata, Teremky. Da lì, altri dieci minuti a piedi lungo la prospettiva omonima, prospekt Akademika Gluškova, e si ergerà davanti ai nostri occhi un palazzone alto e finestrato di chiara impronta socialista, che però, come molte opere architettoniche del tempo (non quelle a uso abitativo), si distingue a modo suo, rendendosi inconfondibile. La parete, composta da un continuo incastro di vetrate trasparenti è simbolo e metonimia non solo delle attività del centro di ricerca, ma anche dell’ideale con cui nel 1957 l’Istituto era nato. Ma andiamo con ordine.

Una cibernetica tutta sovietica

Unione Sovietica, anni Cinquanta. Stalin morirà da lì a breve, piuttosto inaspettatamente, nel 1953 e al suo posto salirà al potere Nikita Chruščëv, passato alla storia per le iniziali (temporanee) aperture internazionali e per la politica di destalinizzazione inaugurata ufficialmente nel 1956. Il paese si trova in ginocchio in seguito alla devastazione della seconda guerra mondiale, che ha decimato la popolazione, prostrato industria ed economia, creato una generale emergenza abitativa (per cui sorse il progetto di larga scala delle cosiddette chruščëvki). 

Eppure, la guerra fredda ha inizio in questo periodo e il paese, voglia o non voglia, è costretto a rialzarsi, puntando tutto sulla sperimentazione, il progresso, la conquista — ricordiamo, tra le altre cose, quella dello spazio con l’iconico quanto tragico profilo di Jurij Gagarin, ma anche lo sviluppo del nucleare di cui una figura cardine fu Andrej Sacharov, poi noto dissidente e importante voce delle iniziative per il disarmo. 

Negli anni Cinquanta, dunque, uno dei settori che appassionò i vertici del partito comunista sovietico fu la cibernetica, una scienza nuova, che pareva tradursi per sua natura in un linguaggio permeato di un’aura di verità, correttezza, obiettività, un linguaggio pertanto più che adatto all’utopia socialista. Lo aveva ben descritto con largo anticipo Evgenij Zamjatin nel suo Noi (1920), un romanzo che, come scrive il suo traduttore Alessandro Niero, è stato “battezzato e ribattezzato più volte: antiutopia, utopia negativa, distopia o, addirittura, anti-antiutopia”: si tratta di un’opera davvero imprenscindibile del genere e non solo (rispetto alla quale, a parere di chi scrive, il più noto 1984 risulta quasi stucchevole), in cui ogni cosa si fa trasparente, cancellando attraverso la permeabilità del vetro ogni parete del mondo individuale. E così si spiega dunque il palazzone vetrato di Kiev, ospitante il rinomato Istituto di Cibernetica. 

I primi computer sovietici made in Ukraine

La cibernetica, attraverso anche una sorta di convincente lobby sul partito condotta da matematici di spicco del tempo, pareva un settore adatto allo sviluppo amministrativo ed economico, utile non da ultimo al settore militare nel contesto della guerra fredda. Nell’ottobre del 1961 il Consiglio per la Cibernetica sovietico pubblicò un volume dal titolo emblematico La cibernetica al servizio del comunismo (Kibernetiku – na službu kommunizmu): tra i vantaggi che questo ambito di ricerca e la sua applicazione avrebbero garantito, rientravano l’industria, i trasporti, la medicina, l’economia (definita come un “sistema cibernetico complesso”). Si proponeva dunque la creazione di un ampio numero di centri informatici regionali ai fini di pianificazione e gestione dello stato, creazione che avrebbe condotto in ultima analisi a un “unico sistema automatizzato di controllo dell’economia nazionale”.

Entro la metà degli anni Sessanta il Consiglio per la Cibernetica sovietico coordinava già circa 500 diversi gruppi di ricerca sparsi per il territorio dell’Urss. Tra questi vi era il rinomato Istituto di Kiev. 

La storia del centro di ricerca di Kiev ha inizio nel 1957, quando l’Istituto di matematica dell’Accademia delle scienze ucraina decide di aprire un Centro computazionale. Questo, riorganizzato, nel 1962 divenne il Centro di Cibernetica dell’Accademia delle scienze ucraina. Esistente ancora oggi, l’Istituto ora conta 500 dipendenti, divisi in 21 ambiti di ricerca e 3 laboratori, ma al collasso dell’Unione Sovietica impiegava ben 6500 persone tra professori, ricercatori, tecnici di laboratorio.

In realtà la storia dell’informatica in Urss e nello specifico in Ucraina ha però inizio ancora prima: nel 1950 presso l’Istituto di Elettrotecnologia di Kiev il matematico Sergej Lebedev aveva già portato a termine il suo lavoro sul MESM (Malaja Elektronno-Sčëtnaja Mašina, Piccola macchina elettronica di calcolo), il primo computer vero e proprio comparso in Unione Sovietica (e, secondo alcuni, il primo in Europa, titolo che si contende tuttavia con il BARK svedese e, ancora prima, il Zuse Z4 tedesco). Era alto circa due metri e lungo otto, con una capacità di 3000 operazioni al minuto: una prima pietra miliare lungo il percorso che avrebbe — potenzialmente — portato lontano. In seguito, nel 1959, terminarono i lavori attorno al grande computer “Kiev” che, tra le altre cose, fu utilizzato anche con funzione di controllo e comando da remoto verso basi di ricezione a Kam”jans’ke e Slov”jans’k. Nel 1961 nacque invece “Dnipro”, che venne impiegato poi anche per proiettare l’aggancio tra le navicelle Sojuz e Apollo. Alla fine degli anni Sessanta il 30% dei computer presenti in tutta l’Urss era frutto del lavoro dell’Istituto di Cibernetica di Kiev.

Il visionario Viktor Gluškov (1923-1982)

Nel 1956 intanto era stato invitato a lavorare a Kiev un giovanissimo dottore di ricerca in algebra nativo di Rostov, che aveva discusso l’anno prima una tesi sui gruppi nilpotenti. Il trentatreenne Viktor Gluškov si inserì subito nel nuovo ambiente di ricerca, divenendone un punto di riferimento per competenza, iniziativa e in qualche modo visionarietà. Grazie a lui, nacque a Kiev una vera e propria facoltà universitaria di Cibernetica e nel 1965 e 1972 vennero lanciate le prime due riviste specializzate in materia. Nel 1973 venne pubblicata la prima Enciclopedia di cibernetica al mondo, in due volumi, curata da Gluškov stesso: uscì dapprima in lingua ucraina e solo l’anno successivo fu tradotta in russo. 

Per Gluškov la creazione di un sistema automatizzato su scala nazionale sovietica — un piano da lui avanzato pubblicamente nel 1963 — era il sogno di una vita: esso non avrebbe soltanto reso l’Urss il paese più avanzato al mondo sul piano amministrativo ed economico (Gluškov immaginò anche la fine del denaro contante attraverso questo sistema informatico, un’idea mai digerita dal partito), ma avrebbe anche realizzato la “felicità del genere umano”. In una realtà come quella sovietica, caratterizzata da plichi di burocrazia battuta a macchina e da imprescindibili timbri, il passaggio all’informatizzazione avrebbe davvero alleggerito la pesantezza della macchina amministrativa anche per il singolo cittadino. 

Gluškov immaginava dunque una rete di computer locali interconnessi tra loro, con un centro computazionale centrale a Mosca, che avrebbe garantito trasparenza, precisione, obiettività ed efficienza all’arrugginita macchina sovietica. Pochi mesi dopo la sua morte, nel 1982, uscì il suo volume fondamentale: Osnovy bezbumažnoj informatiki, Fondamenti dell’informatica priva di carta (paperless letteralmente, bez bumagi, ‘senza carta’), che già dal titolo ne suggerisce l’afflato utopico.

Gluškov immaginava un futuro, non troppo distante, in cui il computer avrebbe sostituito la carta stampata e persino la televisione, nonché avrebbe regolato gli apparecchi elettronici (dalle lavatrici ai telefoni) e anche il volo degli aerei. Scherzosamente la sua squadra di informatici si addentrò nella speculazione attorno a una fantasiosa Cybertonia (Kibertonija), uno stato sovietico del futuro che però era destinato a non concretizzarsi.

Uno stato sovietico cibernetico abortito dall’alto

Nell’ottobre del 1964 Leonid Brežnev salì al potere sostituendo Chruščëv: le idee avanzate da Gluškov suonavano sinistre alla nuova squadra politica, perché rischiavano di far saltare l’equilibrio di potere costituito (sia amministrativo che economico), un equilibrio basato su un diffuso clientelismo e su una verticale corrotta a tutti i livelli. Il governo centrale dunque tolse la cibernetica dalla sua agenda, optando invece per uno status quo che tagliò le gambe ai sogni visionari di Gluškov. 

Non resta che provare a immaginare cosa sarebbe stato altrimenti: come si sarebbe posizionato internazionalmente uno stato sovietico cibernetico? La tecnologia avrebbe minato la reggenza del partito? Il collasso sarebbe stato rinviato o, al contrario, sarebbe avvenuto ancor prima del 1991? Si tratta di domande che, altrettanto visionariamente, si è posta l’artista iraniana Bahar Noorizadeh nel suo recente progetto video After Scarcity (2018).

Quest’articolo è frutto di una collaborazione tra East Journal e OBC Transeuropa 

Immagine: Glushkov Institute of Cybernetics – Інститут кібернетики

Chi è Martina Napolitano

Dottoressa di ricerca in Slavistica presso l'Università di Udine, è direttrice editoriale di East Journal e scrive principalmente di Russia. È caporedattrice della sezione Europa Orientale.

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