RUSSIA: Sentenza definitiva per lo storico del Gulag Jurij Dmitriev

Mercoledì 22 luglio è stata pronunciata la sentenza definitiva sul caso che dal dicembre 2016 coinvolge Jurij Dmitriev, storico specializzato nelle repressioni di epoca staliniana e direttore dell’Associazione Memorial in Carelia, nel nord-ovest russo. La corte di Petrozavodsk ha condannato Dmitriev ad una pena, relativamente leggera, di 3 anni e 6 mesi di carcere per atti di violenza a sfondo sessuale nei confronti della figlia adottiva. L’accusa aveva inizialmente richiesto una condanna a 15 anni di detenzione, con capi d’imputazione che includevano anche il porto abusivo di armi e la detenzione di materiale pedopornografico – da cui Dmitriev è stato ieri assolto. Avendo già scontato 3 anni e 3 mesi in detenzione prima della sentenza, Jurij Dmitriev sarà libero già a novembre di quest’anno.

Dmitriev ha sempre negato le accuse nei suoi confronti, affermando che il caso fosse stato costruito per bloccare le sue ricerche sulle vittime e sui luoghi delle esecuzioni di massa di epoca staliniana – una pagina di storia che nella Russia contemporanea è oggetto di una vera e propria guerra per la memoria (del lavoro di Dmitriev e del caso che lo coinvolge avevamo parlato qui). L’innocenza di Dmitriev è stata dimostrata da perizie e inchieste, e sostenuta dai suoi familiari e colleghi, nonché da numerose personalità di spicco del mondo accademico, culturale e politico russo e internazionale. L’Associazione Memorial ha definito Dmitriev un prigioniero politico.

Il processo del 22 luglio, il secondo che coinvolge lo storico, si è svolto a porte chiuse, ma decine di sostenitori di Dmitriev si sono radunati di fronte al palazzo del tribunale. Intervistato subito dopo il verdetto, l’avvocato difensore Viktor Anufriev ha parlato di una “sentenza che salva la vita” a Jurij Dmitriev. Lo storico, che ha 64 anni, avrebbe probabilmente finito i propri giorni in carcere se avesse ricevuto una condanna piena.

Come ha spiegato lo storico del Gulag Andrea Gullotta, studioso presso l’Università di Glasgow e membro di Memorial Italia, data la gravità delle imputazioni nei confronti di Dmitriev inizialmente c’è stata una certa esitazione tra il pubblico a sostenere la sua causa. Ma le perizie hanno smentito le accuse, dimostrando che si tratti di un caso fabbricato ad hoc per mettere a tacere, screditandolo, un personaggio scomodo per le autorità russe.

L’8 luglio scorso, Dmitriev ha pronunciato un ultimo discorso in tribunale. Ne riportiamo un estratto:

“Ora da noi c’è la moda – la moda, giusto? – di parlare di patriottismo. Ma, perdonatemi, non si parla poi di patriottismo. Chi è patriota? Lo è colui che ama la sua patria. Da noi per qualche motivo ora si usa vantarsi solo dei successi militari. Perdonatemi, ma la patria non è che una madre. La mamma talvolta si ammala, talvolta qualcosa non le riesce. E forse per questo smettiamo di amarla? Nient’affatto. E – non so se per fortuna o meno – il mio destino è quello di far uscire dall’oblio quelle persone scomparse per volontà del nostro stesso stato, condannate, fucilate, seppellite nei boschi ingiustamente, come animali randagi. Non c’è un tumulo, una menzione al fatto che qui sono sepolte delle persone. Il Signore mi ha dato forse questa croce, ma Egli mi ha anche dato questo sapere. Talvolta riesco a rinvenire i luoghi di queste tragedie umane di massa. Do loro dei nomi e cerco di ricreare in questi siti dei memoriali, perché la memoria è ciò che rende l’uomo uomo. […]

Sono completamente e profondamente d’accordo con il nostro stato sul fatto che ci sia bisogno di ricordare i caduti in guerra, in quanto parte della nostra memoria. Tuttavia, è necessario ricordare anche chi è morto a causa della bieca volontà dei nostri governanti. Questo per me è il patriottismo. Questo ho insegnato alla mia figlia adottiva e ai miei figli naturali Egor e Katja, e ai miei nipoti; tutto ciò hanno imparato anche tutti quegli scolari e studenti con cui ho lavorato; sanno e comprendono tutto ciò forse tutte le persone civili. Pertanto, vostro onore, ritengo che questo caso, che già da molto tempo, da tre anni e mezzo, si protrae, sia stato fabbricato apposta per infangare il mio nome onesto e per gettare ombre su quelle tombe e cimiteri di vittime delle repressioni staliniane che sono riuscito a individuare e dove oggi affluiscono molte persone”.

Foto: AFP

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

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