STORIA: Quando i polacchi fecero il comunismo

A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso si è fatto un gran parlare – giustamente – del processo di transizione della Polonia dal modello comunista a quello liberaldemocratico. Meno conosciuti e dibattuti sono invece gli eventi che portarono all’affermazione del regime comunista dopo la Seconda guerra mondiale. Eventi che non possono essere liquidati come una mera occupazione del territorio da parte dell’Armata Rossa e in una pedissequa applicazione del modello stalinista alla società polacca, e che invece meritano di essere analizzati nel dettaglio per cogliere le peculiarità di quel processo di transizione che ci parla, a distanza di decenni, anche della società polacca di oggi.

La Seconda guerra mondiale

La Polonia era un fondamentale obbiettivo strategico di tutta la politica estera sovietica già durante la guerra. Per la sua posizione geografica e la sua estensione, in una fase post-bellica uno Stato polacco alleato dell’URSS sarebbe stato infatti il perno attorno al quale strutturare il controllo dell’intera Europa orientale e, allo stesso tempo, un importante cuscinetto in grado di assorbire un eventuale futuro espansionismo tedesco. Già durante la Conferenza di Teheran nel 1943 uno dei punti fermi della politica di Josif Stalin era stato il riconoscimento da parte delle potenze occidentali dell’influenza sovietica sulla Polonia. Winston Churchill aveva di fatto accettato questa condizione posta dall’Unione Sovietica, scatenando le proteste del governo nazionalista polacco in esilio a Londra, i cui rappresentanti non erano stati significativamente invitati alla conferenza pur essendo parte belligerante in mezza Europa. Infatti i polacchi combattevano sia nel II Corpo Polacco comandato dal generale Wladyslaw Anders, una forza di circa 50.000 uomini inquadrati nell’Ottava Armata dell’Esercito britannico che operò in Medioriente e poi in Italia, ma anche nelle forze di guerriglia partigiane in Francia, Italia, Cecoslovacchia, Bielorussia, Russia. Ma soprattutto il Governo in esilio a Londra aveva dato vita, subito dopo l’invasione nazista della Polonia, al cosiddetto Esercito Nazionale (Armia Krajowa), una forza di resistenza che combatteva i tedeschi nella Polonia occupata.

Proprio l’Armia Krajowa costituiva il primo ostacolo all’egemonia sovietica. Composto da migliaia di combattenti, con un sostanziale appoggio da parte della popolazione locale, l’Esercito Nazionale polacco era il braccio armato di quello che venne poi chiamato Stato Segreto (Państwo Podziemne), una vera e propria rete amministrativa che si opponeva all’occupante tedesco facendo riferimento direttamente a Londra. L’Armia Krajowa era una forza composita, sia militarmente che ideologicamente: riuniva i combattenti dell’Organizzazione di Combattimento Socialista (Socjalistyczna Organizacja Bojowa), organizzazione di fronte del Partito Socialista, e numerosi militanti di destra e estrema destra antitedeschi organizzati nel Campo Nazional-Radicale Falange (Obóz Narodowo-Radykalny Falanga), apertamente antisemita e fascista, nel Partito Nazionale (Stronnictwo Narodowe) e nelle Forze Armate Nazionali (Narodowe Siły Zbrojne).

I sovietici in realtà avevano cominciato a indebolire l’Armia Kraiowa già nel 1941, con il Massacro di Katyn, nella quale vennero eliminati migliaia di ufficiali polacchi e la cui attribuzione è stata incerta per decenni. Tuttavia, la vera crisi dell’Esercito nazionale polacco si ebbe tra agosto e settembre del 1944: i sovietici, nella loro avanzata seguente alla vittoria a Stalingrado, erano ormai giunti sulla Vistola, nei sobborghi di Varsavia, dove i tedeschi un anno prima erano già stati tenuti sotto scacco per settimane dalle formazioni di resistenza ebraica durante la Rivolta del Ghetto di Varsavia. Ma nel quartiere periferico di Praha, quasi alle porte della città, le forze corazzate russe erano state fermate da un fulmineo e inaspettato contrattacco dei panzer tedeschi. L’Armia Krajowa, decisa a liberare la città prima dell’arrivo dei sovietici per evitare una nuova occupazione della capitale, insorse il 1° Agosto. I partigiani, affiancati anche dalle formazioni comuniste polacche della Guardia del Popolo (Gwardia Ludowa), meno consistenti numericamente, si batterono per due mesi, ma l’insurrezione fu sconfitta dai tedeschi alla fine di settembre. Questi avvenimenti, che passarono alla storia come Insurrezione di Varsavia, indebolirono irreversibilmente l’Armia Krajowa, e molti accusarono l’Armata Rossa di aver lasciato mano libera ai nazisti nel sedare la rivolta, pur essendo alle porte della città, per eliminare un esercito polacco che nel dopoguerra avrebbe potuto iniziare una efficace guerriglia contro i sovietici. L’Armia Krajowa, decimata e disgregata, si sciolse definitivamente nel gennaio del 1945.

Infine, a guerra già conclusa, i sovietici decapitarono la dirigenza del NIE (Niepodległość, Indipendenza), un’organizzazione di resistenza anticomunista polacca fondata nel 1943 come parte integrante dell’Armia Krajowa. Promossa da Witold Pilecki, era un’unità di guerriglia comandata dal brigadiere generale Emil August Fieldorf e dal generale Leopold Oculicki: Fieldorf venne arrestato già nel marzo del 1945, condannato ai lavori forzati in un campo di concentramento degli Urali e infine eliminato dall’NKVD nel 1953, quando da alcuni anni era tornato in polonia e si era ritirato a vita privata. Leopold Oculicki invece, arrestato nel giugno del 1945, fu uno degli imputati eccellenti del Processo dei Sedici, tenutosi a Mosca pochi giorni dopo. Interrogato e torturato nel palazzo della Lubjanka, fu condannato a dieci anni di carcere duro e venne infine assassinato dall’NKVD nel 1947.

Le basi di consenso dei comunisti

Sarebbe però ingenuo credere che i comunisti polacchi e l’Unione Sovietica poterono giungere in pochissimi anni al controllo della Polonia soltanto con metodi coercitivi. Al contrario, ci fu una grande costruzione del consenso popolare nei confronti del partito, che si articolò in due campagne fondamentali: la riforma agraria e la nazionalizzazione delle industrie. Per quanto riguarda il primo punto, si procedette all’esproprio senza indennizzo dei poderi superiori ai cento ettari e la conquista di tutte le terre di proprietà di tedeschi e di collaborazionisti dei nazisti. Quasi 14 milioni di ettari di terra vennero redistribuiti ai contadini meno abbienti, che formarono una miriade di aziende medio-piccole. La maggior parte di queste terre si trovava ai confini con la Germania, un territorio direttamente amministrato dall’Armata Rossa tanto da costituire già nel 1944 una sorta di Stato comunista nello Stato polacco. Dunque la redistribuzione delle terre accrebbe notevolmente il prestigio dei comunisti.

La nazionalizzazione dell’industria invece venne attuata già nel 1944: confisca con indennizzo delle miniere, delle attività di estrazione petrolifera, dei servizi di energia elettrica, gas, acqua, di tutte le industrie di combustibili sintetici, di materiali ferrosi, di armamenti, degli zuccherifici, degli stabilimenti tipografici e di ogni altra azienda che superava i cinquanta dipendenti. Inoltre l’articolo 3 della legge sulle nazionalizzazioni prevedeva che il governo della Polonia liberata potesse includere d’imperio qualunque altra azienda non contemplata nell’elenco. In pochi mesi, il tessuto industriale polacco venne nazionalizzato per l’80%. Questo permise una riorganizzazione centralizzata dei settori produttivi, devastati dalla guerra e dall’occupazione nazista, creando numerosi posti di lavoro e contribuendo a strutturare una forte base di consenso operaio per i comunisti.

Repressione delle forze di opposizione

Luglio 1945: con la fine della guerra, gli Alleati proposero un governo provvisorio che riunisse tutti i partiti principali e garantisse una transizione verso le prime elezioni democratiche dopo l’occupazione nazista. Il nuovo esecutivo, pur essendo formato da tutti i partiti principali (Partito Socialista, Partito Democratico, Partito del Lavoro, Partito Contadino e Partito Operaio), vide già il prevalere delle forze filosovietiche. I comunisti infatti misero a capo dell’apparato militare, rimasto acefalo, come abbiamo visto, a causa delle politiche di sterminio attuate dai nazisti durante la guerra e a causa delle esecuzioni operate dai sovietici, ufficiali polacchi che avevano fatto carriera nell’Armata Rossa. Inoltre la Guardia del Popolo (Gwardia Ludowa), ossia le formazioni di partigiani comunisti polacchi, andò a formare la nuova Milizia dei Cittadini (Milicja Obywatelska), un corpo di polizia di Stato incaricata di mantenere l’ordine pubblico. Grazie anche alla debolezza delle altre formazioni politiche e all’appoggio dell’URSS, i comunisti polacchi occuparono progressivamente tutte le posizioni di responsabilità della nuova amministrazione postbellica.

Questo monopolio dell’arena coercitiva permise ai comunisti di eliminare velocemente le opposizioni. I sovietici finanziarono apertamente l’ala sinistra del Partito Socialista, che prese il controllo del partito e guidò nel 1948 la fusione con il Partito operaio, formando il Partito Operaio Unificato Polacco che sarà il perno politico attorno a cui si organizzerà il regime comunista fino al 1990. Tutti gli altri partiti del governo provvisorio, per mancanza di una leadership capace, non riuscirono ad articolare una politica autonoma e si allinearono alle posizioni del Partito Operaio. Unica eccezione fu il Partito Contadino di Stanislaw Mikolajczyk: già leader del Governo polacco in esilio a Londra, Mikolajczyk era tornato in patria alla fine della guerra e si era dato un gran da fare per organizzare il partito, che in pochi mesi aveva raggiunto quota 600.000 iscritti, perfino di più di quanti ne avessero i comunisti stessi.

Le consultazioni popolari

Tra il 1945 e il 1946 le forze di sicurezza polacche, con l’aiuto del NKVD, misero in atto una campagna di intimidazioni e aggressioni contro i membri del Partito Contadino, ostacolandone la normale attività politica. In questo clima politico teso si svolsero le due consultazioni elettorali del periodo di transizione. La prima fu un referendum popolare del luglio 1946, nel quale si chiese ai cittadini polacchi il parere su tre quesiti:
1. Sei favorevole all’abolizione del Senato?
2. Sei favorevole alla riforma agraria e alla nazionalizzazione dei settori strategici, fermo restando la tutela della proprietà privata?
3. Sei favorevole ai confini sul Baltico e lungo l’Oder e il Neisse?
Il blocco di partiti controllato dai comunisti, che uscì vincente dalla consultazione, promosse il Sì a tutti e tre i quesiti, mentre il Partito Contadino diede indicazione di voto per il No al primo quesito e per il Sì agli altri due. Nonostante le difficoltà incontrate durante la campagna elettorale, il partito di Mikolajczyk convinse un terzo della popolazione polacca.

Anche dopo il referendum il Partito Contadino mantenne una rigida politica autonomista, rifiutando di formare una lista unica con tutte le altre formazioni politiche in vista delle elezioni, che si tennero nel gennaio 1947 in un clima di intimidazione. Sia il meccanismo elettorale sia lo svolgimento della campagna penalizzarono fortemente il Partito Contadino: l’elezione si svolse all’interno di un sistema proporzionale, con il Paese diviso in 52 circoscrizioni. Durante la campagna elettorale il Partito Contadino subì l’arresto di svariate decine di migliaia di membri e venne escluso dalle 10 circoscrizioni più rilevanti. Significa che oltre un quinto della popolazione polacca non potè votare questa formazione. Inoltre, in alcune circoscrizioni erano sufficienti 20.000 voti per eleggere un deputato al Sejm, in altre ne occorrevano anche 120.000: questa sovrarappresentazione penalizzava le aree in cui era forte il Partito Contadino di Mikolajczyk, mentre favoriva i territori dell’ovest in cui l’Armata Rossa aveva redistribuito le terre di precedente proprietà tedesca. Infine l’assenza di esponenti delle opposizioni negli organismi locali di controllo facilitò i brogli elettorali.

Il risultato della consultazione fu in qualche modo scontato: il Blocco Governativo conquistò l’80% dei suffragi, e ottenne 384 seggi (119 al Partito Operaio, ossia ai comunisti; 119 al Partito Socialista; 103 al Partito Contadino collaborazionista; 43 al Partito Democratico). Il Partito Contadino prese soltanto il 10% e 28 seggi, mentre il restante 10% andò a indipendenti e altre piccole forze politiche. Le elezioni del 1947 sancirono di fatto l’inizio del monopolio del potere da parte dei comunisti, mentre Mikolajczyk e numerosi altri dirigenti del Partito Contadino fuggirono negli Stati Uniti per evitare l’arresto. Tuttavia, il regime comunista polacco non si caratterizzò mai per la costruzione di un apparato repressivo delle dimensioni e della pervasività simile a quello di altri paesi del blocco orientale. La Polonia dopo il 1948 si distinse per l’assenza di memorabili processi farsa, anche all’interno del partito, dove pure non mancarono le lotte di fazione, e per l’incapacità di asservire la Chiesa cattolica annullandone l’azione di penetrazione capillare nella società: aspetti che resero peculiare il regime comunista polacco e favorirono il protagonismo del mondo cattolico nella fine del regime.

Chi è Davide Longo

Nato nel 1992, vivo e lavoro a Varese. Sono laureato in Scienze Storiche all'Università degli Studi di Milano, ho studiato lingua e cultura cinese e ho trascorso un periodo di studio all'Università di HangZhou, Zhejiang, Repubblica Popolare Cinese. Oggi sono docente di Italiano e Storia nella scuola secondaria di primo grado. Appassionato di storia e politica sia dell'Estremo Oriente, sia dei Paesi dell'ex blocco orientale, per East Journal scrivo di Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, senza disdegnare i Balcani (concepiti nel senso più ampio possibile). Ho scritto per The Vision e Il Caffé Geopolitico e sono autore di due romanzi noir: Il corpo del gatto (Leucotea, 2017) e Un nido di vespe (Fratelli Frilli, 2019).

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