BASKET: Krešimir Ćosić, il primo europeo a conquistare gli Usa

di Luca D’Alessandro

Dopo un viaggio di settanta chilometri tra i magnifici Twin Peaks e il Grande Lago Salato, Krešimir Ćosić pensò probabilmente di aver compiuto un clamoroso errore di valutazione. All’aeroporto aveva a disposizione due destinazioni: Los Angeles, dove ad aspettarlo ci sarebbe stato il leggendario coach Wooden e UCLA; oppure Salt Lake City, poco lontana dalla Brigham Young University di Provo. Ćosić aveva scelto Provo.

Doveva essersi perso qualcosa traducendo le lettere che aveva scambiato con il college, perché l’ambiente era molto diverso da quello che si aspettava da una città americana. Tutti erano credenti, per esempio, e il Libro di Mormon era presente in ogni angolo della città. Nel campus erano vietati alcolici, sigarette, e Dio ne scampi a parlare di sesso tra studenti. Nei supermarket si poteva comprare di tutto e le televisioni erano ovunque. Totalmente un altro mondo rispetto alla rigorosa Jugoslavia, atea e comunista.

La nascita di un giocatore atipico

Krešimir Ćosić nacque a Zagabria il 26 novembre 1948, ma la famiglia si trasferì presto sulle coste dell’Adriatico nella città di Zara. Tra antiche tracce di presenza romana e la città vecchia costruita dai veneziani, la passione degli autoctoni si riversa principalmente nella palla a spicchi, tanto che nacque il famoso proverbio: “Dio ha creato l’uomo, Zara ha creato la pallacanestro”. Qui crebbe cestisticamente “Kreso”, arrivato ai due metri d’altezza talmente presto che i ragazzi del campetto gli vietarono di sostare sotto canestro. Così si trovò costretto a sviluppare un gioco da esterno più che da centro, fatto di tiro dalla distanza, tecnica di palleggio e penetrazioni da guardia, con la visione di gioco di un playmaker.

Quando poi guadagnò dieci centimetri in un anno la squadra locale non poté far altro che metterlo tra i titolari, di fianco a una leggenda come Pino Gjergja. La coppia guardia-pivot più anomala del campionato era letteralmente inarrestabile, tanto da vincere facilmente i titoli del ‘65, ‘67 e ‘68. Ćosić era finalmente libero di giocare vicino a canestro, così da mostrare tutte le qualità di un centro dominante: gioco in post efficace, ottimo rimbalzista e grandissimo stoppatore, riuscendo spesso a mantenere la sfera tra le sue mani enormi. Il problema era che, una volta recuperato il possesso, metteva palla a terra e partiva in contropiede come un giocatore trenta centimetri più basso, palleggiando tra le gambe o dietro la schiena senza fatica.

La Nazionale e l’esperienza negli Stati Uniti

Un diamante del genere non poteva rimanere confinato a lungo sul litorale dalmata, così Ranko Žeravica chiamò per la prima volta Ćosić in nazionale quando aveva solo 17 anni, e l’estate successiva lo portò in Uruguay per la Coppa del Mondo. La carriera di Kreso con la maglia della Jugoslavia è favolosa: 14 medaglie, più di qualunque giocatore balcanico, tra cui spiccano l’oro olimpico di Mosca ‘80 e i titoli mondiali del ‘70 (in casa) e nelle Filippine otto anni dopo. Il rapporto con la sua nazionale era talmente profondo che non rifiutò mai una convocazione, anche da studente a Brigham Young.

L’arrivo stesso negli Stati Uniti fu propiziato da un raduno della Nazionale, quando in un training camp del 1968 conobbe il finlandese Veikko Vainio, studente del college dello Utah che gli raccomandò l’esperienza americana. Prese talmente sul serio il dialogo avuto con Vainio che decise veramente di andare a studiare oltreoceano, nonostante ipoteticamente nessun atleta potesse allontanarsi dalla Jugoslavia prima dei 30 anni. Ma l’inizio del soggiorno estero si rivelò arduo per un giocatore come Ćosić, abituato in patria a essere una giovane stella a cui tutto era permesso, dai capelli lunghi e ribelli alla vita libertina piena di vizi e amori fugaci.

Nonostante lo stacco netto tra Zara e Provo, l’animo gentile di Kreso alla fine fece colpo anche sugli americani. Arrivato come lo jugoslavo troppo alto, tanto da risultare goffo, e che parlava male la lingua, dopo poco tempo divenne uno dei ragazzi più amati di Brigham Young. Simpatico, umile, pronto alla battuta e dalla personalità coinvolgente, alla fine conquistò tutti convertendosi anche alla religione locale. Una sorta di illuminazione, a sentire le testimonianze, che lo portò a tradurre il Libro di Mormon in croato.

Sul campo poi era la solita ira di Dio. In tre anni con la maglia dei Cougars mantenne medie di 19.1 punti e 11.6 rimbalzi. Anche negli USA non avevano mai visto un centro di 2.11 giocare in quel modo, e il palazzetto di Provo era sempre stracolmo per vederlo all’opera, tanto da rendere necessaria la costruzione di una nuova arena da oltre 20.000 posti. Vinse due volte l’ingresso nel team All-American, primo straniero a riuscirci, e venne chiamato al draft addirittura in due anni consecutivi, anche qui il primo europeo a guadagnare l’entrata principale verso la NBA. Ma quando la strada per il successo sembrava spianata, Kreso decise di tornare a casa.

Il ritorno in Europa e la guerra

Il Krešimir Ćosić di rientro in patria era una persona molto diversa dal giovane esteta partito quattro anni prima. Timorato di Dio e sempre col Libro di Mormon in mano, ripartì nuovamente da Zara, dove il ritorno del figliol prodigo significò vincere di nuovo il titolo nel ‘74 e nel ‘75. Ćosić alla fine decise di lasciare definitivamente la sua città, muovendosi prima a Lubiana e poi a Bologna, dove con la maglia della Virtus vinse due campionati. Chiuse la carriera da giocatore con il Cibona Zagabria, dove nonostante il fisico non fosse più quello d’una volta, Kreso lasciò comunque il segno, conquistando un campionato, tre coppe nazionali e una Coppa delle Coppe.

Il passo successivo fu quello di diventare allenatore, ma nonostante la brillante mente cestistica di cui era dotato non riuscì ad avere lo stesso impatto. Poi, come in tutte le storie jugoslave del novecento, ci si mise di mezzo la guerra. Krešimir Ćosić decise di cercare di aiutare come possibile il proprio paese, diventando vice-ambasciatore croato a Washington, ma la sua speranza era quella di tornare a occuparsi di basket. Purtroppo non riuscì più a sedersi in panchina né a vedere la fine del conflitto, portato via nei primi mesi del 1995 da un tumore a Baltimora. Tristemente lontano dalle terre che aveva sempre amato, lasciò questo mondo un talento purissimo e rivoluzionario, il primo a riuscire a portare il concetto di basket europeo oltreoceano.

Foto: Basketinside.com

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