STORIA: La rivoluzione russa del 1905 vista dall’Italia

Lo scorso 9 gennaio abbiamo dedicato un pezzo alla repressione militare del 1905, un episodio che inclinò i rapporti tra il popolo e lo Zar Nicola II, cambiando in modo irreversibile la storia della Russia nel ‘900.

Ma l’eco di quanto accaduto a San Pietroburgo superò i confini dell’Impero di Nicola, attirando a sé l’attenzione e lo sdegno delle sinistre internazionali, pronte a condannare le violenze militari e al contempo ad esaltare il sacrificio dei lavoratori russi.

In Italia, i socialisti reagirono con vigore sulle pagine dell’Avanti, l’organo ufficiale del Partito Socialista Italiano (PSI). Leggendo i numeri di quei giorni, dal quotidiano del PSI trapela l’incrollabile fiducia nella rivoluzione socialista e la certezza, quasi scientifica, che presto il proletariato mondiale si leverà compatto per emanciparsi dalle sue catene.

 

Prima pagina dell’Avanti del 23 gennaio 1905

 

Sfogliare quelle pagine significa guardare alla repressione del 9 gennaio dall’angolo visuale proprio dell’ala maggioritaria del PSI, all’epoca orbitante intorno alla corrente dei massimalisti, antesignani di quello che diventerà il primo nucleo del comunismo italiano.

Nei numeri compresi tra il 22 e il 26 gennaio del 1905 si evince chiaramente la pulsione deterministica dei marxisti italiani dell’epoca, i quali guardano alla rivoluzione del proletariato come a qualcosa di inevitabile. Allo stesso tempo, vengono alla luce le differenze tra l’impostazione teorica della classe dirigente del PSI e il neonato movimento politico russo del bolscevismo, prodotto dal pensiero di un rivoluzionario originario di Simbirsk, Vladimir Lenin.

 

I socialisti italiani all’alba del nuovo secolo

All’inizio del ‘900, mentre nell’Impero guidato dai Romanov i partiti di ispirazione marxista arrancano nell’illegalità e ai lavoratori russi non vengono riconosciuti i diritti più fondamentali, nel Regno d’Italia i socialisti riescono a vincere le loro prime battaglie. Malgrado la violenza di stato contro i moti per il pane del 1898 e la brutale repressione di Bava Beccaris a Milano, nel 1889 viene abrogato il reato di sciopero, nascono le Camere del Lavoro e nel 1904 si assiste al primo sciopero generale nel Regno d’Italia.

 

Le prime reazioni

Quando cominciano le manifestazioni a San Pietroburgo il direttore dell’Avanti è Enrico Fermi, massimalista lombardo vicino ai sindacalisti rivoluzionari, che nell’ VII Congresso del PSI (1904) ha messo in minoranza i riformisti guidati da Turati diventando segretario del partito.

La notizia di una grande marcia operaia a San Pietroburgo carica di furore ideologico i giornalisti dell’Avanti: il quotidiano dedica subito una colonna del 22 gennaio allo sciopero intitolandola “L’ora della rivoluzione in Russia”. Protagonista assoluta di questo numero è la massa lavoratrice, esaltata tanto da diventare lo strumento civilizzatore della storia:

“La massa oscura, che si offre in olocausto per il rinnovo del paese, che con i suoi muscoli e il suo cervello, coll’inesauribile suo entusiasmo e colla sua fede sempre giovane, compie la rivoluzione e spalanca alla Russia le porte della civiltà

Nel numero successivo (23 gennaio), l’analisi si sposta sul ruolo dello zar e sulla vana speranza dei lavoratori russi di fare appello a lui per il miglioramento delle condizioni di vita materiali.

È su di lui che cadrà la “responsabilità storica” delle conseguenze delle manifestazioni. Conseguenze che non potranno che andare contro il popolo, essendo Nicola II l’incarnazione di un male storico (l’autocrazia) destinato ad essere debellato. Sebbene le notizie del massacro non siano ancora giunte in Italia, i socialisti non hanno dubbi sull’epilogo dello sciopero:

“Si ripete l’eterna illusione. I rivoluzionari si appellano al sovrano. Con fede infantile la massa guarda […] al trono. E dal trono avrà una promessa vuota o ne sarà respinta dai gradini con la forza”

Se da una parte delle colonne del giornale si loda quindi il coraggio e la forza propulsiva della massa, dall’altro la si “bacchetta” per la sua ingenua fiducia nell’imperatore. Per i socialisti italiani i contadini e gli operai russi, accecati da secoli di subordinazione, ancora non riescono a liberarsi del pantano paternalistico nel quale sono immersi.

Oggetto della critica dell’Avanti è anche il pope Gapon, “l’apostolo ardente” colpevole di assecondare la visione artificiosa di un sovrano paterno, intimamente legato al suo popolo e pronto ad ascoltarlo. La sua fede, si legge nell’Avanti,

“sarà disillusa, e allora dal mistico ardente eromperà l’anima rivoluzionaria e all’altezza immensa della fede sarà uguale la profondità dello sdegno”

 

Avanti, 23 gennaio 1905

 

La rivoluzione secondo i massimalisti 

All’elogio delle masse e alla condanna dell’autocrazia sono accompagnate, nel numero uscito il 23 gennaio, considerazioni teoriche sulla natura della rivoluzione e sulla funzione che il partito deve svolgere in una società che cambia.

In controtendenza rispetto alle linee guida del “Che Fare” elaborate da Lenin, la rivoluzione è, per i socialisti italiani, e specie per i massimalisti che in quel momento dettano la linea editoriale dell’Avanti, un fattore su cui non si può avere nessun controllo:

La rivoluzione non si prepara, non si provoca artificialmente, a scadenza fissa. Erompe tremenda, si scatena come il ciclone, trascinando tutti: ed anche coloro che credevano esserne padroni ne saranno schiavi

Per il PSI non c’è strategia politica in grado di innescare e poi guidare la rivoluzione. Quest’ultima appare come un fenomeno sociale spontaneo e inarrestabile. Inoltre, i socialisti italiani sono fermamente convinti che la piena coscienza di classe non può che maturare all’interno del movimento operaio, senza l’aiuto di “agenti” esterni.

Niente di più lontano dal nascente pensiero leninista, secondo cui la coscienza di classe è realizzabile solo con l’aiuto dall’esterno, quindi con l’azione di rivoluzionari di professione e il supporto di un partito fortemente centralizzato, libero dalle concezioni tradunionistiche e pronto a innescare e guidare la rivoluzione del proletariato.

Avendo un ruolo subalterno nei meccanismi che causano la rivoluzione, il compito più importante delle classi dirigenti diventa quello di limitare l’impatto violento e sanguinario di esse:

Decenni di lavoro paziente ed instancabile predicando l’ideale della solidarietà umana e dell’amor fraterno, varranno a risparmiare alle rivoluzioni moderne le stragi e le barbarie delle vecchie

E ancora:

Il socialismo non ha potuto preparare l’ora della rivoluzione, ma esso preparerà gli animi ad esserne degni […] senza gli eccessi di altri tempi

 

La notizia del massacro arriva in Italia

In Italia la notizia del massacro viene accolta, nel numero del 24 gennaio, come un fatto annunciato. Non c’è stupore nelle impressioni di chi scrive nell’Avanti. C’è però la convinzione che il sangue versato dalla classe operaia a San Pietroburgo non sia stato versato invano, poiché

“una grande e decisiva rivoluzione si è compiuta […] nel cervello della folla”

 

Avanti, 24 gennaio 1905

 

L’operaio russo è finalmente pronto a togliere la maschera allo zar e a guardarlo dritto negli occhi per svelare “tutta la sua senile impotenza”. Il popolo è pronto a prendere in mano le redini del suo futuro. E se a farlo è la massa russa, schiacciata da secoli di assolutismo, presto arriverà anche il momento dei lavoratori italiani. Per gli attivisti dell’Avanti sembra essere solo questione di tempo.

Nel frattempo, si organizzano in tutto il paese diverse manifestazioni in solidarietà ai lavoratori massacrati a San Pietroburgo. Tra le città in prima linea ci sono Milano, Napoli, Alessandria e Mantova. Altre città le seguiranno nei giorni successivi.

Anche se si arresterà presto (la rivoluzione cesserà nel 1907) il vento rivoluzionario proveniente da Est esalterà gli animi dei marxisti italiani anche negli anni a venire. Difatti, l’agonizzante Impero Russo prima e l’Unione Sovietica poi rimarranno, agli occhi dei socialisti italiani del primo novecento, il centro propulsivo della rivoluzione mondiale.

Chi è Stefano Cacciotti

Sono nato a Colleferro (RM) nel '91 mentre i paesi del socialismo reale si sgretolavano. Sociologo di formazione, ho proseguito i miei studi con una magistrale sull'Europa Orientale (Mirees), passando per Varsavia (2013) e Budapest (2016).

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