BOSNIA: L’Hotel Vilina Vlas e gli stupri di guerra, la ferita che non si rimargina

Ad oggi la petizione lanciata nell’agosto scorso dall’economista sarajevese Amela Trokić affinché Google search e Google Maps rimuovano l’hotel Vilina Vlas (nel comune di Višegrad in Bosnia) dall’elenco delle destinazioni turistiche ha raccolto quasi 26 mila firme, un traguardo di tutto rispetto considerato che l’obiettivo dichiarato dalla stessa Trokić è quello di arrivare a 35 mila. Ma perché questa petizione e perché proprio ora?

Che cos’è (stato) “Vilina Vlas”

Digitando “Vilina Vlas” sul motore di ricerca Google la seconda pagina che si trova è quella di Trip Advisor nella categoria “Hotel”, Višegrad, Bosnia Erzegovina (Republika Srpska – RS – per la precisione, l’entità a maggioranza serba della Bosnia). Non una grande recensione, ad onor del vero, due punti e mezzo su una scala di cinque, penalizzata da “pulizia” e “servizio”, giusto sufficienti. Tutto sommato pochi, appunto, per una struttura che tra i suoi servizi offre la possibilità di usufruire dei benefici dei bagni termali con acque ricche di radon, perfetti per le cure riabilitative, le affezioni croniche e, persino, i disturbi psichici.

Ma il tema vero è un altro e a ricordarcelo è il primo risultato che si ottiene componendo quel nome su Google, quello della pagina di Wikipedia: qui il Vilina Vlas viene descritto come “un hotel che fungeva da una delle principali strutture di detenzione in cui i prigionieri bosgnacchi venivano picchiati, torturati e le donne aggredite sessualmente dai serbi durante i massacri di Višegrad nella guerra in Bosnia degli anni ’90”. E ancora, appena più sotto, l’albergo viene definito come “campo di concentramento e stupro”.

È però un solidissimo rapporto di oltre tremila pagine stilato nel maggio del 1994 – a guerra ancora in corso – da una commissione di esperti istituita con la risoluzione 780 dell’ONU nel 1992 a fornirci i dettagli e a inquadrare la vicenda in tutta la sua drammatica magnitudo: il rapporto è una dettagliatissima analisi dello stato dell’arte in Bosnia Erzegovina, si parla di fosse comuni, di campi di concentramento, di pulizia etnica, di genocidio, di crimini contro l’umanità. Si forniscono dettagli, numeri e cifre, individuando luoghi e responsabilità, vittime e carnefici. Una disamina tanto precisa e accurata da risultare persino impersonale, la pura e semplice fredda cronaca.

E quella fredda cronaca racconta di almeno duecento donne, musulmane bosniache, spesso minorenni addirittura quattordicenni, violentate dagli uomini delle milizie paramilitari serbo-bosniache nelle stanze del Vilina Vlas nel 1992. Moltissime di loro sono state poi uccise dai loro stessi aguzzini, a volte gettate nel fiume vive; altrettante si sono suicidate per la vergogna e per l’immane peso psicologico cui erano state sottoposte, al punto che sarebbero solo dieci le donne sopravvissute, secondo quanto dichiarato da Bakira Hasečić, presidente dell’associazione bosniaca Donne Vittime della Guerra (WVW) ed essa stessa sopravvissuta al Vilina Vlas.

Un delitto perpetratosi per almeno quattro mesi e per il quale Milan Lukić, capo della famigerata formazione combattente serbo-bosniaca delle Aquile Bianche, è stato condannato nel 2009 all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia (ICTY), come ideatore e primo responsabile – unitamente ad altri crimini commessi tra il 1992 e il 1994.

Dalla provocazione alla petizione

Un luogo dove lo stupro è stato portato avanti come strumento genocidario, come mezzo per finalizzare l’agognata pulizia etnica, al pari degli omicidi e dei massacri di massa. Un luogo, dunque, che è un monumento alla crudeltà umana tanto che nell’incipt della sua petizione Trokić lo paragona provocatoriamente ai campi di concentramento nazisti: “se qualcuno decidesse di trasformare i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau in un rifugio di benessere per un week-end rilassante lascereste che lo promuovesse su Google?”.

Ma la petizione ha una causa scatenante ben precisa risalente all’inizio di luglio di quest’anno quando l’organizzazione turistica ufficiale della Republika Srpska, Turizam RS, ha pubblicizzato il Vilina Vlas come sede turistica e riabilitativa e, nella sua pagina in lingua inglese, la definisce come una “struttura termale in stile alpino le cui acque infuse di radon sono adatte a tutte le età”. Ma non è tutto: il ministero del Commercio e del turismo della RS ha incluso il Vilina Vlas in un elenco di strutture dove è possibile utilizzare i voucher che il governo ha messo a disposizione dei cittadini nel tentativo di rivitalizzare il settore commerciale e turistico duramente provato dalla crisi pandemica.

Definendo la struttura come “inevitabile in termini di salute”, la responsabile di Turizam RS, Nada Jovanović, prova a giustificare la sua iniziativa affermando che compito dell’ente da lei diretto è quello di “lanciare il nostro marketing il più lontano possibile”. Una dichiarazione tanto più choccante se si pensa che arriva proprio da una donna. Ed è un’altra donna, Dušana Bukvić, direttrice del Vilina Vlas, a descrivere la campagna pubblicitaria come “una grande opportunità per attirare più turisti”. Ovvio dal suo punto di vista, ma tant’è.

Le risposte, le prospettive

Nessuna presa di posizione ufficiale, né alcuna replica è arrivata, per il momento da Google; mentre Trip Advisor a seguito della richiesta di rimuovere l’hotel dai propri elenchi ha fatto sapere di non essere “nella posizione di fornire commenti sulle storie passate della proprietà in questione” e che, pertanto, non può rimuovere dalle proprie liste “gli alloggi ancora operativi “.

Quanto sta succedendo con il Vilina Vlas deve essere contestualizzando in un processo di negazione e revisione più complessivo, similmente all’analogo tentativo in atto per i fatti di Srebrenica – ad esempio – ma non solo. È in generale in tutta la società bosniaca che questa manovra sta progressivamente facendo breccia, coinvolgendo settori sempre più ampi della popolazione bosniaca.

Vilina Vlas, “capelli di fata”, nella traduzione letterale del nome: difficile trovare una corrispondenza meno azzeccata tra nome e luogo e non ci si riferisce, ovviamente, alla mastodontica bruttezza dell’edificio in sé. In quel posto poco è cambiato nel frattempo, persino gran parte dell’arredamento è rimasto lo stesso. Bakira Hasečić vorrebbe trasformalo in un memoriale di quegli anni e di quei fatti e vorrebbe che la strada di sette chilometri che unisce Višegrad alla struttura fosse dedicata alla memoria di Jasmina Ahmetspahić. Aveva ventiquattro anni nel 1992: fu violentata e torturata per giorni. Si buttò giù dal terzo piano del Vilina Vlas – capelli di fata.

(Per approfondire gli eventi che coinvolsero l’area di Višegrad negli anni della guerra si consiglia la lettura di “Višegrad – l’odio, la morte, l’oblio” di Luca Leone, Infinito Edizioni)

Foto: Ufficio del Turismo di Višegrad

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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