REP.CECA: Focus elezioni /3 – Le sfide di Praga

di Gabriele Merlini

Scriveva il Ripellino di Praga: «Mi consolo pensando che, se non domeranno il tuo ardire con striduli giri di vite, tornerai a reggere insieme, come uno spillone da balia, i lembi stracciati di Occidente e Oriente.» Altri tempi e altro mondo, ovviamente. Tuttavia alcuni parallelismi possono essere fatti anche con la più stretta attualità.

Compito «sovrumano e insidioso» quello che lo slavista pronosticava per la capitale cecoslovacca a fine anni sessanta, ma pure «il più lusinghiero che possa essere offerto» a un popolo. E sebbene l’ardire praghese fu domato in breve -o quantomeno assai ridimensionato- da carri armati e un bel po’ di giri di vite (e nonché tocchi ammettere quanto poco la Repubblica Ceca sia stata in questi ultimi vent’anni «spillone da balia per i lembi stracciati dell’Occidente e dell’Oriente», visto che nel frattempo i lembi tra Occidente e Oriente si sono stracciati da altre parti) resta innegabile come nell’ultimo anno la città vltavina sia tornata alla ribalta in ruoli che certo le sarebbero spettati per prestigio e spessore culturale, però forse capitati in tempi un filo complicati e con protagonisti non tra i più adatti. Il discorso a Hradčany di Obama nell’aprile del duemilanove, il mese scorso la firma a Praga dello Start Due -nuovo trattato di disarmo nucleare tra Mosca e Washington- uniti alle picconate del presidente Klaus su clima, energia e Europa; ma soprattutto il semestre di Presidenza EU che la Repubblica Ceca ha affrontato da gennaio a giugno. In attesa delle elezioni la prossima settimana proviamo a farne un rapidissimo riassuntino. Sia mai che possa servire.

Karel Schwarzenberg, attualmente leader del movimento conservatore TOP 09 e ai tempi ministro degli esteri, chiamato ad una introduzione sul programma di Praga ebbe a descriverlo come «il programma delle tre E: Economy, Energy and the European Union in the World.» Slogan che venne completato da Topolánek, il quale aggiunse le sue due G: «gas e Gaza.» Precisione chirurgica negli intenti e obbiettivi definiti, dunque. Tuttavia «sono gli avvenimenti che spesso determinano il lavoro della Presidenza» si trovò a sottolineare Vladimìr Zavàzal, ambasciatore della Repubblica Ceca a Roma. E mica tutti posso essere messi in conto. La faccenda dello scudo missilistico USA in Europa centrale a protezione dall’Iran ma puntato dritto su Mosca fu una tra le sorpresine che destò i maggiori tentennamenti nel periodo: società civile divisa sull’idea di un impianto militare americano a pochi passi da Praga, a contrapporsi ad un governo compatto sul tema; manifestazioni di protesta nelle strade e buona fetta della stampa internazionale a sottolineare il confuso stato di cose (per altro sin dall’inizio del semestre in molti usavano guardare con una certa diffidenza al governo di Praga e le sue mosse).

Qualche esempio: manca meno di un mese all’inizio del semestre e le Figarò si esprime così sul premier ceco: «[il primo ministro] non ha l’esperienza necessaria per ricoprire un simile ruolo» e altro non sarebbe che un esecutore dei diktat dell’euroscettico Klaus. Eco di Bonanni su Repubblica poco dopo: «sono bastate al governo di Praga settantadue ore di presidenza per mandare a catafascio l’unità della Europa faticosamente e pazientemente costruita durante i mesi di presidenza francese», con riferimento stavolta alla sparata di Topolánek sulla legittima difesa di Israele nell’attacco a Gaza. Questo l’incipit; la chiusa: «sono bastate poche ore di presidenza affidate per la prima volta ad una nazione dell’ex Patto di Varsavia, e le differenze tra Vecchia e Nuova Europa tornano a farsi sentire.»

Inoltre esplodeva crisi finanziaria e per affrontare una catastrofe del genere serve fermezza, sbottò Klaus. Fermezza e stabilità. A metà marzo l’esecutivo di Topolánek salta. Al tecnico Jan Fischer l’incarico di formare un governo provvisorio.

Siamo nel bel mezzo della presidenza EU -è inizio aprile- quando, intervistato riguardo la crisi economica, Topolánek dichiara come la politica economica del presidente americano «ci porterà dritti all’inferno». Nonostante la rettifica [«io ho soltanto espresso la mia opinione per un possibile trend protezionista»] in Inghilterra Gordon Brown lo rifila a cena nel posto più buio della tavolata dei primi ministri.

Passando alle note positive si registra il successo delle mediazioni sull’ approvvigionamento di gas russo diminuite per la crisi tra Mosca e Kiev [dunque una E parrebbe risolta. Dell’altra invece, «E-uropa», poche e sfortunate tracce.] «Se il 2008 è stato l’anno del Mediterraneo, il 2009 potrebbe essere l’anno della Primavera Orientale» ebbe a ribadire Zavàzal. Il sette maggio Sarkozy, Zapatero, Brown e Berlusconi disertano il vertice praghese per favorire i rapporti tra Europa e Europa dell’Est quella vera: Repubblica armena, Azerbaigian, Georgia, Bielorussia, Moldavia e Ucraina. Unica presente la Merkel, ma Berlino è vicina.

Per finire, capitolo Trattato di Lisbona: «l’opportunità per concludere il tormentato iter di ratifica potrebbe avvenire proprio durante il semestre di presidenza ceco» fu comunicato da Praga. Il semestre terminerà il trenta giugno. Klaus firmerà quattro mesi dopo.
Metà giugno 2009: il Financial Times scrive che -al contrario di molte presidenze europee passeggere nella memoria degli analisti- quella ceca resterà un bel pezzo saldamente presente anche dopo la propria naturale conclusione. Poco ma sicuro.
Scriveva la poetessa Zora Jiráková al Ripellino: «Per un golem che si dissolve, a Praga cento altri ne spuntano, mentre purtroppo si vanno spegnendo di crepacuore i migliori di noi. Tuttavia deve esserci redenzione. Nulla si tiene quaggiù che non sdruccioli o cada. Ma quando?»

Sono in tanti a sperare prestissimo. Magari già dopo il voto tra pochi giorni.

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Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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