UCRAINA: Giornalismo patriottico e libertà di stampa. Stop Fake abbraccia l’estrema destra?

Un nuovo caso di minacce e intimidazioni a una giornalista, Katerina Sergatskova, riaccende l’attenzione su libertà di stampa ed espressione, ma anche sul pericoloso ruolo del ‘giornalismo patriottico’ in Ucraina. Questa volta, però, il caso è più complesso e coinvolge – sebbene indirettamente – l’organizzazione non governativa di lotta alla propaganda russa: Stop Fake. Le minacce di morte che hanno costretto Katerina ad abbandonare la capitale, infatti, sono arrivate dopo la pubblicazione di un articolo che puntava il dito contro i legami di alcuni membri della redazione di Stop Fake e ambienti di estrema destra.

Cos’è Stop Fake?

Stop Fake, va ricordato, è un progetto fondato nel 2014 da alcuni docenti della facoltà di giornalismo dell’Università Nazionale di Kyiv intitolata a Petro Mohyla. La sua missione è quella di combattere la propaganda (russa) e di sostenere lo sviluppo “degli standard occidentali di giornalismo” in Ucraina. Il progetto, nato su base volontaria, ha conosciuto negli anni un grande sviluppo, non solo inaugurando sezioni nei singoli paesi europei (c’è anche StopFake Italia), ma anche attraendo finanziamenti da alcuni enti, governativi e non.

Secondo quanto riporta il loro sito, infatti, negli anni il progetto è stato sostenuto dal Ministero degli esteri della Repubblica Ceca, dall’Ambasciata britannica in Ucraina (tra il 2015 e 2018), da Open Society Foundations e da Sigrid Rausing Trust. Lo scorso marzo l’organizzazione è diventata uno dei partner di Facebook all’interno del nuovo programma per la lotta contro le fake news, aiutando di fatto il famoso social media a selezionare e filtrare il materiale.

Stop Fake, Facebook e l’estrema destra

Il tutto nasce da un articolo del portale indipendente Zaborona, fondato nel 2018 da due giornalisti (Katerina Sergatskova e Roman Stepanovič), che si occupa principalmente di “violazione dei diritti umani in Ucraina”, ma anche di più ampi temi legati all’attivismo e forme di espressione contemporanea. L’articolo in questione (qui la traduzione in inglese) punta il dito sui presunti legami tra alcuni redattori di Stop Fake ed esponenti di estrema destra. In particolare, si tratta di Marko Suprun, marito dell’ex ministra della salute ucraina, ed i suoi contatti con gli estremisti di C14 e la famosa band neo-nazista ‘Sokyra Peruna’ – questione che era già stata sollevata qualche tempo fa da Michael Colborne, giornalista di Bellingcat.

A finire sotto la lente d’ingrandimento, inoltre, è anche il direttore del progetto, Evgenij Fedčenko, la cui posizione alquanto conciliatoria nei confronti degli estremisti di C14 (gli stessi che, tra le altre cose, sono diventati famosi per i loro attacchi ai rom) e la vicinanza a idee nazionaliste, era stata criticata anche dal corrispondente di Radio Svoboda-RFE/RL Christopher Miller.

L’accusa, sebbene implicita, è che i legami personali di alcuni membri di Stop Fake possano influenzare la loro politica editoriale e, visto l’attuale ruolo, la selezione di notizie da parte di Facebook.

Libertà di stampa e giornalismo patriottico

Subito dopo la pubblicazione dell’articolo, Katerina Sergatskova è stata vittima di offese e minacce sui social media. La cosa più preoccupante, però, è che, come riporta Human Rights Watch, la campagna diffamatoria contro la giornalista è stata lanciata proprio da un altro giornalista. Foto di Katerina con il figlio e suoi dati personali sono stati pubblicati da Roman Skrypin sulla propria pagina Facebook che conta oltre 130000 seguaci (poi rimossi). Il tutto ha provocato la solita caciara da social media, con minacce di morte e violenza che hanno costretto la giornalista ad abbandonare la capitale.

In linea con la pericolosa idea di ‘giornalismo patriottico’, a finire sotto accusa sono state anche le origini russe di Katerina (che ha ricevuto la cittadinanza ucraina nel 2015), nella solita desolante contrapposizione tra buon e cattivi, patrioti e separatisti. I primi detengono tutta la ‘verità’, i secondi, al massimo, possono essere agenti del Cremlino. Se sono gli stessi giornalisti a pubblicare dati personali di altri giornalisti, il 96° posto che l’Ucraina oggi occupa nel ranking della libertà di stampa di Reporter senza frontiere, sembra rispecchiare più il peggioramento della situazione in altri paesi che un passo avanti da parte di Kiev.

La risposta di Stop Fake

La risposta ufficiale di Stop Fake non si è fatta attendere. E se possiamo anche concordare sul fatto che solo alcune foto e voci sui presunti legami con il mondo di estrema destra non rappresentano una prova di connivenza (chissà poi se lo stesso criterio si applica a chi ha amici a Mosca), rimane l’interrogativo sul ruolo che membri di un’organizzazione sostenuta anche da partner occidentali possano avere nel legittimare gruppi di estrema destra, partecipando ai loro eventi e concerti.

Il resto del messaggio sembra più un banale gioco a specchio riflesso. Alle accuse di crescente politicizzazione (e sostegno del presidente uscente Petro Porošenko) durante la passata campagna presidenziale da parte di Stop Fake che, secondo l’esperto dell’estrema destra in Ucraina e Europa Anton Šechovtsov, negli ultimi anni avrebbe assunto una posizione sempre più ‘nazional-patriottica’, l’organizzazione ha risposto accusando a sua volta Christopher Miller, una delle fonti su cui si basa l’articolo di Zaborona. Il giornalista di RFE/RL, infatti, sarebbe colpevole di aver “criticato i processi socio-politici che stanno prendendo corpo in Ucraina” come “l’introduzione della lingua ucraina, la difesa della storia e cultura ucraina e il processo di decomunizzazione”. Miller quindi, sarebbe colpevole di politicizzare le notizie” e la sua posizione, di conseguenza, di parte e in quanto tale capace di screditarlo come fonte autorevole. Cosa voglia dire “criticare i processi socio-politici” da parte di un giornalista che fa il proprio mestiere, non ci è dato sapere. Per Stop Fake, probabilmente, non c’è spazio per discussione e critica. O sei con noi o sei contro di noi.

Non dovrebbe sorprendere quindi che l’intera vicenda venga derubricata da Stop Fake come un attacco coordinato contro “organizzazioni che difendono la verità e si oppongono a fenomeni anti-democratici nello spazio informativo”. Anche solo questa singola frase – senza addentrarci oltre – mette a nudo tutti i paradossi celati dalle belle parole. Come possiamo opporci a ‘fenomeni anti-democratici nello spazio informativo’ quando il ruolo stesso dei censori e degli autoproclamati difensori della ‘verità’ non può essere sottoposto a scrutinio e critica? E cosa sarebbe questa ‘verità’ se i giornalisti che si accreditano per riportare testimonianze dalle regioni occupate vengono inseriti nelle liste nere come Myrotvorets? Qual è la posizione di Stop Fake su queste tendenze palesemente “anti-democratiche nello spazio informativo“? E, infine, in che rapporto si trova questa ‘verità’ con le pericolose tendenze del ‘giornalismo patriottico’? Una riflessione più ampia su questi temi sarebbe davvero di gran beneficio. Non solo per i giornalisti minacciati come Katerina Sergatskova, ma anche, forse, per chi della ‘difesa della verità’ ha fatto un mestiere. Ma date le premesse sembra difficile pensare che questo possa davvero accadere. O sei con noi o sei contro di noi.

Immagine: Flickr commons

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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