RUSSIA: Quale futuro per il programma spaziale? – parte 1

Parafrasando una battuta del celebre imprenditore americano, Elon Musk, il trampolino ha funzionato, di nuovo. Nella notte tra il 15 e 16 novembre, una capsula Crew Dragon dell’azienda americana SpaceX, con quattro astronauti a bordo, è partita da Cape Canaveral in direzione della stazione spaziale internazionale (ISS). Si tratta della prima missione operativa della Crew Dragon dopo il volo sperimentale dello scorso 30 maggio. Mentre la capsula raggiungeva l’orbita terrestre, il primo stadio del razzo Falcon 9 è atterrato su una nave-drone specializzata, un evento ormai ordinario, ma inimmaginabile fino a pochi anni fa che cambia le dinamiche dell’esplorazione spaziale. Tali atterraggi consentono, infatti, il rapido riutilizzo di parte del Falcon 9 riducendo significativamente i costi di accesso all’orbita terrestre.

I successi di SpaceX nel lancio di satelliti e persone hanno rianimato un dibattito in corso da tempo in Russia tra gli addetti ai lavori sul futuro del programma spaziale nazionale. I sovietici sono stati tra i pionieri dello spazio e, ancora oggi, la Federazione russa è, insieme a Cina e Stati Uniti, uno dei soli tre paesi al mondo con la capacità di lanciare esseri umani in orbita terrestre. I grossi investimenti in materia da parte di americani e cinesi rischiano, però, di rilegare Mosca a un ruolo marginale nel prossimo futuro. L’agenzia spaziale russa, Roskosmos, ha un budget annuale che corrisponde a un decimo di quello della NASA. La necessità di sostituire le infrastrutture dell’epoca sovietica ancora in esercizio è evidente da tempo, ma poco è stato realizzato per il momento.

Il crepuscolo della Sojuz

Il programma spaziale russo è legato a doppio filo alla celebre capsula (e al razzo omonimo) Sojuz. Progettata negli anni ‘60 dall’OKB-1, l’ufficio di ingegneri guidato dal leggendario capo-progettista, Sergej Korolev, la Sojuz è stata progressivamente ammodernata nel corso dei decenni ed è ancora oggi utilizzata per portare gli equipaggi sulla ISS. La capsula è stata protagonista di tanti sviluppi importanti dell’esplorazione spaziale: il salvataggio della Saljut 7 – raccontato in maniera molto romanzata in un recente film –, il programma Apollo-Sojuz, i voli verso la stazione spaziale Mir e quelli, in corso a intervalli regolari ormai dal 2000, verso la ISS.

Nonostante i suoi cinquant’anni, la Sojuz è generalmente considerata un mezzo sicuro ed affidabile. Con la chiusura del programma Shuttle nel 2011 è rimasta, per quasi un decennio, l’unica capsula in grado di trasportare gli equipaggi internazionali sulla ISS, rivelandosi una vera gallina dalle uova d’oro per Roskosmos. Il prezzo di un posto a bordo per gli astronauti della NASA, infatti, è passato dai circa 25 milioni di dollari nel 2006 agli 81 milioni nel 2018 per effetto del monopolio russo sui voli. A dimostrazione della bontà del progetto, solo un mese fa la Sojuz MC17 è riuscita nell’impresa di ancorarsi alla stazione spaziale a sole tre ore dal lancio, un record.

L’avvento di SpaceX ha segnato, in primo luogo, la fine di questa fonte di entrate per Roskosmos. In secondo luogo, la Sojuz è apparsa come un mezzo antiquato se paragonata alla Crew Dragon. Senza considerare le già menzionate capacità di riutilizzo del Falcon 9, sono stati proprio alcuni ex cosmonauti russi a sottolineare le differenze tra le due capsule. Maksim Suraev, attualmente deputato della Duma, su Twitter ha messo in parallelo gli interni claustrofobici delle Sojuz – dove i tre membri dell’equipaggio si incastrano in una sorta di Tetris umano a quelli molto più spaziosi e moderni delle Crew Dragon – in grado di ospitare fino a sette astronauti. Simili commenti sono arrivati dai colleghi Oleg Artemev e Sergej Rjazanskij che non hanno nascosto il desiderio di provare la nuova capsula americana.

In un altro tweet, Suraev si è simbolicamente scusato con Jurij Gagarin, usando un’espressione molto colorita – “Scusa Jura [diminutivo del nome Jurij], abbiamo mandato tutto a p*”– per descrivere l’attuale condizione del programma spaziale russo. Bersaglio di questa critica è il direttore di Roskosmos, Dmitrij Rogozin, agli occhi di molti, il responsabile dei mancati investimenti in nuove tecnologie. Mentre la NASA appaltava a SpaceX e Boeing la costruzione delle navicelle Crew Dragon e Starliner per rimpiazzare gli Space Shuttle, l’unico sviluppo in dieci anni per quanto riguarda la costruzione della capsula che dovrebbe sostituire le Sojuz e portare i russi sulla luna, è stato il cambiamento di nome da Federacija ad Orël – aquila.

Arrivederci Baikonur?

Un’altra istituzione del programma spaziale sovietico destinata a un forte ridimensionamento nel prossimo futuro è il cosmodromo di Baikonur. Da questo luogo sperduto nelle steppe kazake sono partiti i voli leggendari dello Sputnik 1 e della cagnetta Laika (1957), così come quelli dei pionieri dello spazio: Jurij Gagarin (1961), Valentina Tereškova (1963) – rispettivamente primo uomo e prima donna a volare in orbita terrestre – e Aleksej Leonov (1965) – la cui “passeggiata spaziale” è stata raccontata in un altro recente colossal cinematografico.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, Baikonur si è ritrovata in territorio del neonato Kazakhstan, costringendo la Russia a pagare un canone annuo per l’utilizzo del cosmodromo. Per Mosca è inaccettabile avere un’infrastruttura tanto importante fuori dal territorio nazionale e così, nel 2011, sono iniziati i lavori per una nuova base di lancio, il cosmodromo Vostočnyj. Nonostante, il presidente Vladimir Putin abbia sottolineato l’importanza strategica di questo progetto (costato ad oggi 4,7 miliardi di dollari), la conclusione dei lavori è stata via via posticipata, rivelando il livello di corruzione dell’apparato statale russo. In base a un’indagine del Comitato Investigativo Federale aperta nel 2015 dopo uno sciopero degli operai impegnati nei lavori della base e conclusasi con 52 arresti, almeno 172 milioni di dollari sono stati sottratti da diversi ufficiali coinvolti nel progetto.

Il Vostočnyj, situato nell’estremo oriente russo, per ora ha ospitato solo cinque lanci, ma il loro numero dovrebbe progressivamente aumentare a partire dal 2021, limitando le attività a Baikonur. Al momento, nel nuovo cosmodromo si stanno concludendo i lavori di costruzione di una piattaforma di lancio per la famiglia di razzi Angara, un’altra creatura dalla storia tribolata che rivela tutte le difficoltà incontrate dal programma spaziale russo dopo il crollo dell’Unione sovietica. 

Gli Angara sono i sostituti designati dei razzi Proton, progettati anch’essi negli anni ‘60 dall’OKB-52, il team di ingegneri guidato da Vladimir Čelomej, uno dei maggiori concorrenti di Korolev. Dopo innumerevoli ritardi e ad oltre un ventennio di distanza dall’inizio dei lavori per il nuovo lanciatore, a fine mese è previsto il suo terzo volo di prova. Tuttavia, i critici del programma hanno fatto notare che il costo per volo previsto per gli Angara (più di 100 milioni di dollari) difficilmente renderanno il razzo appetibile sul mercato internazionale del lancio dei satelliti, soprattutto a causa della concorrenza del Falcon 9.

Nella seconda parte dell’articolo si parla degli accordi Artemis e della collaborazione in crisi tra i programmi spaziali russi e statunitensi. 

Nell’immagine, a partire da sinistra: un razzo Sojuz, un Proton e uno Zenit in un monumento a Nur-Sultan. I primi due lanciatori sono ancora utilizzati a più di cinquant’anni dalla loro progettazione (Alessio Saburtalo).

Chi è Alessio Saburtalo

Alessio Saburtalo è uno pseudonimo. L'autore che vi si cela si occupa principalmente di Caucaso con sporadici sconfinamenti in Russia e Asia Centrale. Saburtalo è un quartiere di Tbilisi.

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