UCRAINA: Essere giornalista è (ancora) un rischio

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con OBCT

L’emergenza globale, crescenti tendenze autoritarie in diverse parti del mondo e il ruolo dei social media, con l’eclatante caso di Donald Trump, hanno di recente riacceso la discussione sulla libertà di stampa e il ruolo del giornalismo. Un ruolo complesso e difficile che in molte parti del mondo rimane ancora particolarmente rischioso. Secondo la consueta classifica sulla libertà di stampa pubblicata dall’organizzazione internazionale Reporters Without Borders (RWB), per i paesi dell’Europa dell’est e Asia Centrale il 2020 è stato un anno particolarmente difficile, con molte delle tendenze del passato ulteriormente accentuate dalla convergenza dell’emergenza sanitaria e di quella politica.

Ucraina, nulla di nuovo?

Nonostante le aspettative di alcuni, che speravano in un miglioramento della situazione con l’ascesa al potere di Volodymyr Zelensky, le cose a Kiev non sono cambiate molto. Nel rapporto di RWB relativo al 2020 l’Ucraina ha occupato la posizione numero 96 su 180 paesi analizzati. L’Istituto dei mass media (IMI – Institut masovoi informacii) ha contato 229 casi di violazioni della libertà di parola, dove il metodo più comune rimane l’aggressione fisica ai danni dei giornalisti (171), confermando il trend del 2019. Se è vero che la 96° posizione nella classifica redatta da Reporters Without Borders rappresenta un miglioramento di ben sei posizioni rispetto al 2019, è altrettanto vero che, come sottolineato nello stesso rapporto, questo risultato è dovuto “più al peggioramento della situazione in altri paesi che a un reale miglioramento della situazione” in Ucraina.

Oltre i numeri

Quello che i numeri e i ranking spesso nascondono, infatti, è il contesto in cui i giornalisti si trovano a lavorare. Quello che in Ucraina molti lamentano, ad esempio, è un costante clima di impunitàCome sottolinea Serhiy Tomilenko, rappresentante del Sindacato Nazionale dei Giornalisti, “crimini contro i giornalisti sono diventati la normalità” anche a causa dell’incapacità delle autorità di far giustizia, creando un clima di “impunità sistemica”. Nel 2018, ad esempio, dei 38 casi totali portati davanti alle corti, solo 5 hanno raggiunto la fase del verdetto: con 1 indagato prosciolto e gli altri 4 casi caduti in prescrizione. Lo stesso trend si è registrato nel 2019 e 2020.

Il caso – irrisolto e politicizzato – di Pavel Šeremet, giornalista bielorusso ucciso nel 2016, è forse l’esempio più famoso, ma di certo non l’unico. Se la morte di Šeremet ha causato scalpore internazionale e le numerose ingerenze politiche hanno gettato ombra sulle indagini, ci sono altri casi di cui si parla poco o niente. Nel maggio 2019 Vadym Komarov, giornalista investigativo di Čerkasy, è stato colpito con un martello alla testa in pieno giorno morendo 40 giorni dopo. Komarov stava per pubblicare una delle sue indagini sulla corruzione negli appalti che coinvolgeva alcuni influenti politici locali. Il giornalista aveva già in passato subito numerose minacce e intimidazioni. Le indagini, finora, non hanno portato a nessun risultato.

In provincia

Negli ultimi anni sono stati proprio gli attivisti e giornalisti investigativi ‘di provincia’ a pagare spesso il prezzo più alto per il loro lavoro che andava contro gli interessi dei potenti baroni locali (come i casi di Katerina Handzjuk a Cherson e Mykola Byko a Charkiv).

Ma a preoccupare, più in generale, è anche l’atteggiamento del governo di turno nei confronti dei giornalisti e dei mezzi d’informazione. Se l’ex presidente, Petro Porošenko e i suoi alleati, erano stati spesso criticati per l’aperta ostilità nei confronti di alcuni giornalisti e canali d’informazione, spesso definiti ‘filo-russi’ solo perché critici nei confronti del governo, poco sembra cambiato con la presidenza Zelensky. Per esempio, appena alcuni mesi dopo la sua inaugurazione il nuovo presidente ha stabilito una tendenza preoccupante, quella di garantire un accesso selettivo ai giornalisti durante le sue numerose visite nelle regioni. Mezzi di informazione e giornalisti più critici nei confronti dell’operato del Servitore del Popolo (Sluha Narodu – il partito di Zelensky), si trovano spesso negato l’accreditamento. Tattica già utilizzata dallo stesso Porošenko durante la campagna elettorale.

Se l’approvazione finale della legge sui media e la disinformazione, che aveva provocato dure critiche da parte dell’Osce e l’opposizione del sindacato dei giornalisti, è stata di volta in volta rimandata, l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia ha ridotto l’accesso all’informazione e agli atti dell’esecutivo da parte dei giornalisti. Come sottolinea una recente analisi di Freedom House, non solo l’introduzione dello stato d’emergenza, ma anche alcuni atti normativi introdotti dal governo (Nº 2888 e Nº 3660) hanno reso ancora più difficile il ruolo dei giornalisti e la capacità di scrutinare l’azione dell’esecutivo.

I pericoli del ‘giornalismo patriottico’

I problemi, però, non vengono tutti dall’alto. L’Ucraina rimane un paese ferito, con parte del proprio territorio annesso illegalmente dalla Russia (Crimea) e un conflitto che, seppur non più nella sua fase calda, continua a dilaniare alcune regioni dell’est. Un conflitto e una polarizzazione che non hanno risparmiato la società civile e i mezzi d’informazione anche a migliaia di chilometri di distanza dalla linea del fuoco. Negli anni, la malsana idea di un ‘giornalismo patriottico’ come strumento per controbattere la propaganda russa ha fatto breccia nella comunità giornalistica e nella società civile. E se l’ex presidente Porošenko, con la sua retorica nazionalista ha cavalcato questa tendenza non nascondendosi dal dividere i mezzi d’informazione e i giornalisti in ‘buoni’ e ‘cattivi’, durante la presidenza Zelensky non ci sono stati molti miglioramenti.

I giornalisti e mezzi d’informazione che hanno una posizione critica nei confronti del governo o di alcune sue politiche (come quella sulla lingua, ad esempio) rimangono sotto costante minaccia da parte di attivisti o di giornalisti stessi. Come ha recentemente sottolineato il segretario generale della Federazione europea dei giornalisti (EFJ), Ricardo Gutiérrez, anche a causa di questa tendenza “il livello di violenza contro i giornalisti rimane molto alto in Ucraina” e i colpevoli rimangono molto spesso impuniti.

Così, ormai non ci si sorprende quasi più quando una giornalista di NewsOne, canale televisivo appartenente ad un uomo molto vicino al Blocco d’Opposizione (erede del Partito delle Regioni del fuggitivo ex presidente Viktor Janukovyč), viene aggredita in diretta e accusata di essere filo-russa. Oppure quando la giornalista Katerina Sergatskova viene minacciate di morte, accusata di essere a libro paga del Cremlino e costretta ad abbandonare la capitale per aver pubblicato un articolo in cui esponeva presunti legami tra un’organizzazione (patriottica) che ‘lotta contro la disinformazione russa’ (StopFake) e alcuni elementi del mondo di estrema destra.

Che le minacce e le aggressioni provengano da ‘attivisti’ o che siano altri giornalisti a fomentare odio contro i colleghi sui social media (come nel caso di Katerina), a preoccupare di più è la mancanza di reazione da parte delle autorità, come se il tutto fosse normale. Come se ad essere colpevoli fossero gli aggrediti – perché non abbastanza patrioti o perché tale giornalista lavora per il canale televisivo ‘sbagliato’ – e non gli aggressori. Non dovrebbe forse sorprendere, quindi, che secondo alcuni recenti sondaggi il 74% dei rispondenti pensa che il paese si stia “muovendo nella direzione sbagliata” e che se domani ci dovessero essere le elezioni parlamentari, il primo partito potrebbe essere il Blocco d’Opposizione, erede del fuggitivo Janukovyč e dei suoi amici.

Foto: Engin Akyurt da Pixabay

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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