Bielorussia e Russia stanno litigando per il petrolio

Nell’ultimo decennio i rapporti tra Russia e Bielorussia sono stati contraddistinti da numerose dispute energetiche, petrolio e gas in primis, in quella che è stata descritta come una relazione d’amore e odio tra i presidenti Vladimir Putin e Aleksander Lukašenko.

Nell’ultimo anno la Russia, che da tempo rappresenta un’importante fonte di sostentamento per l’economia e il mercato energetico bielorusso, ha costantemente cercato di incoraggiare una maggiore integrazione economica tra Mosca e Minsk al fine di mantenere quest’ultima nella sua orbita politica. In questo contesto, le crescenti pressioni esercitate da Mosca si sono recentemente tradotte in un aumento dei prezzi del petrolio e in una parallela riduzione di sussidi finanziari. Secondo i portavoce del Cremlino, il consolidamento dei legami economici è imprescendibile se Minsk desidera continuare a ricevere approvvigionamenti energetici a prezzi competitivi. L’atteggiamento proattivo russo, tuttavia, ha riscontrato una considerevole resistenza dalla controparte bielorussa, che ha dimostrato riluttanza ad accettare un consolidamento delle relazioni economiche fino a quando i problemi relativi ai prezzi delle forniture per l’anno 2020 non verranno risolti.

La posta in gioco

Le discussioni sono sorte a fine 2019, nel corso delle trattative sul consolidamento dei legami economici bilaterali, la cui attuazione è prevista da un trattato che i due paesi hanno firmato nel 1999. L’accordo, rimasto finora essenzialmente solo su carta, impegna i due ex stati sovietici a fondersi in uno stato confederale: una sorta di Unione Statale di Russia e Bielorussia da realizzarsi attraverso l’integrazione dei sistemi legislativi, valutari e giuridici. In un clima di speculazioni sul fatto che Putin stia puntando all’unione per diventare il capo del nuovo stato unitario dopo la scadenza del suo attuale mandato presidenziale prevista per il 2024, Lukašenko, che inizialmente aveva accolto con favore il trattato vedendoci la possibilità per i due paesi di rafforzare la loro posizione nei confronti dell’Occidente, si è in seguito dimostrato renitente a cedere l’autorità al suo vicino, accendendo così un confronto geopolitico con Mosca.

Se da un lato gli osservatori bielorussi si aspettano che l’integrazione economica perduri, essendo la Russia il più importante partner commerciale del paese, dall’altro lato rimangono scettici in merito alle prospettive di una vera e propria unione politica, che significherebbe l’erosione dell’indipendenza post-sovietica e, come riportato da Aleksandr Feduta (ex consigliere di Lukashenko) al Financial Time, una perdita di potere del presidente.

Alla ricerca di un accordo

Lo scorso dicembre Putin e Lukašenko hanno tenuto due round di colloqui in merito al consolidamento dei legami economici. Nonostante le divergenze sul processo di integrazione siano state superate, il ministro dello sviluppo economico russo ha dichiarato che i negoziati non hanno tuttavia portato ad alcun accordo sul petrolio. Uno stallo negoziale a cui Mosca ha risposto interrompendo i rifornimenti di petrolio. La sospensione delle forniture energetiche non ha influito sui flussi diretti ai paesi europei (di fatto solo il 10% del greggio russo verso l’Europa transita per la Bielorussia), ma ha avuto conseguenze importanti per Minsk, che si affida a Mosca per oltre l’80% del suo fabbisogno energetico complessivo e per metà dei suoi volumi commerciali.

Dopo una sospensione di cinque giorni, all’inizio di questo mese le due parti hanno raggiunto un compromesso per scorte limitate di petrolio e la Bielorussia ha quindi ricominciato la lavorazione del greggio proveniente dai giacimenti russi.

L’operatore russo Transneft, gestore del gasdotto dell’Amicizia (Družba), ha confermato il trasferimento di 133.000 tonnellate di petrolio in Bielorussia. Nondimeno, Belneftechim, compagnia petrolifera bielorussa, sostiene che il primo lotto di petrolio greggio proveniente dalla Russia sarà sufficiente per garantire un funzionamento non-stop delle raffinerie del paese solo per il mese di gennaio. Motivo che ha spinto Belneftechim a fare affidamento su fonti di sostentamento alternative come il giacimento norvegese di Johan Sverdrup, da cui il 22 gennaio sono arrivate 88.000 tonnellate di petrolio.

Stando alle dichiarazioni di Anatolij Golomolzin, vicedirettore del Servizio federale antimonopolio della Federazione Russa (FAS) all’agenzia stampa Ria Novosti, le decisioni finali sulle tariffe di transito e il ripristino delle importazioni regolari verranno prese entro la fine di questo mese. Ad oggi, tuttavia, non è ancora stato raggiunto un accordo.

Divorzio diplomatico o Unione Statale?

La perpetrata disputa tra Russia e Bielorussia sembra stia portando i due paesi verso un divorzio, o almeno verso una grave contrazione della loro alleanza. Se da un lato Mosca pare essersi stancata del vecchio sistema, dall’altro le sue proposte di cambiamento non riescono a soddisfare gli interessi di Lukašenko, il quale potrebbe trovarsi costretto ad adattarsi a una futura vita senza il partner di lunga data. In tal caso, gli shock economici derivanti da un’improvvisa rottura col Cremlino sarebbero insostenibili per il leader bielorusso. Fino a che punto Minsk si impegnerà a rallentare il processo e a salvaguardarsi da eventuali rischi senza rinunciare alla sua sovranità rimane incerto.

Foto: zatulin.ru

Chi è Gianmarco Riva

Nato e cresciuto in Brianza, laureato in Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale a Milano, si trasferisce a Bologna alla volta degli studi magistrali. Appassionato di sicurezza energetica e studi strategici, nel 2019 vince il premio "E-International Relations" con un saggio sul potenziale dell'autosufficienza energetica di Kaliningrad. Attualmente laureando in Scienze Politiche, da dicembre 2019 collabora con East Journal per la redazione Europa Orientale.

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