KOSOVO: Il massacro di Racak, l’evento che cambiò le sorti della guerra

Racak (Reçak/Račak) è un villaggio di meno di 2000 abitanti nascosto tra le colline del Kosovo centrale. Il 15 gennaio 1999 fu teatro di uno dei numerosi massacri perpetuati dalle forze militari e paramilitari serbe contro la popolazione albanese. Non il più efferato, se si guarda al numero delle vittime, ma certamente il più importante per le sorti del conflitto: il massacro di Racak fu difatti decisivo per spingere la NATO ad intervenire militarmente contro il regime di Slobodan Milošević. Proprio per questa ragione, a 21 anni di distanza, i fatti di quel 15 gennaio sono oggetto di discussione e polemica.

Il Kosovo del 1998

Nel 1998, il Kosovo era già teatro di un violento conflitto tra l’esercito jugoslavo e l’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), che aveva iniziato la sua azione di guerriglia dalla fine del 1997 nella regione della Drenica, per poi estendersi in altre aree del Kosovo. Un conflitto che aveva già generato un primo massiccio esodo dei kosovari albanesi, molti dei quali avevano lasciato le proprie case cercando rifugio nei paesi vicini.

Per porre fine alle violenze, in seguito al massacro di Obri e Epërme/Gornje Obrinje (21 civili albanesi uccisi dalle forze serbe, compresi donne e bambini), in ottobre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decise lo stanziamento nel territorio dell’allora provincia serba della Kosovo Verification Mission (KVM) guidata dall’OSCE, che avrebbe dovuto garantire il rientro dei profughi e il mantenimento del cessate il fuoco.

I fatti

È in questo contesto che si inseriscono i fatti di Racak. Nonostante una tregua dichiarata, difatti, alla fine del ‘98 gli scontri erano già ripresi. Il 15 gennaio del 1999 iniziarono a diffondersi notizie di un’azione condotta dalle forze serbe nel villaggio di Racak, rappresaglia all’uccisione di alcuni poliziotti da parte dell’UÇK. Se il giorno stesso lo staff della KVM non riuscì ad entrare nel villaggio, il giorno successivo una delegazione guidata dal capo missione, il diplomatico americano William Walker, visitò il sito.

Di quella visita, vi sono immagini documentate, essendo presenti diversi giornalisti: di fronte a numerosi corpi senza vita, Walker parlò esplicitamente di “atrocità” e di “crimine contro l’umanità”, accusando apertamente il governo di Belgrado di violare la tregua. Le vittime ritrovate furono 45, inclusi un bambino di 12 anni, tre donne e un anziano di 99 anni, alcune delle quali decapitate.

Le posizioni di Belgrado e della comunità internazionale

La risposta di Belgrado fu netta: secondo il governo, i corpi ritrovati appartenevano a membri dell’UÇK, morti in un conflitto a fuoco con l’esercito jugoslavo. Nessun massacro di civili, dunque. Una versione fondata sulle analisi forensi portate avanti da un team jugoslavo e da uno bielorusso, che parlavano di mutilazioni avvenute postume. Questa resterà la versione ufficiale serba fino ai giorni nostri: lo stesso presidente Aleksandar Vučić ha recentemente parlato di una messa in scena degli albanesi.

Molto diversa è la posizione del grosso della comunità internazionale, che si basa sull’analisi forense condotta da un team finlandese sotto l’egida dell’OSCE, che invece confermava che si trattava di vittime civili, e non di combattenti. Una tesi confermata da diverse testimonianze dirette, da parte di sopravvissuti al massacro, e indirette, di giornalisti che visitarono il sito il 16 gennaio. Nei giorni successivi, le maggiori organizzazioni internazionali parlarono chiaramente di massacro perpetuato dalle forze serbe a danno di civili albanesi. Recentemente, in risposta alle dichiarazioni di Vučić, lo stesso Ufficio dell’Unione europea in Kosovo ha nettamente smentito ogni tesi negazionista, parlando di atrocita’ “ben documentate”.

Le conseguenze

Il massacro segnò un momento di svolta per la guerra in Kosovo. Si trattò difatti della chiara manifestazione che il regime di Milošević non aveva affatto interrotto le operazioni militari in Kosovo, continuando azioni militari che colpivano indiscriminatamente i civili. L’amministrazione americana di Bill Clinton interpretò l’accaduto come la prova evidente che solo un intervento militare avrebbe potuto fermare le violenze.

Pochi giorno dopo il massacro, fu annunciata la convocazione dei negoziati di Rambouillet, iniziati ufficialmente il 6 febbraio. Il fallimento di tali negoziati portarono all’inizio dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, iniziati il 23 marzo e conclusisi con la resa di Belgrado in giugno.

21 anni dopo

Proprio per il suo evidente ruolo nello sviluppo degli eventi della guerra del Kosovo, il massacro di Recak è ancora oggi al centro di violenti dibattiti. Oltre alle dichiarazioni del governo di Belgrado e alla quanto mai dubbia analisi condotta da team jugoslavi e bielorussi, non ci sono elementi concreti che proverebbero una presunta macchinazione.

Sicuramente, gli eventi di Racak furono abilmente usati, anche attraverso un’intensa diffusione delle immagini attraverso i media occidentali, per far prevalere l’opzione militare contro Milošević, sostenuta dal segretario di Stato americano Madeleine Albright e poco apprezzata dai partner europei, Gran Bretagna esclusa. Così come è molto plausibile che tra le vittime ci fossero anche esponenti dell’UÇK, la cui presenza in quel periodo nell’area intorno a Racak è appurata, il che attirò certamente l’attenzione delle autorità serbe.

Questo però non basta a sostenere teorie negazioniste, smentite da testimonianze dirette, raccolte tra gli altri da Human Rights Watch, e dalle analisi del team finlandese. Il massacro di Racak, dopo tutto, non è altro che una delle tante tragiche pagine della guerra in Kosovo, e si inserisce in una lunga lista di massacri di cui si macchiarono le forze militari e paramilitari serbe a danno dei civili albanesi, giustificate come risposta alle azioni dell’UÇK. Massacri avvenuti sia prima dell’intervento della NATO (Oshlan/Ošljane, Duboc/Dubovac, Obri e Epërme/Gornje Obrinje, Skenderaj/Srbica, solo per citare i più importanti) sia soprattutto dopo (le 204 vittime di Velika Kruša/Krushё e Madhe, o le 274 di Mejë/Meja, solo come esempio).

Una lunga lista che, per rispetto verso le famiglie delle vittime e per porre le basi per un vero dialogo tra le due parti, necessario a Pristina quanto a Belgrado, meriterebbe un riconoscimento da parte delle autorità della Serbia, piuttosto che una narrativa negazionista ancora oggi portata avanti dalle più alte cariche dello Stato.

Foto: theBL.com

Chi è Andrea Zambelli

Leggi anche

Jashari

KOSOVO: Adem Jashari, l’uomo che si fece mito

Un eroe per gli albanesi, un terrorista per i serbi. Nel marzo di ventitré anni fa, veniva ucciso Adem Jashari, comandante dell'Esercito di Liberazione del Kosovo. Da allora, in Kosovo, Jashari è considerato un eroe nazionale, un vero e proprio mito.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: