Processo Eternit, prendi i soldi e scappa

pubblicato su Quotidiano Piemontese

Non so davvero come scriverlo questo articolo. Sono un giornalista, sì, ed è il mio lavoro ma qui manca la giusta distanza per fare della polvere qualcosa che somigli a una frase. Già, polvere. Polvere quella che si conficca nei polmoni e uccide, polvere quella che è rimasta dei nostri morti e polvere quella che oggi ci buttano negli occhi. E metterla insieme tutta questa polvere, per me che Casale Monferrato è la mia città, non è facile. Manca la giusta distanza. Non me ne sono mai occupato del processo Eternit, c’era già tanta gente più quotata e poi di cosa occuparsi ancora? L’Eternit ce l’abbiamo tutti, e ce l’avremo ancora visto che gli studi dicono che il picco di mortalità deve ancora essere raggiunto.

Ecco, provo a partire da qui: dal futuro. L’eventuale decisione del sindaco di Casale Monferrato, Giorgio Demezzi, di accettare la transazione offerta dai legali di  Schmidheiny in cambio dell’uscita dal processo non ha che fare solo con la polvere del passato, con nomi di morti da conservare nella memoria quotidiana, ma con i volti dei figli e con i nostri di oggi. Eternit, non a caso, richiama all’eternità. La durata del materiale è la durata del rischio di malattia. La latenza va dai quindici ai quarantacinque anni. Accettare la transazione diventa allora una resa davanti ai figli, una colpa davanti ai malati di oggi e, tristemente, di domani che vivranno in una città che ha deciso di dismettere il suo ruolo di testimone. Resteranno solo le voci dei familiari delle vittime, domani come oggi, orgogliose e miti.

Ma il domani, mi si potrà forse ribattere, si costruirà migliore con i venti milioni di Schmidheiny. Un toccasana per il  bilancio comunale. Si potrà finanziare la ricerca. Anche ammesso che quei soldi non finiscano in parcheggi, in corruttele varie, mi domando se pecunia olet qualche volta. Anche perché qualche denaro arriverà comunque con la sentenza di condanna. Certo non saranno venti milioni di euro. E quand’anche fossero meritoriamente spesi quei soldi resteranno i soldi dell’avidità che vince sulla dignità. Della cupidigia che non conosce limite all’offesa.

Poiché accettando la transazione il sindaco Demezzi e la sua giunta offenderanno la città – proprio loro che sono chiamati a farsene portavoce – e la dignità di una comunità lacerata che ha trovato in questo processo una rinnovata forza di condivisione, di crescita, di confronto. Ricordo quando un pomeriggio di primavera tornai a Casale, dalla Torino in cui vivo e lavoro, e mi sorpresi dei balconi imbandierati con tricolori listati a lutto. Portavano la scritta nera: “Eternit: giustizia”. La richiesta di giustizia nei confronti di Schmidheiny e Cartier, ex dirigenti della Eternit Ag, che sapevano della pericolosità dell’amianto e hanno continuato a fare i loro profitti condannando a morte migliaia di persone, aveva ridestato quella città spersa nella nebbia della piccola provincia. Quella città caduta nell’oblio che, offesa, tornava a gridare dai muti balconi. E la giustizia va oltre la legge, oltre il processo. Oltre la polvere d’oro che ci viene gettata negli occhi.

Se il sindaco Demezzi accetterà i denari di Schmidheiny romperà il desiderio di riconciliazione che sottende a qualsiasi desiderio di giustizia. Riconciliazione con il dolore, in questo caso. Farà così il gioco dell’imputato che, indebolendo il fronte accusatorio, alleggerisce la propria posizione auspicando una sentenza più mite. Poiché è questo che si vuole fare: rompere il fronte delle parti civili. E che il sindaco della città martire dell’amianto si presti a questo vile gioco è non meno vile.

Il processo Eternit è stato anche il successo di una piccola comunità unita, capace di inchiodare alla sbarra un potente come Stephan Schmidheiny, che è stato consigliere di Bill Clinton, rappresentante Onu per lo sviluppo sostenibile, docente di globalizzazione in università pontificie, fondatore del consiglio mondiale commerciale per lo sviluppo sostenibile, ideatore della Swatch, azionista dell’Ubs e della Nestlè, filantropo pluripremiato e recordman di beneficenza con 1,5 miliardi di dollari versati per questa o quella causa, come scritto da Giampiero Rossi nel libro inchiesta La lana della salamandra.

Se il sindaco Demezzi accetterà la transazione economica lascerà l’Associazione familiari delle vittime da sola al processo. Lascerà una donna come Romana Blasotti Pavesi, 82 anni, cui il mesotelioma ha portato via il marito, la figlia, la sorella, il nipote e una cugina, senza l’appoggio delle istituzioni locali. Piccole istituzioni, anzitutto, nella statura morale.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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3 commenti

  1. giusto.

  2. Fortunato Ceccarini

    Un articolo per allargare il dibattito e non per provocare. Perché la disgrazia di Casale Monferrato riguarda tutto il mondo.
    http://potatopiebadbusiness.com/2011/12/20/eternit-a-casale-monferrato-la-storia-che-non-puo-finire/

  3. Abbiamo pubblicato il commento, con annesso link, di Fortunato Ceccarini per rispetto dell’altrui opinione. Cito testualmente una frase che mi sembra centrale nell’articolo linkato:

    “Quello che nei mezzi d’informazione, tuttavia, non circola o trova difficoltà ad emergere è la cifra di vittime che ha già transato, scendendo, secondo i ragionamenti oggi portati sul tavolo, a patti col diavolo: una percentuale tra l’80 ed il 90%. L’Associazione famigliari delle vittime dell’amianto (Afeva) ha ottenuto circa il 6% da ognuna di queste transazioni, potendo così usufruire a fini specifici e salvifici di una cifra cospicua – anche se non esiste quantità stimata e valoriale per risarcire la morte colposa. La posizione del Comune di Casale Monferrato, in questo senso, non si sovrappone in alcun modo alla posizione delle vittime rimaste in gioco nel processo di Torino; infatti non vi è una correlazione sostanziale nel procedimento tra vittime e Comune. La scelta, difficilissima, del Sindaco Giorgio Demezzi è così stata corroborata dalla convenienza strategica ad ottenere immediatamente 18,3 milioni di Euro a fronte degli 8 milioni, per danni provati ed accertati in sede di processo, che avrebbe potuto avere grazie alla sentenza di febbraio”

    Ebbene. C’è una cosa che non viene considerata. Il Comune di Casale Monferrato è un’istituzione, non una singola persona. La scelta del Comune di transare, quindi, non è assimilabile a quella del singolo individuo poiché l’istituzione rappresenta la collettività. Quello che Demezzi e la sua giunta hanno fatto, invece, è comportarsi come se fosse cosa che riguardava solo loro, senza ascoltare la cittadinanza di cui sono “solo” i rappresentanti.

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