UNGHERIA: La pandemia si abbatte anche sul paese di Orbán

Nei primi mesi del 2020, mentre i paesi dell’Europa occidentale erano alle prese con una situazione difficile e contagi fuori controllo, la parte centro-orientale del continente si trovava in una posizione invidiabile. I numeri relativi alla pandemia di Covid-19 che si registravano a Budapest, Praga e Bratislava erano nettamente inferiori e le statistiche fornivano un quadro rassicurante. Tralasciando le polemiche sull’esiguo numero di tamponi effettuati, il bacino danubiano sembrava al riparo da ogni emergenza.

Questo non vuol dire che l’esecutivo di Viktor Orbán fosse rimasto con le mani in mano. Dopo aver inizialmente dato degli “untori” agli studenti stranieri, verso la metà di marzo i dati mostravano come il virus stesse circolando anche fra gli ungheresi, rendendo necessarie misure drastiche e immediate. Le scuole sono state così chiuse e gli ospedali hanno dimesso molti pazienti al fine di liberare posti letto: una disposizione ingiustificata viste le reali dimensioni del fenomeno e che ha portato alla morte di molti dei malati dimessi. Inoltre, in quelle settimane l’esecutivo si è garantito pieni poteri.

Più che di sanità, il governo si è concentrato però su altro. Prima attraverso l’imposizione del vincolo di identità sessuale, identificato alla nascita e non modificabile per legge, poi tagliando il budget alla capitale, in mano all’opposizione dall’ottobre del 2019. Tutto questo mentre il principale portale d’informazione del paese, «Index.hu», veniva scalato ed entrava a far parte dei media dell’esecutivo.

Il “piano di guerra”  

Nel maggio la situazione pandemica sembrava tranquilla. Orbán poteva così annunciare che la prima “battaglia” contro il virus era stata vinta, alleggerendo le misure restrittive prima in provincia, poi nella stessa capitale, quindi rinunciando ai pieni poteri. Sono rimaste alcune restrizioni relative agli assembramenti (per gli eventi musicali per esempio), ma gli stadi, tra gli altri luoghi di aggregazione, hanno riaperto, seppur a capacità ridotta. A metà luglio, interrogato durante una conferenza stampa su questa particolare concessione, Gergely Gulyás, portavoce del governo, ha dato una risposta tragicomica: gli stadi erano più sicuri perché gli spettatori calcistici consumano meno alcolici.

“No grazie, vado alla partita” – immagine satirica condivisa dalla pagina Trollfoci.

Con la fine dell’estate il governo ha annunciato la chiusura delle frontiere, mentre il paese si scopriva meno sicuro di quello che pensava. Gli ultimi giorni di agosto il numero dei positivi accelerava repentinamente con oltre cento casi giornalieri, ma le nuove disposizioni governative erano applicate solo in parte.

Sempre il calcio ce ne offre un valido esempio: durante i play-off per accedere alla Champions League disputati dal Ferencváros, una folla di tifosi, impossibilitati a entrare nell’impianto sportivo a causa dei divieti UEFA, si è radunato fuori dallo stadio per sostenere i propri beniamini nella totale noncuranza delle autorità.

 

Il brusco risveglio 

Sul finire di ottobre la situazione è di nuovo peggiorata. I casi giornalieri superavano allora il migliaio. Mentre il paese scivolava nel panico a causa della pandemia, il 5 novembre, Mihály Varga, ministro delle Finanze, si è espresso con parole al miele sulla gestione governativa, capace di imporre nuove restrizioni senza compromettere l’economia. Ha richiamato con ciò, in particolare, lo spettro della crisi economica del 2008, allora gestita dalla sinistra al potere. Sembra proprio questo lo scudo dietro cui il partito di governo FIDESz si barrica oggi: diversi esponenti, fra cui Gergely Gulyás, hanno espresso posizioni simili, ricordando ancora come una gestione a guida Ferenc Gyurcsányi – uno dei principali leader dell’opposizione – avrebbe fatto molto peggio.

I fantasmi della crisi economica e del ritorno al potere di quella classe dirigente sembrano essere ora le migliori armi a disposizioni del premier. Assieme al ripristino dei pieni poteri per l’esecutivo, è stato proposto un progetto di riforma elettorale che imporrebbe alle liste di opposizione di correre tutte insieme contro i candidati della FIDESz. Una misura che, secondo Gábor Vona, ex leader di Jobbik ritiratosi dopo le elezioni del 2018, sarebbe funzionale a distrarre l’opposizione dai veri problemi, in primis la gestione dell’emergenza sanitaria.

Ma può bastare?

Nel frattempo, nonostante le continue rassicurazioni sui vaccini russo e cinese e sul fatto che ormai manca poco alla ripresa della normalità, il 17 novembre Budapest ha superato Praga per il numero di ricoveri – un dato impressionante considerato che due settimane prima contava la metà dei casi.

La gestione “leggera” della pandemia ha ceduto il posto a regole più vincolanti: dall’inizio di novembre l’uso della mascherina è stato imposto anche all’esterno, pur fra mille eccezioni, e fra le 20 e le 5 di notte è entrato in vigore il coprifuoco. Disposizioni tardive, cui seguiranno probabilmente divieti ancora più stringenti, fino a un probabile lockdown generale.

Mentre Orbán promette tagli alle tasse per far ripartire l’economia, è utile allora fermarsi e domandarsi quali sarebbero le conseguenze di una stagnazione prolungata. Attualmente prevedere che il paese sia politicamente contendibile alle elezioni del 2022 non sembra realistico, anche alla luce dei risultati degli ultimi appuntamenti elettorali. Eppure, con le opposizioni compatte, se l’economia dovesse effettivamente fermarsi, basterà continuare a scomodare i fantasmi dei governi passati per scongiurare un cambio di potere al vertice?

Foto: MTI/Máthé Zoltán

Chi è Lorenzo Venuti

Dottorando dell'Università degli studi di Firenze, Siena ed ELTE (Budapest), è riuscito a conciliare le sue due passioni escogitando una ricerca sull'uso politico del calcio in Ungheria.

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