ANTANANARIVO, MADAGASCAR - OCTOBER 03 : Workers from Department of Emergency and Response to Epidemics and Disasters (SURECA) within the Ministry of Health of Madagascar implement a desinsectisation in a public school in Antananarivo, Madagascar as plague spreads rapidly in cities across the country on October 3, 2017. Twenty people have died so far from plague in Madagascar while more than 100 other suspected cases have been registered across the country. (Photo by Henitsoa Rafalia/Anadolu Agency/Getty Images)

La peste scarlatta, un racconto all’origine delle nostre paure

Non sono dieci giovinetti benestanti a trastullarsi ballando e novellando. Non sono tragici personaggi in rivolta nell’Algeria francese. Non è nemmeno quel ramo del lago. Tra i molti testi che, sull’onda dell’epidemia in corso, sono stati cinicamente riproposti sugli scaffali delle librerie – almeno finché erano aperte – ne manca uno, piccolo gioiello dimenticato, perlopiù ignorato quanto il suo autore. È La peste scarlatta, di Jack London.

Ma come? Jack London non è un autore ignorato! Ha scritto celeberrimi racconti per ragazzi parlando di cani e ghiacci del nord! Ecco, vedete, ho ragione io a dire che è ignorato. L’opera di London è vastissima e solo per alcuni – oh stolti! – declassata al rango di letteratura per ragazzi. Se davvero i ragazzi sapessero leggere London, se davvero le oneste mamme evitassero pappette pedagogiche à la Pitzorno gettando invece i loro figli in pasto alla disperazione senza fine, al coraggio indomito, all’amore per la vita di Jack London, il mondo sarebbe un posto migliore. Il Richiamo della foresta, prima di essere disneyano film per citrulli, è potente Bildungsroman che parla di libertà e di amore. E non di cani e di ghiacci.

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Ma veniamo al libro in questione La peste scarlatta. Anno 2013, un’epidemia elimina la quasi totalità della popolazione umana, e quel che resta è solo violenza. Focolai di violenza, contagiosa violenza, in un mondo futuro – il racconto è del 1912 – tornato all’età della pietra ove un vecchio scampato racconta come la civiltà sia andata in fumo dopo la malattia. Un racconto orale, perché all’oralità è ridotta l’umanità. Un testo che l’autore definì “pseudoscientifico” mancando allora la più adatta etichetta di “science-fiction“, di là da venire.

La peste scarlatta inventa il genere post-apocalittico ben prima del citatissimo Matheson di Io sono leggenda – che è del 1954 – o delle Cronache del dopobomba di Philip Dick (1963). C’è un precedente, è vero: La nube purpurea, di Shiel, del 1901, ma l’atmosfera è ancora tutta decadente, quella ottocentesca de L’ultimo uomo (1826) di Mary Shelley, donna di grande inventiva e noiosissima prosa – leggere Frankenstein per credere.

Il purpureo, colore che viene dall’Apocalisse biblica, diventa moderno, luminoso scarlatto in London le cui atmosfere ci sono familiari come quelle di un McCarthy (avete presente La strada, del 2006, da cui il film con Viggo Mortensen?). Ma quelle successive sono copie, l’originale è London. Lui ci ha dato l’immaginario entro cui oggi giornali, televisioni, vicini di casa e ragazzini dai balconi si figurano la fine, la pandemia.

E ci ha dato le parole per descrivere tutto questo. Lui che ha esplorato i territori del Grande Nord cercando l’oro tra i disperati, ha vagato i Mari del Sud come pescatore d’altura, ha lavorato nelle dure fabbriche del nascente capitalismo inglese, ha visto il Giappone in guerra con la Russia, è stato in Messico al seguito di Pancho Villa, ha tirato di boxe, ha vagabondato l’America senza un dollaro, è diventato ricco e ha dilapidato patrimoni, ha tentato il suicidio, ha bevuto fino all’ultima goccia, lui le parole le ha vissute tutte. Anche quelle della fine del mondo.

Ecco perché leggere La peste scarlatta: non per qualche consolatoria immagine che dal passato giunga a descriverci il nostro disgraziato presente, le ambulanze, i morti insepolti, il virus mutato e l’esercito in strada. Ma per risalire all’archetipo delle nostre paure, al primo che le ha messe in fila e gli ha dato una voce. La nostra voce. Oppure non leggetelo, e continuate a dire che è uno scrittore per ragazzi. Come direbbe lui, chi se ne infischia di voialtri. Tanto tutto è destinato a estinguersi.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore e curatore di "Ucraina, alle radici della guerra" (Paesi edizioni, 2022) e di "Interno Pankisi, dietro la trincea del fondamentalismo islamico" (Infinito edizioni, 2022); "Congo, maschere per una guerra"; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015); "Il pellegrino e altre storie senza lieto fine" (Tangram, 2013).

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