SERBIA: Proteste e scontri dopo l’annuncio di nuove restrizioni

È stata una notte di proteste e scontri a Belgrado, dopo che circa 5mila cittadini si sono riuniti spontaneamente davanti al parlamento in seguito all’annuncio del presidente serbo Aleksandar Vucic di introdurre nuove restrizioni contro la pandemia. La tensione è salita dopo che alcuni manifestanti hanno provato a irrompere nel parlamento. La polizia ha risposto con cariche e fumogeni, provocando ulteriormente l’ira dei tanti giovani che hanno occupato l’intera zona intorno all’assemblea, dove sono stati dati alle fiamme diversi veicoli della polizia ed è continuato un fitto lancio d’oggetti fino a tarda notte. Sono stati riportati diversi casi di azioni violente e brutali da parte delle forze armate, anche se al momento non si hanno stime su arresti e feriti. A riportare tutta la notte in collegamento in diretta un’equipe della tv indipendente N1, prima a giungere sul posto, mentre i 3 canali di RTS – la TV di stato – trasmettevano programmi di intrattenimento.

Restrizioni contro gli assembramenti, sia all’aperto che al chiuso, e un coprifuoco a partire dalle 18 di venerdì fino alle 5 di lunedì prossimo. Sono queste le principali misure annunciate martedì alle 18 dal presidente Vucic in una conferenza stampa in cui ha condannato il senso di irresponsabilità delle persone per l’emergenza sanitaria. La conferenza stampa – in cui il presidente è sembrato visibilmente provato – ha scatenato l’insoddisfazione di migliaia di cittadini. I numeri del contagio da COVID-19, infatti, sono ripresi a salire nelle ultime due settimane, in particolare nella regione meridionale del Sangiaccato, dove si concentrano i peggiori focolai e dove gli ospedali sono ormai al collasso.

Lo scarso equipaggiamento delle strutture sanitarie e la manipolazione delle informazioni relativamente al numero di contagiati, così come sul numero di respiratori a disposizione, avrebbero contribuito alla rabbia dei cittadini. Il lockdown in Serbia, con lunghissimi coprifuoco e rigorose limitazioni alla libertà di movimento, era durato da metà marzo fino a inizio maggio. Il governo aveva quindi rimosso le misure di contenimento fino al ripristino totale della normalità, con tanto di stadio pieno per il derby di Belgrado, a cui hanno assistito oltre 25mila persone, risultando il più grande assembramento in Europa dalla fine del lockdown. In molti accusano Vucic di aver voluto dare un’apparenza di normalità in vista delle parlamentari del 21 giugno, quando ha trionfato con oltre il 63% dei voti il suo Partito Progressista Serbo. L’indomani delle elezioni – in cui hanno superato lo sbarramento del 3% solo altri 2 partiti (uno di questi sono i socialisti alleati di governo) – il portale BIRN ha pubblicato un’inchiesta secondo cui le autorità hanno mentito sui dati dell’epidemia, nascondendo i numeri dei morti, che sarebbero tre volte più alti di quelli dichiarati.

La conferenza di Vucic di ieri è stata quindi la goccia che ha scatenato l’insoddisfazione. I cittadini non accettano di essere ritenuti responsabili da un governo accusato di aver manipolato l’informazione e di aver voluto solo portare gli elettori ai seggi (sfidando anche il boicottaggio delle opposizioni). Alcuni ritengono che gli stessi festeggiamenti nella sede di SNS nella notte elettorale del 21 giugno, con tanto di balli tradizionali e nessun distanziamento sociale, siano la dimostrazione delle gravi responsabilità di Vucic e di tutta la classe dirigente nella gestione della pandemia. Anche il ministro della Difesa, Aleksandar Vulin, il capo dell’ufficio per il Kosovo, Marko Djuric, e la presidente del parlamento, Maja Gojkovic, sono risultati positivi al coronavirus successivamente alla festa alla sede del partito.

Mentre la premier Ana Brnabic a notte inoltrata ha dichiarato che lo stato difenderà la legalità, tutto lascia credere che le proteste continueranno nei prossimi giorni e che in molti non vorranno rispettare il coprifuoco imposto per il fine settimana. Al 7 luglio la Serbia registra oltre 16mila casi di contagio e 330 morti.

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