La verità, vi prego, sulla Brexit

La Gran Bretagna è uscita dall’Unione Europea, questo è un fatto. L’unico certo, a ben vedere. Adesso comincerà un periodo di transizione che dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno, ma già il condizionale è d’obbligo se diamo ascolto a Michel Barnier, capo negoziatore dell’UE per la Brexit, il quale ha dichiarato che “un anno non basterà per un accordo completo”. Gli analisti concordano, gli esperti chiosano e puntualizzano: sarà comunque un disastro. Eppure gli esperti sono gli stessi che dicevano che – alla fin fine – la Brexit non ci sarebbe mai stata. Dobbiamo ancora ascoltarli?

Son forse fascisti?

Piuttosto dovremmo smetterla di guardare a Brexit con il paraocchi ideologico, europeista o sovranista che sia, e andare oltre alle semplificazioni. Dovremmo ricordarci ad esempio che il leader laburista Corbyn, e buona parte del partito e dell’elettorato di sinistra britannico, sono a favore di Brexit. Sono per questo sovranisti? Fascisti? Sodali di Farage? Nient’affatto. La questione è complessa e per provare a capirla occorre guardare, prima che a Londra, a Bruxelles e a Berlino.

Un problema di democrazia

Partiamo da Bruxelles, cioè dall’Unione Europea. Le questioni relative al persistente deficit democratico – ridotto ma non eliminato dal Trattato di Lisbona – sono note: un parlamento europeo senza iniziativa legislativa (non può fare leggi, come invece qualsiasi parlamento democratico) ma che si limita ad approvare o rifiutare le proposte della Commissione, peraltro in accordo con il Consiglio; i trattati europei che funzionano come una specie di Costituzione: ciò che vi è stabilito, non è modificabile dal parlamento. Ne consegue che una serie di materie sono sottratte al controllo democratico del parlamento europeo: ad esempio, il fiscal compact non è stato sottoposto al voto del Parlamento il quale, tuttavia, ha comunque voluto esprimere simbolicamente il proprio dissenso verso una misura che non ha potuto modificare né votare.

In generale, rimane il problema fondamentale di un’Unione che si è voluta monetaria senza che prima fosse politica: una moneta senza stato, con i relativi impicci. Impicci da cui la Gran Bretagna ha poi fatto così male a sfilarsi?

Il problema tedesco

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a una crescita del nazionalismo tedesco. Niente camicie brune, per carità, ma un nazionalismo istituzionale, diffuso tra le élites politiche, economiche e finanziarie del paese. Un tipo di nazionalismo che non coltiva ambizioni pangermaniste ma che, in sede europea, ha affermato il principio secondo cui i problemi dei singoli stati membri, si tratti di quello greco, portoghese, italiano, non sarebbero problemi europei.

È stata ed è la politica tedesca ad aver fatto del Consiglio europeo un organo di tutela dei propri interessi nazionali, piuttosto che il luogo dove tali interessi vengono messi in secondo piano, abbassando sistematicamente l’asticella dell’integrazione europea e riducendo l’UE a un mero spazio di rivendicazione di interessi nazionali alimentando frustrazioni e opposti nazionalismi negli altri paesi membri.

D’altro canto, Londra non ha mai desiderato dominare l’UE. Anzi ha negoziato speciali opzioni e speciali accordi per essere nell’Unione senza perdere la propria sovranità economica e finanziaria. L‘ascesa di un’Europa tedesca è una delle cause dei mal di pancia britannici. Possiamo biasimarli?

Un po’ di verità, please

In merito a Brexit, sono anni che ci dicono cose non vere. A volte in buona fede, altre meno. Ricordo chi diceva che alla fine si sarebbe fatto un secondo referendum – complicato, ma possibile scrivevano sull’Economist – perché la gente si era pentita, aveva capito lo sbaglio epocale. Ma se guadiamo all’andamento dei sondaggi vediamo che sono sempre stati altalenanti e che l’anno in corso si apre persino con un vantaggio dei favorevoli a Brexit. E comunque, di secondo referendum, non si è mai seriamente parlato.

Ricordo chi diceva che la sterlina sarebbe crollata ma, a ben vedere, non è andata così: certo, è scesa da quota 1.42 sul dollaro del gennaio 2016 ai minimi di 1.21, risalendo a 1.32 (gennaio 2020). Non la catastrofe che alcune Cassandre evocavano.

Ricordo chi sosteneva che no, non puoi far votare la gente su materie come queste. La gente non capisce, è troppo complicato. La gente sbaglia. Sono le élites a dover decidere, mica i cittadini. “Sbagliato votare sull’Europa”, tuonò il presidente emerito Giorgio Napolitano. “Si tratta di un abuso di democrazia”, chiosò l’ex primo ministro Mario Monti. E i giornalisti dietro: Saviano twittò “ha vinto il popolo, lo stesso che acclamava Hitler e Mussolini” alimentando il malinteso per cui Brexit fosse un’espressione di sovranismo, di nazionalismo destrorso e fascistoide. E come tale ci è stato venduto.

Un po’ di verità in più gioverebbe a capire, poiché continuare a difendere acriticamente lo status quo – magari denigrando e delegittimando visioni opposte – è esattamente l’atteggiamento che spiana la strada ai sovranisti e ai reazionari.

Il nodo scozzese

Ma ecco che oggi, per salvare il salvabile dalle grinfie di questi fastistoidi albionici, Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, afferma che l’UE “sarebbe entusiasta” di accogliere una Scozia indipendente. Come cambiano le cose. Ricordo – ebbene sì, ho questo vizio – quando nel 2016 l’allora presidente della Commissione, José Manuel Barroso, disse che la Scozia non sarebbe stata accettata dentro l’UE e che poteva sognarsi di adottare l’euro.

Oggi l’opportunismo politico suggerisce altri comportamenti, non da ultimo quello di interferire sui processi politici di un altro paese alimentando separatismi. A che scopo?

Il nodo irlandese

Quello che sembrava un problema insormontabile, ovvero la frontiera tra Eire e Irlanda del Nord, sembra potersi facilmente risolvere. Il governo britannico ha proposto una soluzione che prevede il libero accesso di merci e persone tra le due parti dell’isola, con un controllo solo per quelle merci e persone che dall’Irlanda del Nord sono destinate al mercato della Gran Bretagna. L’Irlanda ne esce più unita, le frontiere continueranno a non esserci, il Regno Unito mantiene sovranità sull’Irlanda del Nord nel solco delle autonomie (devolution) già concesse.

Britannici brutti e cattivi?

Non sono un ingenuo. Vivevo nel Regno Unito ai tempi del referendum per Brexit e  ricordo benissimo l’aria che tirava. Una parte dell’elettorato ha senz’altro votato mosso da sentimenti di rancore verso gli immigrati europei – italiani, romeni e greci soprattutto – accusati dal partito di Nigel Farage di “portare via il lavoro” ai bravi britannici. Sicuramente un certo sentimento revanchista e nostalgico ha giocato a favore di Brexit, ma non sono state queste le sole ragioni: il dubbio che l’UE non mantenesse le promesse di libertà e democrazia fatte a generazioni di europei era (e rimane) molto forte nell’isola.

Tuttavia i britannici sanno di essere una nazione che deve il proprio successo, e la propria grandezza, al commercio, al libero scambio di merci e persone. E questi punti non verranno sacrificati nemmeno ora che Brexit è realtà. Quelli che paragonano Brexit all’autarchia di mussoliniana memoria fanno ridere per non piangere.

Le trattative con l’UE saranno lunghe, i governi che verranno faranno modifiche, ma fra un decennio il Regno Unito continuerà a essere il Regno Unito, con il suo parlamento democratico, i suoi tribunali indipendenti, la sua politica monetaria, il suo welfare. E l’Unione Europea cosa sarà?

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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