KOSOVO: Di serbi e albanesi. Il falso mito della guerra di religione

Nelle ultime settimane, un articolo sul Kosovo pubblicato da un sito americano ha generato numerose polemiche. Insieme ad una serie di faziosità e imprecisioni, l’articolo calca molto il tema della religione: il Kosovo viene descritto come un luogo noto per “esportare jihadisti” e nato da “un’insurrezione islamista” volta ad espellere cristiani.

L’articolo stupisce fino ad un certo punto: il giornale che lo ha pubblicato è noto per essere vicino ad ambienti religiosi radicali. Non è però una voce isolata: da anni, una certa retorica di estrema destra e nazionalista presenta il conflitto del 1998-99 in Kosovo come una guerra religiosa tra Islam e Cristianesimo, descrivendo il Kosovo di oggi come un luogo ostile ai cristiani. Una tesi non suffragata dai fatti.

Gli albanesi e i serbi

Gli albanesi sono in maggior parte musulmani. Mentre in Albania vi è una forte presenza di albanesi cattolici ed ortodossi, in Kosovo la maggioranza della popolazione è quasi totalmente musulmana, religione a cui aderisce ad oggi il 90-95% della popolazione (albanesi, ma anche bosgnacchi, gorani, turchi e popolazioni rom). Anche in Kosovo, però, non mancano gli albanesi cattolici, circa 65.000. I serbi, invece, sono per la quasi totalità ortodossi, religione la cui presenza è ben rappresentata dai monasteri risalenti al XIII e XIV secolo.

Il Kosovo si definisce nella propria costituzione come Stato secolare, neutrale rispetto ai credi religiosi. A scuola non vi è insegnamento religioso ed insieme ai due Bajram e all’inizio del Ramadan, sono festivi anche il Natale e la Pasqua di ortodossi e cattolici.

La guerra

La tesi secondo la quale il conflitto tra forze serbe ed Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), esploso dopo un decennio di repressione dei diritti degli albanesi attuata dal regime di Slobodan Milošević, abbia avuto una natura religiosa è molto diffusa tra nazionalisti ed estrema destra. In questa chiave, i serbi vengono presentati come ultimo baluardo della Cristianità contro l’attacco dei musulmani: il rimando alla Battaglia del Kosovo del 1389, scontro tra cristiani e ottomani, è evidente.

Il ruolo della religione nella guerriglia albanese, però, fu pressoché nullo. Non solo l’UÇK nasce da piccoli gruppi marxisti-leninisti, ben distanti da valori religiosi; ma soprattutto, l’UÇK deve il suo successo al sostegno americano, principale partner durante la guerra, conclusasi proprio per il bombardamento della NATO. I leader albanesi non avevano alcuna convenienza a perdere tale sostegno abbracciando l’islamismo militante.

Fu lo stesso Milošević, interrogato all’Aja, a parlare della presenza nelle fila albanesi di mercenari provenienti dal Medio Oriente, sulla base di un rapporto del ministero degli Esteri di Belgrado. In realtà, la presenza di jihadisti sul suolo kosovaro risulta essere di poche unità. Anzi, alcuni giornalisti presenti sul campo raccontano che i leader dell’UÇK rifiutarono aiuti provenienti dall’estremismo islamico (Perritt, H. 2008, Pettifer J., 2012).

A conferma di ciò, è provata la presenza di diversi cattolici nelle fila dell’UÇK. Ad accomunare i guerriglieri, difatti, era l’essere albanesi, appartenenza nazionale che trascende quelle religiose. Questa è una caratteristica del nazionalismo albanese, che non a caso ha come simbolo un principe cristiano, Skanderbeg.

I simboli

Un altro aspetto che potrebbe confermare la tesi del conflitto religioso sono le centinaia di monumenti religiosi distrutti durante e dopo la guerra. Sono ben note le immagini delle chiese ortodosse, 155 secondo i dati ufficiali, attaccate da nazionalisti albanesi appena finita la guerra e negli scontri del 2004. Meno note sono le distruzioni compiute dalle forze serbe durante il conflitto: in pochi mesi, più di 200 moschee e diversi edifici di epoca ottomana furono danneggiati o completamente distrutti.

L’attacco a simboli religiosi rientra nel più ampio ambito del conflitto tra gruppi nazionali. Per le truppe serbe, la distruzione degli edifici islamici faceva parte del progetto di pulizia etnica della provincia, in linea con i massacri e le espulsioni dei civili. Per i nazionalisti albanesi, dopo la guerra, attaccare le chiese ortodosse voleva dire attaccare i simboli della presenza serba in Kosovo, rappresentazione fisica di una nazione considerata responsabile delle tragedie passate. Non era la religione l’obiettivo, ma i simboli del gruppo etnico considerato nemico.

Non stupisce perciò che durante la guerra le truppe serbe non risparmiarono nemmeno le chiese cattoliche degli albanesi, come quelle di Pristina e Gjakovë/Đakovica (Schwartz, S. 2000) mentre le vendette albanesi del dopoguerra, che portarono molti serbi a lasciare la propria terra, non riguardarono i cattolici, smentendo la tesi della pulizia etnica dei cristiani in quanto tali.

I foreign fighters

Il citato articolo, infine, non ha remore nel dire che “l’export più noto del Kosovo sono i jihadisti”. Il riferimento, qui, è ai foreign fighters kosovari che hanno aderito allo Stato Islamico in tempi recenti. Il fenomeno esiste, e non va minimizzato: sono più di 300 i kosovari che, tra il 2012 e il 2015, sono partiti per la Siria, facendo del Kosovo il paese europeo con il più alto numero di foreign fighters per capita (ma dietro a molti paesi occidentali, se si guarda al numero per popolazione di fede musulmana).

Diversi studi dimostrano come il radicalismo di tali giovani è stato indotto da gruppi esterni: imam formati in Medio Oriente hanno fatto facile proselitismo nelle provincie rurali del Kosovo, dove un alto numero di giovani è disoccupato. Un fenomeno non dissimile da quello avvenuto nelle periferie francesi o inglesi, facilitato dalla propaganda online, proprio per questo non riconducibile al contesto kosovaro di per sé.

L’approccio generale dei kosovari di fronte a tale radicalismo è stato di netto rifiuto, rifiuto di una realtà che stride con un paese che fa del modello occidentale il proprio punto di riferimento, fino ad un’eccessiva venerazione. Le stesse istituzioni hanno portato avanti un piano di repressione degli imam radicali e di reinserimento dei foreign fighters che si sta dimostrando efficace.

La realtà odierna

La tesi del conflitto religioso, dunque, è smentita dai fatti. Anzi, la religione, in alcuni casi, ha giocato a favore della tolleranza. Nei mesi precedenti l’intervento NATO, i rappresentanti delle tre religioni presenti in Kosovo si incontrarono, schierandosi contro l’uso di simboli religiosi per promuovere odio.

Oggi, nel Kosovo indipendente, si sono fatti importanti passi avanti rispetto alle tensioni del dopoguerra. Le chiese ortodosse celebrano regolarmente liturgie e festività, mentre è proprio la polizia kosovara a garantire la sicurezza dei monasteri, andando gradualmente a sostituire i soldati della NATO nelle funzioni di vigilanza. I rappresentanti dei monasteri ortodossi, inoltre, collaborano con le istituzioni kosovare e hanno un continuo dialogo con i leader islamici e cattolici albanesi: una realtà ben distante dalla retorica dei “cristiani assediati”.

Poche settimane fa, il 27 aprile, cadeva l’anniversario del massacro di Mejë/Meja, cittadina del Kosovo dove nel ’99 le forze serbe uccisero 372 civili albanesi. Molti di loro erano cattolici. Cristiani uccisi da cristiani, per buona pace delle teorie del conflitto religioso.

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