UCRAINA: Il “patriottismo ufficiale” e pericoli del nazionalismo

Da KIEV – Patriottismo è una parola di moda in Ucraina. Maidan, l’annessione della Crimea e la guerra sporca in Donbass hanno avuto un significativo effetto sul sentimento popolare nel paese. Probabilmente per la prima volta dal 1991 l’essere e sentirsi ucraini è divenuto non solo un simbolo di appartenenza e di resistenza al conflitto con la Russia, ma anche un elemento unificante per la società sul quale costruire il futuro di un paese nuovo, dissociato definitivamente dal passato sovietico. Nulla di male quindi se il terzo giovedì di maggio si festeggia, ad esempio, il ‘giorno della Vyshyvanka’, camicia tradizionale che affonda le proprie radici nel folklore ucraino. O se il ‘Giorno della Vittoria’ nella seconda guerra mondiale (9 maggio) viene affiancato dalla ‘Giornata della memoria e della riconciliazione’ celebrata l’8 maggio, come nel resto d’Europa. L’Ucraina ha tutto il diritto, oltre che il dovere, di riconciliarsi con le pagine più complicate del proprio passato per poter intraprendere il cammino verso il futuro. Questo rimane, però, un percorso tutt’altro che facile.

Chi è contro è separatista

Con un pezzo del proprio territorio nazionale (Crimea) divenuto illegalmente parte della Russia e con le regioni orientali (Donetsk e Lugansk), sostenute dalla stessa Russia, che rivendicano un’indipendenza a colpi di mortai, il patriottismo in alcuni casi rischia di sfociare in qualcosa di ben più viscerale e pericoloso. Dire che al potere in Ucraina ci sia una ‘giunta nazista’, elemento cruciale nella propaganda russa almeno nelle fasi iniziali del conflitto tra Kiev e Mosca, è una mistificazione che non corrisponde in nessun modo alla verità.

Una bugia, che però non deve distogliere dai pericoli e dagli eccessi. Dal fatto che il sentimento pseudo-patriottico di una ristretta minoranza possa creare nuove categorie di divisione arbitraria tra ‘noi’ e ‘loro’, tra ‘buoni’ e ‘cattivi’, tra ‘patrioti’ e ‘separatisti’. Separatismo, infatti, è un altro concetto entrato prepotentemente nelle coscienze della popolazione negli ultimi tre anni. Una categoria questa che rimane sfumata, dai contorni indefiniti e incerti. Nessuno può di certo obiettare se si definisce come ‘separatista’ la leadership delle autoproclamate repubbliche dell’Ucraina orientale. La cosa diventa più complessa se si parla della popolazione che, per scelta o per forza, ci vive o che fa parte del milione e mezzo di sfollati interni. Il paese in questi tre anni ha di certo fornito un esempio di accoglienza e integrazione, ma non sono mancati problemi e difficoltà. E se quando il ministro della Cultura parla della popolazione del Donbass come “importata” facendo uno sciagurato riferimento alla “genetica” si può parlare di uno strafalcione e di frasi estrapolate dal contesto, non può essere dimenticato che una parte delle forze governative sembra guardare al presente del paese attraverso la contrapposizione tra patrioti e separatisti.

Il ‘giornalista patriottico’

A farne le spese sono stati negli ultimi anni, ad esempio, i giornalisti. La malsana idea di un ‘giornalismo patriottico’ come strumento per controbattere la propaganda russa ha fatto breccia nella società con l’ampio sostegno del ministero degli Interni, Arsen Avakov. A finire con l’etichetta di ‘separatisti’ sono stati molti giornalisti (ucraini e occidentali) che durante la guerra hanno ricevuto l’accredito dalle autorità delle autoproclamate repubbliche. I loro nomi sono finiti in una ‘lista nera’ resa pubblica sul sito Myrotvorets, progetto questo portato avanti da Anton Gerashchenko, consigliere di Avakov e membro di Fronte Popolare. A finire sotto attacco da parte delle autorità e dei cosiddetti ‘bot-patrioti’ sui social media sono stati anche alcuni giornalisti di Hromadske, uno dei pochi network indipendenti, colpevoli, per così dire, di aver criticato il governo esponendo le reali condizioni materiali nelle quali sono costretti a combattere i soldati ucraini al fronte.

La cosa centrale qui però non è la libertà di stampa, ma l’autoidentificazione tra patriottismo e governo. Ogni critica a Poroshenko può così essere potenzialmente etichettata come ‘pro-russa’ o ‘separatista’ in quanto mina l’unità e la stabilità dell’attuale potere in periodo di guerra (anche se non dichiarata). In Ucraina non sorprende quasi più se il presidente definisce un articolo critico del New York Times come parte della guerra ibrida russa o se l’uccisione del giornalista Sheremet viene bollata come azione del Cremlino ancor prima che inizino le indagini. L’effetto di questo assioma è evidente, basta farsi un giro sui social media e leggersi alcuni commenti.

Strumento pericoloso

Questa polarizzazione non marginalizza solo le posizioni legittimamente critiche e una discussione di merito sull’attività del governo, ma lascia ampio spazio di autonomia a gruppi e movimenti di matrice nazionalista.

A rappresentare un pericolo per il futuro dell’Ucraina (oltre alle ambizioni del Cremlino, ovviamente) non è tanto il fatto che un ristretto gruppo di estremisti dia fuoco ad un’emittente televisiva dichiarata come pro-russa. O che si arroghi il diritto, come successo pochi giorni fa, di condurre un ‘arresto popolare’ ai danni di un docente universitario accusato di ‘separatismo’. Il pericolo è che le autorità in molti casi sembrano guardare e tollerare, se non spalleggiare, questo tipo di azioni. Questo non vuol dire che al potere ci sia una ‘giunta nazista’, ma che, probabilmente, l’uso strumentale del patriottismo per contrastare la propaganda russa dovrebbe essere rivisto, soprattutto per costruire le basi per un futuro che possa davvero superare le divisioni in un tessuto sociale già martoriato dalla guerra.

Foto: Amos Chapple/RFERL

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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