BALCANI: Il silenzio europeo sugli studenti “respinti” illegalmente dalla Croazia

Nei giorni scorsi la notizia dei due studenti nigeriani deportati illegalmente in Bosnia (ne abbiamo parlato qui) è rimbalzata sulla stampa internazionale, confermando i dubbi che aleggiano da tempo sull’integrità della polizia croata in relazione alle operazioni di controllo delle frontiere. Le numerose testimonianze di abusi e violenze, quando non derubricate a casi isolati, vengono generalmente rigettate dalle autorità di Zagabria come ricostruzioni create ad arte dai migranti per delegittimare la polizia e vedersi riconosciuto il diritto di entrare liberamente in Croazia.

Il caso dei due atleti nigeriani

Il caso paradossale degli studenti Abia Uchenna Alexandro ed Eboh Kenneth Chinedu mostra non solo come le forze dell’ordine croate siano prone ai respingimenti illegali, in aperta violazione del principio di non-refoulement, ma che, come qualcuno ha commentato, la paranoia anti-migranti nel paese giunga al punto che due cittadini stranieri, in possesso di regolare visto, vengano deportati in un paese terzo.

Ad oggi la loro vicenda resta irrisolta: gli atleti, che attualmente si trovano loro malgrado illegalmente su territorio bosniaco e che nei giorni scorsi si erano visti costretti a trovare rifugio in un campo a Velika Kladuša, sono stati temporaneamente trasferiti a Sarajevo in attesa di rimpatrio in Nigeria, mentre le autorità croate sono ancora reticenti nel fornire spiegazioni in merito all’accaduto. L’assenza di significative reazioni da parte delle istituzioni europee di fronte all’ennesimo abuso al confine tra Bosnia e Croazia riflette l’atteggiamento più generale dell’Ue – sulla carta attenta alla tutela dei diritti umani, di fatto interessata a non consentire la riapertura della rotta balcanica, costi quel che costi.

Il bastone e la carota

Questo atteggiamento riflette la strategia messa in atto tra 2015 e 2016, quando la progressiva chiusura dei confini di Austria, Ungheria e Slovenia determinò un effetto imbuto per i migranti diretti verso l’area Schengen e, successivamente, un effetto domino sui paesi dei Balcani occidentali, delegati “sotto ricatto” a farsi carico dei richiedenti asilo e a garantire la chiusura effettiva dei confini – pena la sospensione del regime di esenzione dal visto, per chi ne beneficiava, e, implicitamente, ridotte possibilità di accesso. La permanenza del principio del primo paese d’accesso, pietra angolare del regolamento di Dublino, contribuisce a creare ulteriore pressione sui paesi di confine come la Croazia e a far sì che si cerchino soluzioni “all’esterno”.

Il caso più paradossale di “esternalizzazione” delle frontiere esterne dell’Unione europea si è dunque concretizzato proprio nei Balcani occidentali, ovvero in un’“enclave” dell’Unione stessa, a causa dell’incapacità di trovare una soluzione interna ai 28 paesi membri. Le prospettive di accesso della Croazia all’area Schengen hanno sin da allora condizionato le politiche di controllo delle frontiere del paese, che, pur di dimostrare la propria idoneità, ha inasprito le misure di monitoraggio dei confini, sacrificando sull’altare dell’integrazione europea i diritti di migranti e richiedenti asilo.

L’ennesima, prevedibile emergenza

Con il duro inverno balcanico ormai alle porte e una gestione del sistema di ricezione al collasso, la Bosnia Erzegovina si trova nuovamente scarsamente preparata a gestire l’accoglienza di migranti e richiedenti asilo. Se per un verso gli appelli di chiusura del campo di Vucjak da parte di organizzazioni internazionali e Ong sembrano essere stati finalmente accolti dalle autorità bosniache – lo sgombero e i trasferimenti a Sarajevo sono iniziati lo scorso 10 dicembre – continua a mancare una strategia di lungo termine che includa lo stabilimento di strutture adeguate all’ospitalità non più temporanea di migliaia di persone.

L’Unione europea, d’altro canto, si ritrova anche quest’anno ad affrontare un’emergenza umanitaria tutt’altro che inaspettata. Sin dal 2018, la Commissione europea ha allocato un totale di 35,8 milioni di euro in assistenza di breve e medio termine, volti a fornire beni di prima necessità, assistenza medica e a migliorare le condizioni di alloggio di circa 8000 migranti e richiedenti asilo intrappolati nel cantone di Una-Sana.

Il silenzio-assenso di Bruxelles

L’impossibilità di affrontare in un’ottica razionale e nel segno della solidarietà tra paesi membri la questione migratoria continua a impedire di riformare il regolamento di Dublino – nonostante i reiterati appelli del presidente del Parlamento europeo David Sassoli e le dichiarazioni programmatiche della neo-presidente della Commissione Ursula von der Leyen – e di sollevare i paesi in fondo all’”imbuto”, inclusi la Grecia e i Balcani occidentali, da un fardello attualmente insostenibile.

In assenza di un segnale tangibile a livello di Consiglio Ue sul dossier migrazione, la Commissione conferma dunque lo status quo. È significativo che la prima missione all’estero di Margaritis Schinas, Vicepresidente per la promozione dello stile di vita europeo, e Ylva Johannson, Commissaria europea per gli affari interni, sia stata proprio in Turchia, al cospetto del suo presidente Recep Erdogan, per cercare di puntellare l’accordo bilaterale sui migranti tra Ankara e Bruxelles.

In questo quadro la Grecia da una parte e i Balcani occidentali dall’altra continuano a trovarsi in prima linea nella “protezione” dei confini esterni. Allo stesso tempo, la prassi di respingimenti illegali e di criminalizzazione dei migranti da parte delle autorità croate mettono a nudo un’Unione incapace di trovare una sintesi tra valori comunitari e interessi nazionali.

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