CINEMA: Il backgammon come metafora della vita in Bulgaria

Per le vie di un paesino da qualche parte in Bulgaria, una lesta signora si aggira alla ricerca di zucchero. È una mattina di metà settembre del 1975. Dopo aver chiesto invano ad un paio di negozi, vuoti, salta impunemente la lunga fila davanti al terzo per accaparrarsi il prezioso ingrediente, arrivato direttamente da Cuba.
Il film del regista bulgaro Stephan Komandarev Il mondo è grande e la salvezza si nasconde dietro l’angolo (Svetăt e goljam i spasenie debne otvsjakăde) inizia con una delle immagini della realtà oltrecortina rimasta stampata nella memoria comune dei più, quella delle lunghe file davanti ai negozi di alimentari, in carenza cronica dei beni di consumo primari.
In Bulgaria lo zucchero spesso mancava dagli scaffali negli anni Settanta, soprattutto in autunno, quando la richiesta era maggiore, per preparare conserve e alcolici in vista della stagione fredda.

Non solo zucchero

Questo è appena uno dei tanti spaccati della Bulgaria dell’epoca che la pluripremiata pellicola di Komandarev offre allo spettatore.
Basato sull’omonimo romanzo dello scrittore bulgaro-tedesco Ilija Trojanow, il film racconta la storia di Aleksandăr Georgiev (Carlo Ljubek, attore tedesco-croato che se la cava con un bulgaro credibilissimo), figlio di bulgari emigrati in Germania negli anni Ottanta.
Unico superstite del violento incidente stradale in cui muoiono i genitori, è colpito da amnesia totale. Il nonno, Yordàn detto ‘Baj Dan’ (Miki Manojlović, poliedrico talento del cinema jugoslavo), raggiunto il nipote, decide di coinvolgerlo in un viaggio a ritroso, verso la Bulgaria, per aiutarlo a recuperare la memoria.

Da che parte stare

Alternando presente e analessi, il lungometraggio fornisce allo spettatore un’accurata e inedita prospettiva su tre generazioni di storia bulgara: da una parte la morsa pervasiva del governo totalitario, e dall’altra la controffensiva degli oppositori, tra cui il nonno e il padre di Aleksandăr, Vasko.
Il primo, richiamato in patria per aver preso parte alla rivoluzione ungherese, fa esplodere una statua di Stalin; graziato, passa 15 anni in carcere. Il secondo, dopo aver pestato un superiore durante la leva militare, viene recluso per sei mesi e cacciato dal Komsomol, la Gioventù comunista, ma riesce comunque ad ottenere un diploma e poi un impiego, presentando referenze false.
Il fragile equilibrio dei Georgievi crolla quando la finta facciata perbenista di Vasko viene smascherata, e un agente della DS (il Comitato per la sicurezza di stato) lo invita a collaborare con il governo per mantenere il posto, riportando per iscritto tutti i movimenti del suocero. Baj Dan, infatti, continua a farsi beffa del regime con i suoi coetanei, nel bar in cui passano le giornate a giocare a backgammon, attività proibita dal regime.

Il dilemma morale imposto al capofamiglia apre la strada ad un altro capitolo drammatico della storia assolutista, non solo bulgara: l’emigrazione, il mettere in gioco la propria dignità nella speranza di un futuro migliore in cambio. Rifiutandosi di diventare un delatore, Vasko decide di fuggire dal Paese con la moglie e il figlio, verso la Germania.
Dopo aver attraversato la frontiera con l’Italia, però, i tre rimangono bloccati nel Centro regionale profughi di Trieste, costretti a vivere in condizioni mediocri. Il backgammon diventa così l’unica via di uscita, la possibilità di racimolare la cospicua somma necessaria per farsi portare oltreconfine illegalmente dai corrieri clandestini.

Il Re del Backgammon

Il gioco del backgammon, illecito e originale fil rouge del film, unisce le tre generazioni ed appare nei momenti chiave della storia. Simbolo di dissenso e libertà, è metafora della vita umana, in cui sorte e intelligenza concorrono in egual misura a determinarne i risvolti.
Qualunque siano i presupposti iniziali, nessun destino è già scritto, nemmeno per chi, come Aleksandăr Georgiev, viene al mondo in un momento ostile, “da qualche parte nei Balcani, dove l’Europa finisce senza mai iniziare”, perché la salvezza può celarsi dietro ad ogni angolo.

foto: Kapital.bg

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia, Croazia e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea e attualità bulgara.

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