RUSSIA: Oltre il filo spinato. Rivolte e diritti nelle carceri

La sera del 9 aprile, nel carcere di massima sicurezza di Angarsk, regione di Irkutsk, è scoppiata una rivolta. Tutto ha avuto inizio quando un detenuto si è rifiutato di sottoporsi a una perquisizione da parte delle guardie. Da lì le percosse, a seguito delle quali il detenuto in questione si è tagliato le vene in segno di protesta insieme ad altri diciassette compagni. Il giorno seguente, i detenuti hanno dato fuoco ad alcune strutture del carcere, provocando l’intervento delle forze speciali che hanno sedato la rivolta, con un bilancio finale di almeno un morto e più di 500 feriti.

Le rivolte nelle prigioni russe non sono un fenomeno raro: secondo i dati ufficiali dell’ente statale che amministra il sistema carcerario, in russo chiamato con l’acronimo “FSIN” (“Federal’naja Služba Ispol’nenija Nakazanij”), ce sono in media quindici ogni anno. In realtà, potrebbero essere molte di più. Violenza, corruzione e pessima qualità della vita sono alcune delle ragioni dietro alle rivolte come quella di Angarsk, nonché problemi sistemici del sistema carcerario russo.

Torture virali

In Russia, la violenza da parte del personale delle strutture giudiziarie nei confronti dei detenuti è un fenomeno diffuso. Lo ammette la stessa FSIN, che durante un’indagine del 2018 ha riscontrato ben 168 casi di violenza contro i detenuti. A far partire l’indagine, lo scandalo sollevato dalla pubblicazione di un video che mostrava le torture subite da un detenuto del carcere di Yaroslavl’, Evgenij Makarov. Alcune delle guardie coinvolte nella vicenda sono ora sotto arresto e verranno processate per abuso di potere. Un successo raro: in mancanza di prove, i casi di violenza sui detenuti vengono raramente perseguiti, e spesso non se ne viene nemmeno a conoscenza.

Nel 2016 East Journal aveva tradotto e pubblicato una lettera, scritta dall’attivista Il’dar Dadin, allora detenuto nella colonia penale IK-7 a nord di San Pietroburgo, in cui denunciava le torture subite da lui e da altri detenuti.

Problemi strutturali

Ma non solo torture: costruite ai tempi dell’Unione Sovietica, molte delle prigioni russe sono vecchie, fatiscenti e sovraffollate, con tutti i problemi del caso, in primis l’alto tasso di mortalità da malattie infettive come AIDS e tubercolosi. Inoltre, la logica stalinista di collocare le prigioni nelle regioni in cui l’impero sovietico aveva più bisogno di lavoro forzato (a Magadan per l’estrazione d’oro, nell’Amur per la costruzione di linee ferroviarie, in Carelia per la selvicoltura) ha fatto sì che adesso molte si trovino in luoghi remoti. Diventa così difficile per famigliari, avvocati e attivisti per i diritti umani sapere cosa succeda al loro interno.

Prigioni “rosse” e “nere”

A questo si aggiunge la difficoltà da parte delle amministrazioni di mantenere il controllo su alcune prigioni. Dai tempi dell’Unione Sovietica, le carceri sono infatti informalmente divise in “rosse” e “nere”: nelle prime, sono le guardie ad avere controllo sulla prigione (dunque “rosse” come il colore simbolo dello stato sovietico), mentre nelle seconde sono i detenuti a gestire il carcere, seguendo una sorta di “ethos criminale” formato da precisi comandamenti e gerarchie. Questa “élite carceraria” gode di una serie di privilegi che vanno dall’ottenere alcol, droga o telefoni con internet, al poter ospitare detenuti da altre celle per un barbecue. Secondo la ricercatrice Ksenija Rudova, dietro alle rivolte c’è spesso un tentativo da parte dell’amministrazione di cercare di contenere i privilegi di questi detenuti e acquistare maggior controllo sulla gestione della prigione. Nella versione ufficiale di FSIN, sarebbe questa la causa della rivolta di Angarsk, dove la nuova amministrazione avrebbe cercato di privare alcuni detenuti dei loro privilegi.

Recidività e inefficienza

Il risultato di strutture fatiscenti, torture e mancanza di controllo è l’inefficienza del sistema penitenziario, prova della quale è l’alto tasso di recidività dei condannati: circa il 63% di tutti i detenuti in Russia sono almeno alla seconda condanna. Secondo le organizzazioni per i diritti dei detenuti, dietro a questa inefficienza c’è FSIN e, soprattutto, la sua gestione economica: nonostante un budget nel 2017 di ben 257 miliardi di rubli (circa 3,2 milioni di euro), ossia l’1,5% delle spese statali totali, in Russia la spesa media per detenuto al giorno è di 2,50 euro, contro una media di 128 euro nell’Unione Europea. L’attivista Olga Romanova, a capo dell’organizzazione per i diritti dei detenuti “Rus’ Sidjaščaja” (“Rus’ imprigionata”), non usa mezze parole per commentare questi numeri: “[FSIN] mette un sacco di soldi nelle mani di idioti. Cosa fanno con un budget del genere se danno da mangiare ai detenuti con un rublo al giorno? È ovvio quello che sta succedendo”.

In attesa di cambiamento

Organizzazioni per la difesa dei diritti umani e non solo sono concordi sulla necessità di riformare FSIN, con l’obiettivo di rendere l’”arcipelago Gulag”, eredità dei tempi sovietici, un sistema carcerario moderno. Lo stesso Putin ha però ammesso di non avere per ora intenzione di portare avanti alcuna riforma. Del resto, un sistema carcerario violento e pericoloso è un utile strumento di dissuasione per un governo che usa regolarmente la reclusione carceraria per mettere a tacere i propri oppositori. Magnitskij, Tolokonnikova, Golunov sono solo alcuni dei nomi di chi è finito in prigione per motivi politici.

In seguito alla rivolta, alcune delle maggiori organizzazioni per i diritti umani in Russia hanno chiesto in una lettera aperta un’indagine sui fatti di Angarsk e maggiore trasparenza su quanto accade nelle prigioni. Il ministro della giustizia Čujčenko ha risposto che i detenuti erano stati pagati dalle organizzazioni stesse per inscenare la rivolta. Parole che sembrano confermare come l’intenzione del governo non sia quella di migliorare il sistema carcerario russo, ma piuttosto di cercare di mantenere lo status quo nascondendo all’opinione pubblica cosa veramente accada oltre al filo spinato.

Foto: themoscowtimes.com

Chi è Martina Bergamaschi

Laureata in Interdiscilplinary Research and Studies on Eastern Europe all'Università di Bologna, adesso lavora nel campo della cooperazione internazionale. Per East Journal scrive soprattutto di Russia, dove ha vissuto per due anni tra Mosca, San Pietroburgo e Kirov.

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