RUSSIA: “Pivot to Africa”, la strategia di Mosca per conquistarsi il Sud del mondo

Il continente africano, per ragioni storiche, si è da sempre trovato nel mirino di attori globali quali la Cina, gli Stati Uniti, la Turchia, l’India, il Giappone. Non sorprende, dunque, constatare che a questa lista si è di recente aggiunta anche la Federazione Russa. È bene ricordare, tuttavia, che Mosca non sia un attore novello in Africa: durante gli anni della Guerra Fredda, infatti, vi si intratteneva uno stretto rapporto di alleanze tra molti paesi africani e l’URSS, ma con il crollo di quest’ultima la maggior parte di tali relazioni ha subito un lento processo di deterioramento e sono cadute nel dimenticatoio.

Il rinnovato impegno di Mosca si concentra sul settore energetico

Sebbene gli sforzi di conquistare le nazioni africane siano stati rinnovati all’inizio del nuovo millennio, la presenza russa in Africa si è notevolmente intensificata a partire dal 2014. Sulla scia del regime sanzionatorio introdotto da Stati Uniti, Canada e Unione Europea in risposta all’annessione della penisola di Crimea, Mosca si è infatti trovata costretta a cercare altri partner con cui poter instaurare rapporti politico-commerciali. Nel tentativo di plasmare un nuovo profilo internazionale, tale circostanza ha spinto così il Cremlino a rivolgere il proprio sguardo non soltanto a est – il cosiddetto “pivot to the East” – ma anche verso sud, in direzione del vasto e inesplorato mercato energetico del continente africano, un settore storicamente dominato da Pechino.

È precisamente con Pechino che Mosca sta intrattenendo, da qualche anno a questa parte, un vero faccia a faccia nel tentativo di ampliare il proprio predominio energetico, magari auspicando di riacquisire quel ruolo di primaria influenza di cui godeva in epoca sovietica. L’obiettivo della nuova politica russa pare essere, dunque, quello di rimarcare la veste di grande potenza del passato, tessendo alleanze che le consentirebbero di diventare una protagonista attiva nelle dinamiche geopolitiche africane e prendere parte – quella del leone – alla spartizione delle preziose risorse naturali di cui il continente nero primeggia.

La ricchezza del sottosuolo africano esercita indiscutibilmente una forte attrazione nei confronti del Cremlino, ma essa non rappresenta l’unica motivazione per cui lo sguardo di Mosca stia volgendo sempre più ai mercati di questa antica terra. Infatti, mentre l’Africa è spesso trascurata come potenza politica, nel complesso le nazioni africane rappresentano (con 54 paesi membri) il più grande blocco elettorale delle Nazioni Unite. Per il presidente russo Vladimir Putin, garantirsi la fiducia di queste nazioni significherebbe quindi una maggiore possibilità di collaborare in sede di negoziati internazionali.

Come assicurarsi una presenza competitiva nel mercato africano

Lo scorso settembre, in un’intervista al notiziario russo RBC, Konstantin Malofeev –  imprenditore e fondatore del canale televisivo ultra conservatore Tsargrad – ha annunciato il lancio dell’Agenzia internazionale per lo sviluppo sovrano (IASD). Il compito di questa sarebbe quello di assistere i governi dei paesi africani nella realizzazione di riforme economiche, attirando investimenti dai mercati finanziari internazionali per aumentare il valore del mercato azionario regionale.

Secondo quanto riportato dall’oligarca russo – colui che era finito nel mirino delle sanzioni occidentali per aver contribuito alla destabilizzazione della crisi in Ucraina – la IASD gioca un ruolo determinante nel rinnovato sforzo russo di “tornare in Africa”. L’obiettivo dichiarato è quello di promuovere la sovranità russa, rafforzando reciprocamente le due economie senza interferenza da parte del mondo anglosassone. In questo senso, l’agenzia sembra avere tutto il potenziale per essere un’alternativa di successo agli interessi occidentali e cinesi, soprattutto perché attira molta meno attenzione rispetto, ad esempio, alle operazioni africane di Evgenij Prigožin e del gruppo Wagner.

Di fatto, sono proprio l’anti-occidentalismo, unito alla nostalgia sovietica, i due sentimenti a cui Malofeev si appella più frequentemente nel tentativo di dipingere la sua organizzazione come “una forza indispensabile a un cambiamento nel mondo africano”. Come dichiarato nella stessa intervista, egli ha apertamente pubblicizzato l’efficacia di questi sentimenti sui leader africani spiegando che il fattore nostalgia funziona, in quanto molti paesi del continente hanno accettato con gratitudine il ‘ritorno’ della Russia ricordando come essa li abbia aiutati a liberarsi dalla dipendenza coloniale.

Anti-colonialismo e nostalgia sovietica: tra valore ideologico e strategia politica

Dimostrando la sua versatilità ideologica, la retorica di Malofeev fa affidamento su un ritorno storico al periodo sovietico, mescolando sentimenti anti-coloniali e anti-occidentali per ottenere il favore dei leader africani. Agli occhi dell’oligarca, lo sfruttamento promosso dalle grandi aziende europee e americane, promotrici di riforme economiche nei paesi in via di sviluppo, si mostra come una nuova forma di colonialismo, dalla quale il legame storico con il sostegno sovietico trae la sua forza.

Così facendo, egli pare cercare di dividere il mondo in due campi opposti: da un lato il campo coloniale occidentale, accusato di arricchirsi a spese degli africani; dall’altro il campo sovrano russo, che gode di una comprovata esperienza nell’aiutare i popoli del continente nella loro lotta per la liberazione.

Sfruttare l’eredità sovietica in Africa minando alla credibilità dell’Occidente sembra dunque essere la nuova strategia politica che il Cremlino ha trovato per ritagliarsi la propria sfera di influenza nel continente.

 

Immagine:  Shutterstock

Chi è Gianmarco Riva

È nato in Brianza e cresciuto a Milano, dove si è laureato in Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale. Attualmente studia Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe presso il dipartimento di scienze politiche e sociali dell'Università di Bologna. Appassionato di politiche energetiche e sicurezza internazionale, da dicembre 2019 collabora con East Journal per la redazione Europa Orientale.

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