AZERBAIGIAN: La dura vita dell’opposizione. Il caso di Tofig Yagublu

Il 3 settembre Tofig Yagublu, uno dei principali esponenti dell’opposizione azera, è stato condannato a quattro anni e tre mesi di detenzione e, da quel momento, ha intrapreso un ostinato sciopero della fame che ha portato avanti per diciotto giorni, anche nella terapia intensiva in cui era stato ricoverato, sino a quando il 18 settembre scorso ha ottenuto il trasferimento agli arresti domiciliari.

Le circostanze dell’arresto

Le versioni dei fatti che hanno portato all’arresto dell’oppositore divergono notevolmente a seconda che si dia ascolto alla versione governativa o a quella dell’interessato.

Stando alla sentenza della corte distrettuale di Nizami a Baku, Yagublu avrebbe causato un incidente automobilistico e poi aggredito una coppia con un cacciavite. Yagublu, dal canto suo, sostiene invece di essere stato tamponato mentre si trovava tranquillamente alla guida della propria auto e di essere poi stato vittima, e non responsabile, di un’aggressione. Stranamente, non esistono filmati dell’accaduto.

Le reazioni

L’arresto e la condanna dell’oppositore azero sono stati apertamente contestati da numerose organizzazioni internazionali, prime fra tutte Human Rights Watch, Freedom House e  Amnesty International, che accusano le autorità azere di aver creato ad arte i presupposti per un arresto prettamente politico.

D’altronde, il presidente Ilham Alyev, solo tre giorni prima dell’arresto, aveva accusato l’opposizione di essere una quinta colonna in grado di minare la stabilità del paese e si era detto intenzionato a reprimere ogni tentativo di sommovimento.

Sin dal momento in cui Yagublu ha iniziato il suo sciopero, in Azerbaigian  sono stati organizzati numerosi eventi di protesta, ma anche qui le autorità hanno optato per le maniere forti. In particolare, durante una manifestazione a sostegno dell’attivista, oltre trenta dimostranti, tra cui la stessa figlia dell’oppositore, sono stati arrestati, per poi venire rilasciati poco dopo.

Non un oppositore qualsiasi

In Azerbaigian gli oppositori politici non hanno vita facile, ma Tofig Yagublu pare godere di una particolare attenzione da parte del potere politico. Nel 2013 fu condannato a cinque anni di detenzione, dopo aver partecipato a proteste antigovernative; nel 2019 ha trascorso 30 giorni in carcere con l’accusa di non aver obbedito agli ordini delle forze di polizia durante una manifestazione pacifica.

I motivi di un simile accanimento? Quest’uomo, ai più sconosciuto fuori dal paese non è un oppositore qualsiasi. Già attivo nel movimento popolare che avrebbe portato all’indipendenza della repubblica azera dall’Unione Sovietica, Tofig Yagublu combatté in Nagorno-Karabakh e, nei primi anni Novanta, dopo essersi unito al partito panturco “Musavat”, ebbe una rapida carriera politica che, durante la presidenza di Abulfaz Elchibey, lo portò a divenire capo del potere esecutivo nel distretto di Binagadi.

Caduto Elchibey, tuttavia, con l’arrivo al potere della famiglia Aliyev, la sua attività politica è divenuta scomoda; basti pensare che il partito Musavat, seppur con soli cinque seggi in parlamento, è ad oggi il secondo partito azero.

Lo sciopero della fame  e la decisione della Corte 

La figlia di Yagublu, che a sua volta ha già subito un arresto ed è sposata con un giornalista di opposizione, è stata la prima a prendere posizione e ha costantemente trasmesso aggiornamenti sulle condizioni del padre. Il 12 settembre, dopo dieci giorni di sciopero della fame, il noto attivista era stato trasferito in terapia intensiva e, nei giorni successivi, dall’ospedale erano giunte notizie preoccupanti sulla sua salute. Yagublu, infatti, rifiutava non solo il cibo, ma anche qualsiasi iniezione di sostanze nutritive e  il suo medico temeva che l’uomo entrasse in coma.

A metà della settimana scorsa, con l’aggravarsi delle proprie condizioni, l’uomo ha affidato a una commovente telefonata con la figlia quello che rischiava di divenire il suo testamento politico: “Figlia mia, sto morendo. Dedico la mia lotta a M. E. Rasulzade – il fondatore del partito Musavat – voglio anche esprimere il mio supporto al popolo bielorusso, che sta combattendo per la democrazia”. Al termine della conversazione, l’uomo ha aggiunto che, qualora il governo non avesse preso una decisione in tempi rapidi, avrebbe rifiutato anche l’acqua.

Per fortuna, qualcosa si è mosso e sabato la Corte di Appello ha stabilito che Tofig Yagublu dovesse essere trasferito agli arresti domiciliari. Non appena è venuto a conoscenza della notizia positiva, l’oppositore ha interrotto lo sciopero della fame e sta ora recuperando le forze a casa propria.

La figlia ha annunciato il lieto fine della battaglia del padre sul proprio profilo Facebook, con una frase che, volutamente o meno, ricorda le parole dell’anarchico Kropotkin, ma che risulta particolarmente adeguata alla vicenda del padre: “La libertà non viene data, si prende“.

Non è la prima volta   

Non è la prima volta che in Azerbaigian un oppositore ricorre allo sciopero della fame come strumento di protesta. Nel gennaio del 2019, almeno venti persone hanno protestato in questo modo contro le persecuzioni politiche nel paese, dopo che il giovane attivista Mehmad Huseynov, già precedentemente arrestato, aveva ricevuto nuove accuse. Come nel caso di Tofig Yagublu e di molti altri oppositori che coraggiosamente si scontrano con il potere, Huseynov era stato accusato di un reato difficilmente verificabile, nella fattispecie, di aver insultato un ufficiale della polizia carceraria. Secondo la giornalista investigativa Khadija Ismayilova, nel momento in cui gli attivisti scioperavano, ben dieci giornalisti si trovavano in carcere e due caporedattori avevano ricevuto capi di imputazione falsificati.

In una lettera inviata dalla prigione, gli oppositori avevano denunciato le condizioni dello stato di diritto azero spiegando di aver fatto ricorso allo sciopero della fame poiché privi di mezzi giuridici per far valere le proprie ragioni. Infatti, Elman Fattah, membro dello stesso partito Musavat in cui è impegnato Yagublu, all’epoca dei fatti spiegava ad OC Media che in passato gli oppositori politici venivano rilasciati in breve tempo grazie alle pressioni internazionali, mentre ora la repressione si è fatta più ferrea e incontrastata.

Il vicino turco

“Una nazione con due stati”, affermava Heydar Aliyev celebrando la vicinanza culturale e politica di Turchia e Azerbaigian. Ebbene, questa formula non pare smentita nel trattamento riservato agli oppositori. La scorsa primavera, infatti, in un ospedale di Istanbul, İbrahim Gökçek e Helin Bölek, sono stati lasciati morire dopo uno sciopero della fame tramutatosi in una lunga agonia di quasi un anno. I due musicisti erano parte della band musicale “Grup Yorum”, accusata di essere in qualche modo collegata al partito marxista rivoluzionario della liberazione popolare, una formazione politica illegale e accusata di terrorismo. Ciò che è certo è che la band, cantando in turco e in curdo, aveva più volte preso di mira l’operato di Erdogan.

Il lieto fine della vicenda legata a Tofiq Yagublu non era affatto scontato, basti pensare che sino a giovedì la Corte di Appello ha continuato a sostenere che la sentenza, fissata per il 28 settembre, non potesse essere anticipata.  Se il potere di Erdogan non ha esitato a lasciar morire in carcere due giovani oppositori, quello di Aliyev si è fermato appena in tempo, ma non si può abbassare la guardia, specie laddove la morsa della repressione pare farsi via via più impietosa.

Immagine: contact.az

Chi è Eugenia Fabbri

Nata e cresciuta a Bologna, si è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna e frequenta ora il primo anno del corso di laurea magistrale MIREES (Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe), presso la stessa università. Ha vissuto per sei mesi in Georgia, dove ha frequentato alcuni corsi dell'Università Statale di Tbilisi, appassionandosi alle dinamiche politiche del Caucaso Meridionale.

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