BASKET: Addio a Ranko Žeravica, il padre della pallacanestro jugoslava

Quando si spegne un grande protagonista sportivo, nell’immaginario degli appassionati avviene una sorta di trasfigurazione della sua persona. Si passa dalla normale – e naturale – ammirazione per le gesta straordinarie e non replicabili dalla maggioranza del pubblico, all’innalzamento a figura eroica o tragica a seconda dei casi. Discorso a parte va fatto dagli allenatori, ai quali basta stupire con il gioco delle proprie squadre e una personalità sopra le righe per diventare dei veri e propri santoni anche durante la carriera. Questo accade in maniera particolare nei paesi dell’est dove, da sempre, la figura dell’allenatore ha un ruolo quasi pari a quello di Aristotele nei confronti di Alessandro Magno. E quando la loro ora scocca è il momento giusto per dare il saluto a un maestro di vita. Dunque non può che accadere la stessa cosa per Ranko Žeravica, una delle figure fondanti della pallacanestro jugoslava, scomparso ieri a Belgrado all’età di ottantacinque anni a causa di alcuni problemi cardiaci che lo affliggevano da anni.

Il grande allenatore serbo (con una famiglia di origine erzegovese) trovò nel basket una grande opportunità di riscatto e di sostentamento. Quando durante la Seconda Guerra Mondiale i tedeschi occuparono la Jugoslavia la famiglia Žeravica si trovò proiettata da una situazione di benessere alla quotidiana lotta per procurarsi qualcosa da mangiare. A guerra finita, nel 1948, Ranko intraprese la carriera da giocatore di basket a Belgrado, nel Radnički. Allo stesso tempo però, per recuperare qualche soldo, accettò il ruolo da allenatore della sezione femminile della sua stessa società. La paga era bassa, ma alla fine accettò: «Accettai per sfuggire alla fame» ammise anni dopo il grande coach. Iniziò da quel momento una carriera di oltre mezzo secolo che ha spaziato tra la JugoslaviaBelgrado, sia sponda Partizan, sia sponda Stella Rossa, ma anche Spalato e Pola – la Spagna e l’Italia, dove ha lasciato il segno a Desio, Napoli e Caserta.

Il motivo per cui Žeravica è considerato il padre della pallacanestro in Jugoslavia risiede nei successi ottenuti sul parquet dalla nazionale sotto la sua guida, in particolare il Campionato del Mondo del 1970. Quella squadra, che comprendeva tra gli altri i croati Krešimir Ćosić (appena passato dallo Zara al campionato di college americano) e Petar Skansi (che da giocatore lascerà la Jugoplastika Spalato solo per vestire la maglia di Pesaro, prima di imbarcarsi in una lunga carriera da tecnico, anche in Italia), portò alla Jugoslavia il primo titolo iridato proprio di fronte al proprio pubblico: la fase finale si giocò alla Hala Tivoli di Lubiana (i gironi si erano disputati tra Spalato, Sarajevo, Skopje e Karlovac) e la squadra di Žeravica chinò la testa solo contro l’Unione Sovietica.

Fu l’occasione che impose la palla a spicchi jugoslava all’attenzione del mondo e fu un successo ottenuto da Žeravica rimanendo fedele al suo modo di intendere il basket, in cui la stella è al servizio della squadra e l’individualismo non trova spazio – come mai spazio in nazionale trovò il grande Zoran Slavnić, considerato troppo individualista e mai convocato finché Žeravica fu capo-allenatore. Altra caratteristica del tecnico fu quella di saper osare, scommettendo sui giovani: agli Europei di Helsinki del ’67 portò una squadra composta prevalentemente da diciottenni e diciannovenni che si piazzò al nono posto. Fu subissato di critiche, ma i componenti di quella squadra andarono a formare l’ossatura della squadra campione del mondo tre anni dopo. Seguendo la stessa linea fu un grande innovatore da allenatore al Barcellona: il moderno concetto di crescita sportiva dei giovani in Spagna deve molto a lui, forse non solo nel basket visti i risultati di ogni cantera della polisportiva catalana.

L’altro grande successo alla guida della Jugoslavia arrivò dieci anni dopo il trionfo Mondiale di Lubiana, in occasione dei Giochi Olimpici del 1980 a Mosca. Con gli Stati Uniti assenti per il boicottaggio olimpico, la Jugoslavia portò a casa il titolo dopo una finale contro l’Italia di Marzorati e Meneghin e soprattutto dopo aver sconfitto l’Unione Sovietica allenata da Aleksandr Gomel’skij 101-91 presso l’arena olimpica di Mosca. La squadra comprendeva di nuovo Krešimir Ćosić e stavolta tra i convocati figurò anche Zoran Slavnić, oltre a nomi come quelli di Mirza Delibašić, Dražen Dalipagić e Dragan Kićanović.

In una carriera da ben sessantadue titoli vinti rimarrà solo un grande rimpianto: il Mondiale del 1966 in Cile vinto con la Jugoslavia, ma non riconosciuto dalla FIBA. L’edizione di quell’anno si sarebbe dovuta tenere in Uruguay, ma a causa dell’instabilità politica del paese l’evento fu annullato e si decise di organizzare un Mondiale straordinario al quale le partecipanti accedevano per invito del paese ospitante e non in base ai risultati. Proprio per questo la FIBA non ne riconosce l’ufficialità: ma per Žeravica tutte le squadre giocarono al massimo ed è per questo che fu sempre convinto di aver vinto due Mondiali. A maggior ragione visto che quell’anno la sua nazionale alzò la coppa di fronte a più di diecimila persone.

Proprio grazie a queste imprese il nome dello Zio Ranka, come veniva affettuosamente soprannominato, non ha messo radici solo in Europa, ma è arrivato anche in Sud America superando i confini della pallacanestro: si racconta che un giorno una delle sue squadre si trovò sullo stesso aereo, diretto a Tel Aviv, di Diego Armando Maradona. A quel punto chiese a uno dei suoi giocatori di andare dal Pibe de oro per farsi firmare degli autografi per i figli. Al momento della firma il simbolo del Napoli chiese per chi fossero gli autografi e non appena saputo il nome rispose: «Lui è una leggenda nel mio paese!». I più grandi si riconosco reciprocamente. Adieu, Zio Ranka.

Chi è Mattia Moretti

Nato nel 1994 ad Alghero. Studente di Filosofia presso l'Università di Padova. Collabora con la Pagina Sportiva di East Journal e con il sito dedicato alla pallacanestro BasketUniverso.

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