L’Europa alla fine dell’Europa della scrittrice bulgara Kapka Kassabova

 

Confine. Viaggio al termine dell’Europa
di Kapka Kassabova

Traduzione dall’inglese di Anna Lovisolo

Edizioni EDT, 2019

pp. 407

Euro 25

 

Quella linea di demarcazione più volte ridisegnata e contesa che divide e al contempo lega indissolubilmente Bulgaria, Grecia e Turchia è la protagonista dell’intenso volume della scrittrice bulgara Kapka Kassabova. Di centrale importanza sono inoltre le storie e le figure che popolano questo confine, vite fuori dal tempo, nel limbo di una zona che non è più Europa ma ancora nemmeno Asia.

Terza protagonista è la stessa Kassabova, i ricordi della sua infanzia e giovinezza negli ultimi anni della Bulgaria socialista e il desiderio mai sopito di oltrepassare e svelare quella frontiera tanto sorvegliata e invalicabile. Chi meglio di una scrittrice bulgara dapprima espatriata in Nuova Zelanda e poi trasferitasi in Scozia, dove tutt’ora vive e lavora, può raccontare cosa significa emigrare, lasciare il proprio paese, “incontrare i popoli di una terra incognita”? Pubblicato per la prima volta nel 2017 in Gran Bretagna, Confine, come tutti gli altri libri dell’autrice di origini sofiote, è stato originariamente scritto in inglese.

Che cos’è un confine, quando le definizioni del dizionario non riescono a spiegarlo? È qualcosa che ci si porta dentro senza saperlo, finché non si arriva in un posto come questo. E poi ci si tuffa dentro l’abisso, una parte del quale è esposta al sole mentre l’altra è immersa nell’ombra, l’eco moltiplica i desideri, distorce la voce e la porta lontano, in un territorio remoto, in cui forse, tempo fa, siamo stati.

Confine accompagna il lettore in un viaggio nel tempo e nello spazio alla scoperta della storica regione della Tracia. Partendo dall’estremo sud-orientale della Bulgaria, tra la foce del Veleka e del Rezovo, il racconto attraversa monti bulgari, greci e turchi, città dimenticate, e il fiume Mesta – in greco Nestos – e l’Evros o Marìtsa, che da Plovdiv scorre sempre più a sud fino a fungere da frontiera naturale tra Grecia e Turchia.

Passando per Svilengrad, Drama ed Edirne, il percorso giunge a termine nel suo punto d’inizio, sulle coste del mar Nero. Pagina dopo pagina, come in uno stillicidio, Kapka Kassabova – il cui nome significa letteralmente “goccia” in bulgaro – scava a fondo tra gli arcani della “foresta ancestrale”, tracciando il suo personale itinerario per i villaggi arroccati sulle cime dei Rodopi e del massiccio dello Strandža, ambientazione altrettanto cara allo scrittore e dissidente bulgaro Georgi Markov, più volte citato nell’opera.

Tra le libellule e il fiume, l’attrazione del confine era potente, simile a una forza di gravità. Da qualunque parte mi voltassi, c’era qualcosa dietro di me e niente davanti. Forse la storia è proprio questo.

Penetrante racconto corale e intimo, diario di bordo, documentario, manuale di geografia, storia e “suggestologia”, vocabolario di turco, greco e bulgaro; Kapka Kassabova redige un volume così ben strutturato e completo da permettere al lettore di sconfinare e smarrirsi completamente tra paesini inerpicati e natura selvaggia senza mai perdere la rotta. Cronache di migrazioni disperate, volontarie e forzate, storie di superstizioni e personaggi mitologici si intrecciano con eventi e personalità reali; da Ljudmila Živkova ai nestinari, dall’esilio forzato dei ‘musulmani bulgari’ nel 1989 ai rituali per spezzare il malocchio, dalla mistica Baba Vanga al re Emo di Tracia.

Fil rouge del libro è “quel genere di malinconia che si eredita”, che ha molto in comune con la tăgà bulgara teorizzata da Georgi Gospodinov, e sembra manifestarsi in forma particolarmente acuta lungo la frastagliata frontiera meridionale della Bulgaria. Una malinconia intrinseca alla stessa essenza dei Balcani, il cui nome per “un vecchio errore” formalizzato nel 1808 è stato esteso a tutta la penisola, pur essendo una catena montuosa quasi interamente bulgara. La sola cosa che davvero importa, però, è

il vero spirito dei Balcani che permane, indipendentemente da quante volte viene ribattezzato e ricollocato, immaginato e inventato. I nostri amari, amati e sconfinati Balcani.

foto: ploshtadslavejkov.com

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia, Croazia e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea, storia e attualità bulgara.

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